La guerra contro Cuba passa dai social network

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 La guerra contro Cuba passa dai social network

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Il 25 febbraio un tentativo di infiltrazione armata contro Cuba è stato sventato dalle truppe della Guardia Costiera dell’isola: una barca a motore rapida proveniente dalla Florida cercava di entrare nelle acque territoriali cubane trasportando un vero arsenale di guerra. L’operazione, tutt’altro che improvvisata, era stata annunciata e preparata per mesi sui social network. Immagini, video e messaggi diffusi apertamente mostravano armi di alto calibro, addestramento e dichiarazioni esplicite di intenti violenti.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, il coordinamento sarebbe avvenuto soprattutto su TikTok, con contenuti pubblici usati per costruire identità, consenso e visibilità, e canali più chiusi per l’organizzazione operativa. Un’analisi dell’Osservatorio di Cubadebate su 114 post pubblicati su Facebook e Instagram mostra un pattern ricorrente: esibizione armata, retorica insurrezionale, simboli legati alla Brigata 2506 e una narrazione “epica” della violenza come presunta liberazione.

Non allusioni, ma annunci espliciti. Il caso conferma una tendenza più ampia della violenza politica contemporanea: non si nasconde più, si mette in scena. Le piattaforme digitali, con i loro algoritmi, premiano contenuti emotivamente intensi e contribuiscono a normalizzare l’idea dell’azione armata attraverso la ripetizione e l’estetizzazione. Ancora più grave è la persistenza online di molti di questi materiali anche dopo il fallimento dell’incursione.

Una falla evidente nella moderazione, che diventa politica quando la violenza è diretta contro Paesi non allineati a Washington. Il problema, dunque, non è solo ciò che è accaduto il 25 febbraio, ma ciò che è stato tollerato per mesi prima: l’annuncio pubblico di un attacco armato, trasformato in contenuto, engagement e spettacolo.


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