Iran e USA: perché la strategia della pressione continua a fallire

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Iran e USA: perché la strategia della pressione continua a fallire

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Il confronto tra Iran e Stati Uniti sta entrando nell’ennesima fase critica, segnata da toni duri, minacce militari e negoziati fragili. In una recente intervista, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha offerto a Donald Trump un messaggio tanto semplice quanto politico: con l’Iran la coercizione non ha mai funzionato. Sanzioni, pressioni e operazioni ostili non hanno prodotto concessioni strategiche, mentre il rispetto resta l’unica base possibile per un accordo. Questa impostazione sembra però non essere stata recepita a Washington.

L’inviato statunitense Steve Witkoff, parlando a Fox News, ha rivelato l’insofferenza della Casa Bianca di fronte al rifiuto iraniano di “capitolare”, nonostante l’aumento della presenza militare americana nel Golfo Persico. Sul tavolo restano richieste massimaliste: arricchimento nucleare zero, limiti ai missili e rottura dei legami regionali di Teheran. Condizioni che l’Iran considera una resa, non una trattativa. Dal punto di vista iraniano, questa dinamica non è nuova. La storia delle relazioni bilaterali è segnata da un ciclo ricorrente di pressione e fallimento: dal colpo di Stato del 1953 orchestrato dalla CIA, alle sanzioni di Clinton, fino alla definizione dell’Iran come parte dell’“asse del male” sotto Bush.

Anche l’accordo nucleare del 2015, il JCPOA, è nato solo quando Washington ha accettato un compromesso multilaterale, salvo poi essere abbandonato unilateralmente da Trump nel suo primo mandato. In questo contesto si inserisce l’intervento del vice ministro iraniano Kazem Gharibabadi al United Nations Human Rights Council, dove ha definito “inermi” sanzioni e minacce di guerra, avvertendo che un conflitto non resterebbe circoscritto ma destabilizzerebbe l’intera regione. Il riferimento è anche alla guerra di giugno 2025 e alle accuse rivolte a Stati Uniti e Israele per il loro ruolo nell’escalation.

L’analisi che emerge è chiara: Washington continua a confondere potenza militare e leva negoziale, mentre Teheran interpreta la pressione come una minaccia esistenziale, reagendo con compattezza nazionale. Trump afferma di non volere la guerra, ma senza distinguere tra diplomazia e imposizione rischia di ripetere gli errori dei suoi predecessori. La posta in gioco, oggi, non è solo un accordo nucleare, ma la credibilità stessa della diplomazia statunitense in Medio Oriente. La storia suggerisce che l’Iran non “cede” sotto pressione. E ogni volta che gli Stati Uniti scommettono sul contrario, finiscono per chiedersi - ancora una volta - perché Teheran non abbia mai ceduto.

 


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