Pesca, sovranità e identità: il popolo islandese ha affossato la propaganda pro-UE
L’Islanda ha parlato: il suo verdetto, gelido come i ghiacci che circondano l'isola, è un secco rifiuto a riaprire i negoziati per l'ingresso nell'Unione Europea. Il referendum consultivo del 29 agosto ha visto il 52,8% degli islandesi voltare le spalle a Bruxelles, nonostante un'affluenza alle urne dell'82% che testimonia quanto la questione tenga banco nelle case di Reykjavik e non solo.
Ma attenzione a non leggere questo risultato come un semplice "no". È molto più di questo. È il riflesso di un'Islanda spaccata in due, un paese che cerca di tenere insieme il desiderio di proteggere la propria anima con la necessità di guardare al mondo. Da una parte i socialdemocratici, che hanno spinto per questo voto, rappresentano gli abitanti della capitale, quelli che ogni mese vedono il mutuo della casa salire e sognano che l'Europa possa portare un po' di sollievo alle loro tasche. Dall'altra i pescatori e gli agricoltori delle province, quelli che sanno che l'adesione all'UE significherebbe dire addio al controllo sulle proprie acque e sulle quote di pesca. E per un popolo che dal mare ha sempre tratto la propria sussistenza, questa non è una questione da poco.
La vicenda islandese ha il sapore di una storia già vista. Nel 2009, travolta dalla crisi finanziaria globale, l'Islanda aveva bussato alla porta di Bruxelles. Poi, nel 2015, la porta si era richiusa. Il motivo? Quelle famigerate quote di pesca, un osso troppo duro per essere digerito dagli eurocrati. Ora i pro-europei ci riprovano, ma il vento sembra soffiare nella direzione opposta.
E poi c'è la questione Groenlandia. Donald Trump, con le sue mire sull'isola danese, ha involontariamente gettato benzina sul fuoco del dibattito islandese. La ministra degli Esteri Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir ha citato esplicitamente le azioni degli Stati Uniti in Venezuela e le ripetute dichiarazioni di Washington sulla Groenlandia come fattori che preoccupano. Ma come ha osservato Evgeny Pankov, ricercatore all'Istituto di Studi Internazionali dell'MGIMO, l'influenza di Trump non va sopravvalutata. I socialdemocratici hanno semplicemente cavalcato l'onda, usando la retorica del presidente USA per alimentare le paure e spingere verso l'Europa come contrappeso. Nonostante l’Unione Europea sia completamente alla mercè degli Stati Uniti.
Il risultato di questo referendum, per quanto consultivo, è comunque un campanello d'allarme. Gli esperti russi interpellati dal quotidiano Vedomosti sono chiari: anche se il "sì" avesse vinto, il mandato per decisioni future sarebbe stato estremamente debole. L'iniziativa dei socialdemocratici ha diviso la società islandese, un po' come un coltello che taglia il ghiaccio ma lascia segni profondi.
Ma cosa cambia per l'Unione Europea? Per Bruxelles, riportare l'Islanda al tavolo dei negoziati è principalmente una questione politica. Come spiega Pavel Timofeev dell'Istituto Primakov di Mosca, si tratta di rafforzare le rivendicazioni territoriali di fronte a concorrenti come Stati Uniti e Regno Unito, e di garantirsi un ruolo nel Nord Atlantico, con tutte le implicazioni che questo ha per l'accesso all'Artico. Per il pubblico europeo, poi, i negoziati con l'Islanda sarebbero stati un modo per dimostrare che il sogno dell'integrazione europea non è ancora tramontato. Una sorta di bandiera da sventolare in un momento in cui l'UE appare sempre più in difficoltà.
L'Islanda, con la sua scelta, dice invece di voler continuare a preservare la propria sovranità. Non vuole essere comandata da Bruxelles su ciò che conta davvero per la sua identità: il pesce nei suoi mari e chi può metterci piede. Il no di quasi il 53% degli islandesi non è solo un rifiuto dell'Europa, ma l'affermazione di una sovranità che, in un mondo sempre più globalizzato, continua a fare la differenza tra un paese satellite e una nazione che sa ancora cosa vuole essere.
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