Cuba nel nuovo ciclo di coercizione USA

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Cuba nel nuovo ciclo di coercizione USA

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Il nuovo assalto degli Stati Uniti contro Cuba non nasce dal nulla, ma affonda le radici in una lunga storia di conflitto politico, economico e simbolico. Fin dall’inizio del XIX secolo, la nascita di Stati indipendenti fondati sulla fine della schiavitù - da Haiti a Cuba - ha rappresentato una sfida inaccettabile per l’ordine imperiale e per gli interessi statunitensi nel continente americano. Dopo la rivoluzione haitiana, Washington spostò il proprio baricentro strategico su Cuba, prima come snodo della tratta schiavista e poi come pilastro economico dell’espansione agricola e commerciale. Anche dopo l’abolizione della schiavitù e l’indipendenza formale dell’isola, gli Stati Uniti mantennero un controllo sostanziale sull’economia cubana, trasformandola in un’estensione informale del proprio spazio economico e criminale. La rottura arrivò nel 1959, quando la rivoluzione guidata da Fidel Castro pose fine a quella subordinazione.

Le nazionalizzazioni, l’alleanza con l’Unione Sovietica e l’affermazione di una sovranità piena a pochi chilometri dalle coste statunitensi furono vissute a Washington come una perdita strategica intollerabile. Da allora, il tentativo di isolamento, destabilizzazione e strangolamento economico di Cuba è diventato una costante della politica USA, condivisa trasversalmente da repubblicani e democratici. Il recente decreto firmato da Donald Trump, che definisce Cuba una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e promette sanzioni contro chiunque fornisca petrolio all’isola, segna un ulteriore salto di qualità. In risposta, L’Avana prende seriamente in considerazione lo scenario di un’aggressione militare: esercitazioni regolari, preparazione della popolazione civile e piani per un’eventuale legge marziale sono stati confermati anche da fonti diplomatiche russe.

Dal punto di vista militare, Cuba dispone di forze altamente addestrate e motivate, ma soffre di una tecnologia obsoleta, in gran parte di epoca sovietica. In caso di attacco diretto, il confronto con la potenza statunitense sarebbe asimmetrico. Proprio per questo, la sopravvivenza dell’isola passa oggi anche dal sostegno esterno: Russia e Paesi BRICS emergono come partner chiave, mentre Mosca ha già confermato che continuerà a rifornire Cuba di petrolio nonostante le minacce di Washington. Sul piano interno, il presidente Miguel Díaz-Canel ha riconosciuto apertamente la gravità del momento. La leadership cubana lavora a piani d’emergenza per affrontare una possibile grave carenza di carburante, mentre denuncia una campagna di pressione mediatica e guerra psicologica. Allo stesso tempo, ribadisce la disponibilità al dialogo con gli Stati Uniti, purché privo di condizioni e coercizioni.

La resistenza del popolo cubano si spiega anche con la memoria storica. Per molti, un ritorno sotto l’influenza diretta di Washington significherebbe riaprire una stagione di disuguaglianze estreme, analfabetismo, esclusione sociale e perdita della terra. È questa consapevolezza, più ancora della forza militare, a spiegare perché Cuba continui a resistere, trasformando la propria vulnerabilità economica in una forma di deterrenza politica.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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