Il futuro della Turchia nelle mani del Sultano

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Il futuro della Turchia nelle mani del Sultano

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di Mostafa El Ayoubi

 

"La democrazia è come un tram: quando arrivi alla tua fermata scendi". Lo disse vent’anni fa Tayib Rajab Erdogan, l’attuale presidente turco, in un’intervista rilasciata al quotidiano Milliyet. Domanda: il referendum del 16 aprile per modificare la Costituzione, da lui vinto, potrebbe essere la fermata a cui intendeva arrivare Erdogan? Con il Sì voluto dal 51,3% dei votanti (solo 1,3 milioni più dei No, con una popolazione di circa 80 milioni), Erdogan è riuscito a cambiare il regime politico da parlamentare a presidenziale. Ciò gli consentirà di disporre di un potere quasi assoluto. Oltre ad essere capo dello Stato e di fatto anche del governo, potrà sciogliere il Parlamento (che oggi controlla in parte attraverso il suo partito islamista Akp); ha anche la prerogativa di nominare giudici, e ciò lo autorizzerà ad orientare in qualche modo il potere giudiziario. E lo stesso vale per le forze armate. Per di più Erdogan, già al potere dal 2003, potrà teoricamente rimanere presidente fino al 2029. Una situazione simile, in cui tutto il potere è concentrato in una sola persona per 26 anni, stride con qualsiasi forma di democrazia.
 

Il referendum si è svolto in un regime di stato d’emergenza, che dura dal luglio 2016 in seguito al fallito colpo di Stato. Ciò ha limitato molto la libertà di chi faceva campagna referendaria per il No, mentre Erdogan ha mobilitato persino le istituzioni pubbliche e la televisione di Stato per fare propaganda a suo favore e contro l’opposizione, che ha subito forti pressioni e intimidazioni dal governo. «Chi è a favore del No è un simpatizzante del terrorismo», era uno degli slogan usati per indurre i turchi a votare per il Sì. Ciò nonostante, le principali città della Turchia (Istanbul, Ankara, Izmir...) hanno votato contro. Paradossalmente, nelle città del sud-est del Paese, a maggioranza curda – da tanti mesi sotto un’offensiva militare specie contro Diyarbakir, che ha causato la morte di centinaia di persone e lo sfollamento di oltre 200mila curdi – il Sì ha vinto, il che fa dubitare della correttezza della consultazione referendaria. Inoltre il leader del Partito democratico del popolo (Hdp), Selahattin Demirtas, è in carcere da mesi, insieme ad altri 11 deputati di questo partito che dispone del 10% dei seggi nell’attuale Parlamento. Demirtas avrebbe potuto guidare la campagna del No e impedire, forse, a Erdogan di vincere.
 

I partiti all’opposizione hanno rifiutato l’esito delle urne e chiesto l’annullamento del referendum, le cui conseguenze potrebbero essere disastrose per i diritti delle minoranze etniche e anche religiose, visto che l’Akp è un partito islamista che mira ad una islamizzazione radicale esclusivista della eterogenea società turca.
 

Il voto ha delle conseguenze anche a livello internazionale. L’Europa, già in crisi diplomatica con la Turchia, si è detta preoccupata per come si sono svolti sia la campagna referendaria che il voto. Gli osservatori di diverse istituzioni europee hanno dichiarato che il referendum «non è stato né libero né corretto». L’Ocse ha affermato che esso non è stato conforme agli standard stabiliti dal Consiglio d’Europa. La risposta di Erdogan è stata: «Voi dovete stare al vostro posto». Si vocifera che il presidente turco potrebbe indire una consultazione popolare sull’adesione all’Ue. Si parla anche di un possibile referendum per reintrodurre la pena capitale. E se tutto ciò fosse vero le trattative per l’adesione finirebbero su un binario morto.
 

Sul fronte mediorientale, l’ampliamento dei poteri di Erdogan potrebbe aggravare la crisi in Siria. Diversi gruppuscoli di al Nusra/al Qaeda hanno colto con favore l’esito del referendum. Inoltre l’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo – già pienamente coinvolte nella guerra contro la Siria – hanno espresso le loro congratulazioni al nuovo «sultano».
 

Anche il presidente Usa si è congratulato con Erdogan con una telefonata di 45 minuti avvenuta il giorno successivo al voto, nonostante il dipartimento di Stato avesse espresso delle riserve sul referendum. L’incertezza politica che gli Usa stanno attraversando oggi con Trump e l’inerzia politica sempre più cronica dell’Europa rischiano di dare una spinta alla già avviata deriva dittatoriale di Erdogan. Il quale non ha mai esitato ad usare la carta del terrorismo jihadista per espandere il proprio potere geopolitico sul Medio Oriente. Se l’Europa non reagisce in maniera responsabile ed autonoma di fronte a questo problema – il jihadismo militare è già attivo al suo interno – l’astuto “sultano” potrebbe metterla in una situazione di ricatto e costringerla ad accettare il regime totalitario turco in cambio della sicurezza, in barba ai valori della democrazia!

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