La crisi ucraina vista dal punto di vista dei Treasury Bond Usa

La crisi ucraina vista dal punto di vista dei Treasury Bond Usa

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di Giacomo Gabellini

Tra settembre e ottobre, l’esposizione in Treasury Bond statunitensi del Giappone è diminuita da 1.120,2 a 1.078,2 miliardi di dollari; quella della Repubblica Popolare Cinese, da 933,6 a 909,6 miliardi; quella del Regno Unito, da 663,3 a 638,5 miliardi; quella delle Isole Cayman, da 301,5 a 296,6 miliardi; quella del Lussemburgo, da 298,6 a 295,7 miliardi; quella della Svizzera, da 278 a 262,9 miliardi; quella dell’Irlanda, da 265,1 a 239 miliardi; quella del Brasile, da 226,4 a 224,8 miliardi; quella di Taiwan, da 216,9 a 216,3 miliardi; quella di Singapore, 177,5 a 176,9 miliardi; quella della Corea del Sud, da 105,3 a 99,8 miliardi; quella della Norvegia, da 99,6 a 95,6 miliardi.

Complessivamente, il volume delle detenzioni internazionali di Treasury Bond statunitensi è diminuito tra settembre e ottobre di ben 111,5 miliardi di dollari (da 7.296,9 a 7.185,4 miliardi di dollari), che vanno a sommarsi ai 212,1 miliardi di dollari (da 7.509 a 7.296,9 miliardi) registrati in negativo il mese precedente.

Il tutto nonostante la vigorosa stretta creditizia operata dalla Federal Reserve attraverso un progressivo innalzamento dei tassi di interesse, passati dallo 0,25 al 2,5% tra marzo e settembre. Mese, quest’ultimo, a partire dal quale la Banca Centrale Usa ha impresso una ulteriore accelerata al processo di “normalizzazione monetaria”, con ben due correzioni dei tassi (passati dapprima al 3,25 e quindi al 4%). Tra ottobre e dicembre, la Federal Reserve ha quindi proceduto a due ulteriori rialzi, che hanno portato il tasso di interesse al 4,5%.

Segno che, per gli Usa, avvalersi della leva meramente monetaria per richiamare i capitali necessari a finanziare i loro colossali squilibri, costituiti essenzialmente da un debito estero netto colossale e da un deficit strutturale della bilancia commerciale che si protrae ininterrottamente dagli anni ‘80, sta diventando sempre più difficile.

Di qui il ricorso sempre più massiccio dello stratagemma “non convenzionale” consistente nel sovvertimento del contesto economico entro cui operano i potenziali rivali. A livello storico, particolarmente efficaci si sono rivelati in proposito attacchi speculativi dal chiaro significato politico e puntualmente culminati con un afflusso massiccio di capitali negli Usa come quello sferrato contro lira, sterlina e franco nel 1992, che disarticolò la struttura di coordinamento del Sistema Monetario Europeo; contro le Tigri Asiatiche del 1997, che sconquassò l’intera “periferia fordista” del poderoso hub industriale giapponese; contro gli “anelli deboli” dell’eurozona del 2010, che sospinse la moneta unica europea sull’orlo del precipizio. Anche l’esasperazione deliberata delle tensioni internazionali e il ricorso alla forza risultano particolarmente funzionali all’obiettivo, come dimostrato dai corposi flussi di capitale in direzione degli Stati Uniti registrati all’indomani degli interventi militari del 2001 in Afghanistan, del 2003 in Iraq e del 2011 alla Libia, ma anche in seguito al putsch di Jevromajdan del 2014.

Il caso paradigmatico rimane comunque quello della guerra del Kosovo del 1999: allora, i 72 giorni di bombardamento ininterrotto della Jugoslavia ad opera della coalizione euro-statunitense produssero il triplice risultato di distruggere un Paese collocato nel cuore dell’Europa, provocare una svalutazione del 30% dell’euro rispetto al dollaro (di cui era l’unico concorrente credibile) e di alterare il clima degli investimenti nel contesto europeo canalizzando circa 500 dei 700 miliardi di “capitale mobile” che vagavano senza una meta precisa all’interno del “vecchio continente” verso gli Stati Uniti. Una volta constatato con estremo disappunto che i restanti 200 miliardi avevano preso la via di Hong Kong per penetrare nella Repubblica Popolare Cinese, cinque missili di precisione teleguidati colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado. Un “errore” decisamente provvidenziale, visto che nell’arco di una settimana più di 200 miliardi di dollari fuoriuscirono dalla piazza di Hong Kong per approdare in territorio statunitense.

Secondo l’ufficiale cinese Qiao Liang, la rigida osservanza della dottrina militare incardinata sul concetto «se il mio clima di investimento non è buono e la cosa non può essere cambiata entro breve, allora mi servirò della guerra per rendere gli altri posti peggiori» sarebbe addirittura alla base del progetto relativo alla realizzazione del cosiddetto Prompt Global Strike System. Una tecno-logia che se sviluppata adeguatamente dovrebbe porre le forze agli ordini del Pentagono nelle condizioni di centrare qualsiasi obiettivo sulla Terra in meno di un’ora. «Cosa significa – si domanda l’ufficiale cinese – questa velocità? In pratica, il fatto che ora l’America poteva con la velocità dei flussi di capitale.

Quando un missile balistico a rientro atmosferico o un missile da crociera cinque o sei volte più veloce del suono atterrano su un punto qualsiasi del pianeta, il clima degli investimenti in quella zona cambia in maniera repentina, e, in modo altrettanto rapido, gli investitori si fanno prendere dal panico e ritirano subito i propri soldi. Ma il denaro non può rimanere sospeso in aria, deve andare in un posto sicuro. E qual è il posto più sicuro? Il Paese con il pugno più grande, è ovvio».

La strumentalizzazione della crisi ucraina come elemento scatenante per una rovinosa fuga di capitali dal “vecchio continente”, con contestuale caduta verticale del corso dell’euro e correzione della posizione finanziaria netta Usa (passata da 18,1 a 16,2 trilioni di dollari di passivo tra il 2021 e il 2022), non ha richiesto l’impiego diretto della forza militare Usa, ma “soltanto” l’intensificazione della pressione politica sugli alleati/sottoposti europei, combinata alla diffusione del panico e all’esasperazione degli attriti internazionali.

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