Gli Stati Uniti predicano sui diritti umani e sparano ai propri cittadini
L’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis segna un punto di non ritorno nella deriva repressiva degli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Mercoledì, durante un’operazione dell’ICE contro migranti, un agente federale ha sparato a sangue freddo contro una cittadina statunitense di 37 anni, madre di tre figli, colpevole soltanto di svolgere il ruolo di osservatrice legale volontaria. Renee Good non era un’obiettivo dell’operazione. Tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola quando si è imbattuta in un gruppo di agenti.
I video diffusi sui social mostrano chiaramente che stava cercando di allontanarsi quando è stata colpita. Le urla dei testimoni - “Vergogna!”, “Dov’è la vostra coscienza?” - raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. Da settimane Minneapolis vive sotto una sorta di occupazione federale: irruzioni nelle case, arresti indiscriminati, famiglie spezzate. Oltre mille persone sono state detenute, etichettate dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come “criminali” e “terroristi”, in un’operazione che ha suscitato proteste diffuse. In questo contesto, i gruppi di osservatori legali come quello di cui faceva parte Good sono nati per documentare abusi e avvertire i residenti. Proprio per questo, l’ICE li considera un nemico. La reazione della Casa Bianca è stata immediata e inquietante. La segretaria del DHS, Kristi Noem, e lo stesso Trump hanno ribaltato la realtà, accusando la vittima di aver trasformato la sua auto in un’arma e parlando addirittura di “terrorismo interno”. Una narrazione smentita dai filmati, ma rilanciata con forza dall’apparato propagandistico governativo.
Colpevolizzare una donna uccisa per proteggere un agente federale è diventata la linea ufficiale. La risposta politica e sociale, però, è stata altrettanto forte. Autorità locali, dal sindaco al governatore del Minnesota, hanno preso le distanze dall’ICE, chiedendo un’indagine completa e giustizia. “ICE, vattene da Minneapolis”, ha dichiarato il sindaco Frey, ricordando come la città sia già segnata dalla memoria dell’omicidio di George Floyd. Sui social, il caso ha scatenato un’ondata di indignazione. Giuristi, accademici, politici e attivisti hanno denunciato l’uso illegittimo della forza letale, parlando apertamente di omicidio di Stato. C’è chi ha definito l’ICE “assenza di legge mascherata da ordine” e chi ha evocato una “israelizzazione” della sicurezza interna statunitense.
L’uccisione di Renee Nicole Good non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che normalizza la violenza, criminalizza il dissenso e militarizza la gestione sociale. Uno Stato che giustifica l’uccisione di una propria cittadina mentre predica diritti umani al mondo intero rivela, senza più maschere, il volto autoritario del suo potere.
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