Il casus belli della Groenlandia
di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico
Si parla di tensione tra Stati Uniti ed Europa, il casus belli, al momento, pare che sia la Groenlandia. Trump insiste che se la vuole prendere per motivi di sicurezza. Ma se è vero che è sotto l’ombrello della NATO grazie al fatto che è un protettorato della Danimarca, dov’è il problema?
Forse il nocciolo della questione è un altro e si riferisce alle visioni divergenti dei due continenti, visioni che vanno ben oltre la potenza militare ma che includono identità economiche, storiche, culturali, esistenziali ormai lontanissime le une dalle altre.
Gli indicatori economici ci dicono che l’economia americana tira, che il benessere è diffuso, il reddito medio americano è superiore ai 120 mila dollari, quello mediano, e cioe’ compreso tra i piu’ alti ed i piu’ bassi è di 75 mila dollari. In Europa queste sono cifre alte, che pochi riescono a portare a casa. Il benessere economico crea consensi, ma non basta, storicamente gli americani sono meno interessati di noi europei a criticare la conduzione politica di chi li governa perche’ i loro portafogli sono pieni. In quest’ottica la politica estera di Trump passa in secondo piano. Per noi invece cio’ che accade sullo scacchiere mondiale è importantissimo, ci sentiamo parte del mondo ed è stato sempre cosi’.
In Cina il benessere è la base portante del consenso popolare, in nome di questo l’assenza di una democrazia di stampo occidentale non ha importanza. Fintanto che’ la promessa del benessere viene onorata, Americani e Cinesi sono ben contenti di lasciare che a gestire la cosa pubblica sia chi li governa. È questa una differenza fondamentale per capire la percezione della politica dentro queste nazioni ed a casa nostra. Gli europei si sentono costantemente coinvolti, basta leggere i giornali, ascoltare gli show televisivi o le conversazioni della gente. E cosi’ la possibile rottura della Nata diventa un evento apocalittico.
Trovarsi in rotta di collisione con il nostro alleato principale ci getta in uno stato di ansia, non riusciamo a capire come questo sia possibile. Ancora piu’ stressante è l’idea che gli Stati Uniti vogliano comprare la Groenlandia che geograficamente considerano piu’ loro che nostra. Ma questo è gia’ successo, nel 1867 gli Stati Uniti d'America acquistarono dall'Impero Russo il territorio dell'Alaska per la cifra di 7,2 milioni di dollari (circa 120 milioni di dollari odierni, equivalenti a circa 2 centesimi per acro). Gli argomenti usati furono gli stessi, l’Alaska distava migliaia di chilometri da Mosca mentre faceva parte del continente americano. Naturalmente fu un affare clamoroso, si pensi solo alle miniere d’oro poi scoperte ed ai bacini energetici.
Allora Washington la spuntò per una serie di motivi, tra cui i problemi di liquidità del regime zarista. Oggi Donald Trump molto probabilmente la spunterà per un semplice motivo: l’Europa ha bisogno dell’America all’interno della Nato per garantire che l’Ucraina possa continuare la guerra con la Russia. Nessun americano scenderà in piazza a difendere il diritto danese, la maggior parte della popolazione neppure se ne accorgerà. Molti, tra cui Jamie Diamond che guida JP Morgan, hanno gia’ espresso la loro approvazione, perche’ non incamerarsi la Groenlandia? È cosi’ vicina.
Noi europei ce ne faremo una ragione, non prima di scendere in piazza e manifestare contro l’usurpatore straniero. La verità è pero’ un’altra, come l’impero russo decise di cedere l’Alaska cosi’ l’Unione Europea accetterà la vendita per motivi di convenienza. Il gioco politico è fatto cosi’, non è vero che vince sempre il piu’ forte, a volte vince il piu’ scaltro, quello che ha anticipato le mosse. L’errore è stato non prevedere che il cambio della guardia a Washington avrebbe rivoluzionato la politica estera americana, eppure era prevedibile che Trump avrebbe vinto, ma non ci abbiamo voluto credere ed adesso ne paghiamo le conseguenze. Bisognerebbe scendere in piazza contro chi ci ha portato ad entrare in questo conflitto, chi non lo ha evitato. Ed ironia della sorte vuole che questa decisione sia parte dell’impegno a mantenere la Nato!
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"L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA"
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


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