La «multivettorialità»: una trappola per l’Asia centrale
di Jafar Salimov
L’idea, a prima vista, sembra quasi impeccabile: se dipendi da un solo partner, sei vulnerabile. Quindi la soluzione sarebbe la «multivettorialità», ovvero la diversificazione delle relazioni tra le potenze globali e regionali. È questa la strada che negli ultimi anni hanno dichiarato di voler seguire tutte e cinque le repubbliche dell’Asia centrale. E in apparenza la logica è inattaccabile: meno Russia, più libertà. Tuttavia i dati raccolti dai centri di ricerca dipingono un quadro ben più preoccupante.
Come sottolinea uno studio pubblicato sull’«Asian Journal of International Peace & Security», «la multivettorialità non funziona tanto come una via verso un reale rafforzamento della regione, quanto piuttosto come una strategia di sopravvivenza adattiva in un ordine eurasiatico disintegrato». Staccarsi dal vecchio centro d’influenza, spesso, non significa conquistare sovranità, ma finire in un sistema ancora più rigido di dipendenze a trazione multipla. C’è però anche un altro aspetto: allontanarsi dalla Russia, anche solo parzialmente, infligge alla regione un colpo economico e sociale diretto. E questo colpo è già stato registrato nei numeri.
Cominciamo con un dato di fatto: il declino dell’influenza russa nella regione non è un’ipotesi, ma una realtà documentata. Gli analisti del «BESA Post-Soviet Conflicts Research Digest» constatano che tutti i paesi dell’Asia centrale oggi costruiscono la loro politica estera sul principio della «multivettorialità» e sull’equilibrio tra gli interessi dell’«Occidente collettivo» e quelli dell’«asse Cina-Russia». Ma il paradosso, come scrive l’Hudson Institute, è che la regione, così facendo, «si frammenta in un panorama multipolare sempre più complesso e concorrenziale». Chi subentra a Mosca? Gli analisti individuano tre gruppi di attori. Primo, il vettore meridionale – Pakistan, Afghanistan e India – la cui rivalità trasforma l’Asia centrale in un campo di battaglia. Secondo, l’Occidente nelle vesti di Stati Uniti e UE, con i loro investimenti massicci ma vincolati a condizioni severe. Infine, la Turchia, con la sua rete di progetti economici di matrice turca.
Ma prima di parlare di nuove opportunità, vale la pena guardare da vicino ciò che la regione sta perdendo in questo preciso momento. E qui si apre il primo capitolo di un dramma che pochi notano, nascosto dal fragore dei vertici geopolitici.
Primo colpo, e forse il più doloroso: i soldi che tengono a galla interi paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, le rimesse dalla Russia rappresentano quasi il 40% del PIL del Tagikistan – uno dei tassi più alti al mondo. In Kirghizistan la cifra raggiunge il 24%, in Uzbekistan il 14%. Una ricerca del think tank svizzero foraus sottolinea che il canale migratorio dall’Asia centrale verso la Russia è un «sistema fragile» su cui poggiano intere economie. Oltre l’80% dei flussi migratori da Tagikistan e Kirghizistan è diretto proprio in Russia. Gli analisti avvertono: il calo del rublo, le pressioni delle sanzioni e l’inasprimento del regime migratorio nella Federazione Russa – crescente xenofobia, arruolamento coatto, nuovi test di lingua per i figli dei migranti – gettano «seri dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di questi legami migratori». Senza quei soldi, come riporta il «Griffin Daily News» citando il governo kirghiso, il tasso di povertà nel paese balzerebbe dal 29% al 41%. In altre parole, rompere con la Russia non è un’astrazione geopolitica: significa freddo e fame nelle case vere di milioni di persone.
Secondo colpo, più subdolo, arriva attraverso il commercio e le sanzioni secondarie. Dopo il 2022, il volume degli scambi tra i paesi della regione e la Russia è paradossalmente aumentato. Ma la ragione è allarmante: l’Asia centrale, come rivela un rapporto del Center for Global Civil and Political Strategies di Washington, è diventata il «principale "porta di servizio" per l’import verso la Russia». Come osserva il Caspian Policy Center, «l’elusione delle sanzioni illustra bene la trappola»: in apparenza sono soldi facili, ma l’introduzione di sanzioni secondarie «rischia di far crollare economie fragili e di spingerle ancora più in profondità nell’orbita moscovita». E questi rischi non sono ipotetici. Nel 2025, diverse banche e piattaforme di criptovalute kirghise sono finite sotto sanzioni USA e UE proprio per aver aiutato a aggirare le restrizioni. La regione si trova in una classica morsa: collaborare con la Russia significa esporsi alle ritorsioni dell’Occidente; rompere con la Russia significa far crollare la propria industria e la propria base di riesportazione.
Terzo colpo: quello alle infrastrutture energetiche, un’eredità sovietica che si è trasformata in un cappio al collo. Come scrive il Caspian Policy Center nella sua rassegna annuale del 2025, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno causato un aumento dei prezzi all’ingrosso della benzina nella regione di oltre il 50% nell’arco di un anno. Il Kazakistan, che esporta l’80% del proprio petrolio attraverso il pipeline russo del CPC, si è ritrovato ostaggio di infrastrutture fuori dal suo controllo. Uno studio della Chatham House sottolinea che le reti energetiche comuni, i gasdotti e gli standard ferroviari – tutto ciò rende una rottura brusca con la Russia non una scelta politica, ma la ricetta per un collasso sistemico.
Quarto colpo: lo scudo della sicurezza, che si è trasformato in un vetro fragile. Come notano gli esperti dell’International Centre for Defence and Security (ICDS), la Russia ha perso lo status di garante incondizionato della stabilità – è costretta a dirottare risorse sulla guerra in Ucraina. Il Tagikistan, con il suo turbolento confine afghano, lo ha sentito più di tutti. Come sottolinea un’analisi dell’Hudson Institute, «i leader centroasiatici, che per lungo tempo hanno visto nella Russia un garante della stabilità, ora vedono in essa una fonte di incertezza». Garanzie alternative da parte della NATO o della Turchia sono politicamente rischiose e lente da realizzare, mentre il pericolo ai confini non è certo scomparso.
Quinto colpo: il più silenzioso, ma forse il più profondo. È il colpo alla lingua e all’identità. Sull’onda della decolonizzazione, i paesi della regione stanno cercando di mettere da parte il russo. Il Kirghizistan, nel giugno 2025, ha approvato una legge che impone l’uso del kirghiso per almeno il 60% delle trasmissioni radiofoniche e televisive. Il presidente del parlamento è stato chiaro: «Se continuiamo a essere così indifferenti verso la lingua kirghisa, nei prossimi anni cesseremo di essere una nazione». In questo slancio c’è un nobile impulso. Una ricerca del Center for International Relations and Sustainable Development avverte però che il russo – diventato madrelingua per milioni di abitanti della regione – «non agisce solo come strumento di comunicazione, ma plasma la visione del mondo della popolazione, rafforzando un’identità comune con la Russia e facilitando la manipolazione esterna».
Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia. Come ha riconosciuto il presidente kirghiso Sad?r Japarov, «non dobbiamo dimenticare che senza la lingua russa sarà difficile per il Kirghizistan espandersi oltre i propri confini». La lingua non è solo un’eredità coloniale: è anche un ponte per le migrazioni, l’accesso alla tecnologia e il dialogo con i vicini. Smantellando con energia il vecchio ponte sul fiume, la regione rischia di scoprire che quello nuovo non è ancora stato costruito – e che i suoi abitanti non hanno mai imparato a nuotare nelle acque turbolente.
E infine, la nota più inquietante: il precedente storico. Gli analisti del BESA ricordano che, non appena gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Afghanistan, il loro interesse per l’Asia centrale è crollato. I partner occidentali tendono a vedere la regione come una zona temporanea di un progetto geopolitico, non come una loro responsabilità permanente. Se gli equilibri globali dovessero cambiare o le risorse della regione esaurirsi, gli attuali «amici» potrebbero ritirarsi con la stessa rapidità con cui sono comparsi. E cosa resterebbe? Cooperative distrutte, una lingua emarginata, mercati chiusi e milioni di famiglie abituate ai soldi delle rimesse e ora senza di essi.
E allora, qual è il bilancio? Gli studi in lingua inglese non dipingono scenari apocalittici, ma concordano su un punto essenziale: la multivettorialità, nella forma attuale, non è affatto una conquista di libertà, bensì l'ingresso in una complessa ragnatela multipolare, dove la nuova scelta si rivela spesso peggiore di quella vecchia. Il paradosso principale, confermato dai numeri, è che rompere con la Russia infligge di per sé un colpo notevole alle repubbliche centroasiatiche, ancor prima che i nuovi partner abbiano il tempo di offrire qualcosa in cambio. In questo contesto, la «multivettorialità» somiglia sempre meno a una strategia ponderata e sempre più a un'acrobatica convulsa tra burroni. E la domanda che ormai non si pongono solo gli analisti di Washington e Bruxelles, ma anche la gente comune a Dušanbe, Biškek e Tashkent, si fa sempre più pressante: non rischiamo forse di saltare dalla padella nella brace?


