IL RAPPORTO TRA PETROLIO, GUERRA E IMPERIALISMO, IERI E OGGI
di Domenico Moro
Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]
In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.
Il petrolio e le due guerre mondiali
Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].
Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.
La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istambul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.
Si può rintracciare Il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.
Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbour, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?
Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero sul petrolio da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata l’equivalente di una resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbour le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.
Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio-Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che è l’imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici. Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?
Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”
Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte all’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello degli Usa, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa conservavano un’ampia prevalenza, la Cina li ha ormai raggiunti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa statunitense sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio-Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.
Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto sia più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari, necessarie a mantenere il loro ruolo di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.
Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio
La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i loro debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché gli Usa hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il loro debito statale per la guerra in Vietnam sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.
C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo fu trovato nel 1974, quando gli Usa fecero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano ora finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare. Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.
Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione
Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi]. La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la loro subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.
La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.
Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare, perché l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera degli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale e continuare così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre di più maggiore.
A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.
FONTI:
[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.
[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.
[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.
[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.
[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.
https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx
[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.
[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.
[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.
[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.


