Il grosso grasso divorzio greco

Le conseguenze del ritorno alla dracma, tra rischio contagio e spinte autoritarie

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Il grosso grasso divorzio greco

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La domanda non è più se, ma quando il ritorno alla dracma diventerà realtà. Sarà dopo le elezioni bis del 17 giugno oppure anche prima, per il fallimento di un istituto bancario? Se i sondaggi saranno confermati, il prossimo governo greco ripudierà l'accordo con i creditori internazionali (Troika) e la Grecia sarà costretta ad uscire dall'euro. Ma i leader europei non sembrano, per statura politica e problemi interni, in grado di fornire soluzioni e strumenti validi per gestire il dopo, la “Grexit”, come è stata ribattezzata dagli analisti internazionali. Nel vertice di ieri tra i 27 capi di stato dell'Unione Europea, la questione non era nemmeno in agenda. E di fronte allo tsunami economico-finanziario che un'uscita della Grecia dall'euro causerebbe, il panico nei mercati finanziari ed il rischio contagio per gli altri anelli deboli del sistema, il continuo ripetere di “crescita e occupazione” da parte del neo presidente francese Hollande contro il “rigore e riforme” della Merkel appaiono al momento slogan svuotati di rilevanza. Martin Wolf in un articolo di venerdì sul Financial Times ha indicato il peggiore dei scenari possibili: rottura dell'ordine legale in Grecia e collasso finanziario che si propaga rapidamente in tutta Europa. Non è forse troppo tardi per discutere di una modifica dei trattati per l'introduzione di eurobond?  
I limiti strutturali dell'euro sono noti: mancanza di un governo centrale in grado di imporre la disciplina dei bilanci e assenza di federalismo fiscale, trasferimento cioè dei fondi dai paesi ricchi a quelli maggiormente in difficoltà. Due cambiamenti rivoluzionari al momento non ipotizzabili: un trasferimento permanente di sovranità da Atene a Bruxelles è stata rigettata più volte dai politici greci ed in Germania il federalismo fiscale rimane tabù. Ed anche nelle ipotesi surreale in cui i politici riuscissero a creare questa nuova entità sovrastatale, la cura, sottolinea Rachman martedì sulle colonne del FT, potrebbe anche essere peggio della malattia, fomentando i già crescenti sentimenti nazionalisti e xenofobi in tutta Europa.
Bisogna prepararsi all'inevitabile, ma l'UE non sembra pronta. Secondo Roubini, l'economista soprannominato Mr. Doom per esser stato il solo esperto a prevedere lo tsunami finanziario del 2007-2008, Atene sarà costretta ad uscire dalla zona euro in un anno massimo ed il voler prolungare tale attesa con politiche di austerità e di riforme strutturali produce solo maggiore depressione economica. L'unica possibilità è quella di riacquisire competitività con il ritorno alla dracma, sul modello di quello che hanno fatto l'Argentina nel 2001 con il debito contratto in dollari e gli Stati Uniti nel 1933 in piena grande depressione svincolandosi dal gold standard. L'esperienza dell'Islanda e di molti paesi emergenti, prosegue Roubini nella sua analisi, dimostra come una svalutazione controllata e la ristrutturazione ordinata dei deficit esteri, può restaurare la sostenibilità del debito, oltre a rilanciare competitività e crescita. Ma, sottolinea l'Economist nell'editoriale di questa settimana, con l'attuale architettura finanziaria europea, la dracmatizzazione del debito  contagerà rapidamente gli istituti finanziari in Spagna e Portogallo, con quelli italiani e francesi che non saranno certo immuni. A differenza dell'Argentina e degli Stati Uniti, nell'esempio riportato da Roubini, la Grecia è in un'unione monetaria e le sue prossime decisioni di politica economica influenzeranno i destini degli altri 16 stati. 
Secondo Rachman, l'Europa è arrivata ormai ad una situazione tale per cui la migliore opzione percorribile non è un ritorno immediato alle monete nazionali, ma quella che definisce un “divorzio di velluto”, vale a dire la continuazione dell'unione monetaria solo per un nocciolo duro di stati europei, con la Germania al centro del sistema, all'interno però di accordi valutari e commerciali anche con gli altri paesi deboli costretti ad uscire. Ma anche questa opzione, forse la più lungimirante e quella in grado di prevenire i peggiori scenari possibili, potrebbe essere travolta dagli eventi: il risultato elettorale dei filo nazisti nelle ultime elezioni greche dimostra come un paese uscito da una dittatura militare solo nel 1974 potrebbe non avere solidi istituzioni democratiche per gestire una traumatica uscita dall'Europa. Nella peggiore delle ipotesi possibili per le elezioni greche del 17 giugno - che nuovamente nessun partito sarà in grado di costituire un esecutivo - il conseguente caos socio-politico creerebbe i presupposti ideali per possibili colpi di mano autoritari. E con l'assoluta impreparazione dell'attuale leadership europea a gestire il momento storico, una domanda inquietante potrebbe non essere più tabù: anche questi a rischio contagio?

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