La “nuova guerra fredda” potrebbe diventare calda

Mentre a Washington approvano la Risoluzione 758 da Mosca avvertono: potremmo rivedere gli accordi sul disarmo nucleare

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La “nuova guerra fredda” potrebbe diventare calda

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di Simone Nastasi

Il clima di tensione tra la Russia e gli Stati Uniti non accenna a diminuire. L’ultima notizia riportata dal sito di informazione Russia Today sono le dichiarazioni del capo dipartimento Disarmo e Sicurezza del Ministero degli Esteri russo Mikail Ulyanov che in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa RIA Novosty è tornato a parlare delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, soprattutto in materia di disarmo nucleare.

I due Paesi sono infatti firmatari del Trattato New Start che consente ad entrambi  di possedere un massimo di 1550 testate nucleari e 700 tra missili e bombe. Il Trattato che in materia subentra agli accordi precedenti – il Trattato START (1991), lo START II (1993) e il SORT (2002) -  è entrato in vigore nel 2011 e terminerà nel 2021. Proprio sul New Start è tornato ad esprimersi il diplomatico russo Ulyanov le cui parole non sono affatto sembrate come un segnale di distensione tra i due Paesi ma anzi un’ulteriore conferma del clima da “nuova guerra fredda” che si è instaurato tra Mosca e Washington. “La Russia potrebbe rivedere gli accordi in materia nucleare con gli Stati Uniti” ha dichiarato Ulyanov aggiungendo che “questo sarebbe naturale visto i rapporti tra i due Paesi”. 
 
Negli ultimi mesi infatti, le parti si sono ulteriormente allontanate dopo le sanzioni imposte alla Russia dall’Unione Europea ma “benedette” soprattutto dagli Stati Uniti. Misure restrittive che hanno avuto un impatto notevole sull’economia russa, che proprio le fonti di governo hanno quantificato in un danno diretto di almeno 40 miliardi di dollari al Pil russo. L’indebolimento dell’economia è stato poi ulteriormente alimentato dal tracollo del prezzo del petrolio -  un danno al bilancio statale che sempre le fonti governative quantificano in almeno 90 miliardi – dalle cui esportazioni, che pesano per il 15% sulla bilancia commerciale di Mosca - dipende in buona parte la capacità di spesa pubblica del governo russo. Se gli introiti derivanti dal commercio del greggio diminuiscono, va da sé che diminuisce anche il denaro a disposizione del governo per finanziare il fabbisogno di spesa necessario. Questa situazione di debolezza economica si è tradotta in un crollo valutario come non si vedeva dal 1998, l’anno della prima grande crisi dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Attualmente il rapporto di cambio dollaro americano/rublo è di 1 a 65 e ciò significa che per comprare un dollaro ci vogliono oggi 65 rubli.

Questa situazione ha finito come spesso accade, per dividere gli analisti in due ali: chi ritiene che politicamente l’era Putin sia destinata ad una “una fine spaventosa” e chi invece ritiene che nonostante l’attuale situazione economica, alla fine il presidente russo saprà riprendersi soprattutto grazie agli accordi di natura politico-economica siglati in ambito internazionale, con le cosiddette “tigri asiatiche”, India e Cina, ma anche con la Turchia.

Tra Mosca ed Ankara sembra essere infatti scoppiata la “pace” dopo le tensioni sorte in merito alla crisi siriana. All’annuncio del presidente russo di porre fine alla costruzione del gasdotto South Stream è seguito l’accordo secondo il quale, come racconta l’analista Joaquim Flores sul sito del Global Research, la Russia e la Turchia si sarebbero accordate per potenziare il gasdotto Blue Stream, che passa sul suolo turco, e costruirne un altro. Questi ultimi accordi stretti da Putin con India, Cina e Turchia, indurrebbero dunque a pensare come lontano un conflitto bellico, su larga scala, con le forze occidentali. Le conseguenze avrebbero una portata catastrofica. 
 
Ciò nonostante i segnali che arrivano da Washington non sono confortanti. La Risoluzione 758, approvata dal Congresso nel dicembre scorso, è considerata da alcuni tra gli analisti come un “semaforo verde” all’intervento bellico della Nato contro la Russia.  Come si legge nel testo della Risoluzione, gli Stati Uniti condannando il comportamento della Russia nei confronti dell’Ucraina, ai sensi della normativa internazionale, contenuta nella Carta delle Nazioni Unite, negli Accordi di Helsenki del 1975 e nel Memorandum di Budapest del 1994, oltre a richiamare,nel punto 5, la Russia, a considerare come “illegale” l’annessione della Crimea, lodano tutta una serie di iniziative intraprese dagli Stati contro la Russia, come tra le altre la decisione della Francia di sospendere l’invio alla Russia delle navi da guerra Mistral e richiama l’impegno della Nato a difendere gli interessi degli Stati membri ai sensi dell’articolo 5 del Trattato, secondo cui l’aggressione ad un membro è considerata come aggressione all’intera organizzazione. Al punto 14 della Risoluzione si legge allora che “ il Presidente degli Stati Uniti, in consultazione con il Congresso, è sollecitato a valutare se esistono le ragioni per richiamare gli obblighi della Nato e dei suoi membri in materia di autodifesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato Nato e specificare le misure da prendere per risolvere ogni carenza”. 
 
Attualmente l’Ucraina, che nella Risoluzione è trattato alla stregua di uno Stato “aggredito” non fa parte della Nato, ma non è detto che nel futuro prossimo non possa decidere di entrarvi. L’attuale primo ministro Poroshenko è infatti un governante gradito agli Stati Uniti e vicino alle forze occidentali. La domanda è: che cosa deciderà di fare? Nel frattempo, la notizia è che gli Stati Uniti hanno deciso di inviare 100 carri armati verso gli Stati dell’Est Europa. La “nuova guerra fredda” potrà diventare calda? 

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