Conte, Draghi e Meloni: Come gli ultimi esecutivi hanno gestito (o peggiorato) il potere d'acquisto

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Conte, Draghi e Meloni: Come gli ultimi esecutivi hanno gestito (o peggiorato) il potere d'acquisto

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di Federico Giusti
 
Gli anni del benessere economico  sono lontani, la percezione diffusa è quella di un paese nel quale una piccola parte della popolazione abbia accresciuto le proprie ricchezze raggiungendo un tenore di vita assai agiato, nello stesso tempo la classe media si è assottigliata e sono cresciute le sacche di povertà relativa e assolta.
 
Resta incontrovertibile il calo del potere di acquisto e la diffusa percezione che la stessa qualità della vita si sia nel tempo deteriorata.
 
Guardando al reddito individuale da lavoro salariato, l’Italia ha perso diverse posizioni, quando i salari crescevano in tutti gli altri paesi avanzati i nostri restavano fermi e la crescita registrata tra il 2021 e il 2924 resta del tutto insufficiente per recuperare il terreno perduto. Anzi, gli aumenti contrattuali sono stati pari a un terzo del costo della vita nel frattempo cresciuto, alla erosione del passato si è aggiunta una ulteriore perdita sotto gli esecutivi Conte 2, Draghi e Meloni.
 
E quindi i salari individuali restano sotto i livelli pre-pandemia, se poi volessimo qualche conferma sia sufficiente guardare gli studi della Banca europea che attestano perdita del potere di acquisto, dal 2019 a fine 2025, superiore all'otto per cento.
 
Se Banca d'Italia, Banca Europea e dati statistici parlano di erosione del potere di acquisto dei salari per quale ragione qualcuno continua a parlare di crescita e manifestare inusitato ottimismo?
 
Prendiamo in esame anche gli effetti del fisco che un tempo prevedeva riequilibrio e qualche distribuzione di ricchezza che invece ha subito una battuta d'arresto con la riduzione delle aliquote fiscali
 
E in ogni caso lo Stato ha già fatto la sua parte aumentando indirettamente i salari attraverso tagli al cuneo fiscale e alle tassazioni sul lavoro, al contempo i datori pubblici e privati sono stati esentati da interventi adeguati  tra  i mancati rinnovi dei contratti collettivi, i rinnovi in perdita, il fiscal drag che aumenta la pressione fiscale con la crescita del valore nominale dei salari.
 
Ma allora le buste paga aumentano o diminuiscono?
 
In apparenza crescono, il reddito delle famiglie è poco più alto rispetto al 2019 ma il potere dei acquisto, ergo i salari reali, è in regressione.
 
Ci sono stati tuttavia interventi che hanno limitato i danni, specie ai nuclei  familiari con redditi bassi, tra decontribuzioni e bonus sono sopravvissuti infatti alla impennata inflazionistica.
Ma la sfera distributiva, proprio per le poche aliquote fiscali, non riporta equilibrio, se i salari restano al palo o subiscono feroce erosione il potere di acquisto non verrà recuperato.
 
E qui arrivano le contraddizioni del modello italico, i bassi salari sono la struttura portante anche del recente incremento degli occupati, basti pensare che sempre negli ultimi 5 anni i posti di lavoro a tempo indeterminato e autonomi  superano di 1,6 milioni di unità il periodo prepandemico.
 
Ma perfino questi dati possono essere travisati perchè, nell'arco di una dozzina di anni, in un nucleo familiare ci sono più persone di prima che lavorano, eppure il tenore di vita della famiglia nel suo complesso è in peggioramento. Questo significa che nell'arco del tempo aumentando gli occupati  è comunque calato il potere di acquisto e per queste ragioni, alla fine, per raggiungere il livello della famiglia monoreddito di un tempo servono ben due salariati.
 
Più occupazione allora incrementa l'apparente benessere in un paese nel quale in realtà elevato risulta  il numero dei neet, in tanti casi diminuiscono le ore lavorate (il boom dei part time) e i bassi salari imperversano.
 
La lezione che possiamo trarre è quasi banale: alla lunga i salari poveri producono effetti negativi, non fanno crescere la domanda, confermano l'arretramento economico e sociale del paese, ergo dovremmo manifestare maggiore attenzione a come si va erodendo il potere di acquisto chiamando direttamente in causa i sindacati disposti a sottoscrivere qualsiasi genere di intesa contrattuale.
 
Peccato invece che proprio quei sindacati non subiscano il calo degli iscritti e possono agire indisturbati nei luoghi di lavoro. Che non sia stata proprio la cultura del compromesso e della riduzione del danno la madrina di tutte le sventure attuali?

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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