Consiglio di Pace o vetrina di potere statunitense?

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La prima riunione del nuovo Consiglio di Pace voluto dal presidente statunitense Donald Trump segna un passaggio politico rilevante nella gestione internazionale della crisi di Striscia di Gaza. Convocato a Washington, l’organismo nasce con l’obiettivo dichiarato di sostenere il mantenimento della pace e la ricostruzione postbellica, ma già nella sua fase inaugurale solleva interrogativi su perimetro, legittimità e ambizioni geopolitiche. Alla riunione hanno preso parte rappresentanti di circa venti Paesi, mentre 26 Stati risultano finora membri fondatori, con una composizione eterogenea che include attori mediorientali, asiatici, africani, europei e latinoamericani. Accanto agli aderenti, numerosi governi - in particolare europei - hanno preferito restare osservatori o declinare del tutto l’invito, segnalando un consenso tutt’altro che compatto attorno all’iniziativa USA.

Il Consiglio si muove formalmente nel quadro di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma la sua struttura parallela e la guida diretta della Casa Bianca alimentano il sospetto che Washington stia cercando di costruire un formato alternativo di governance del conflitto, più flessibile e politicamente controllabile rispetto ai meccanismi multilaterali tradizionali. Sul piano operativo, l’agenda della prima riunione si è concentrata sulla ricostruzione di Gaza. Trump ha annunciato impegni finanziari per oltre cinque miliardi di dollari da parte dei Paesi partecipanti e un contributo diretto degli Stati Uniti pari a dieci miliardi. È stato inoltre presentato un piano di sicurezza che prevede il dispiegamento progressivo di forze internazionali di stabilizzazione e l’addestramento di una polizia locale, delineando di fatto una presenza esterna strutturata sul territorio.

Resta però aperta la questione politica. Hamas ha reagito con durezza, chiedendo la fine completa delle operazioni militari israeliane, la revoca dell’assedio e il riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi. Secondo il movimento, qualsiasi iniziativa internazionale che non affronti la radice del conflitto - l’occupazione sionista - rischia di ridursi a una gestione tecnica dell’emergenza, priva di una prospettiva di pace duratura. Trump, dal canto suo, ha dichiarato che la guerra è “finita” dopo il cessate il fuoco di ottobre, minimizzando gli scontri successivi e legando la stabilità futura al disarmo di Hamas. Una lettura che appare distante sia dalla realtà sul terreno sia dalle posizioni di ampi settori della comunità internazionale.

Significativa anche l’incertezza sulla partecipazione delle grandi potenze. Russia e Cina sono state invitate, ma non hanno ancora aderito. Mosca ha lasciato aperta la porta, arrivando a ipotizzare una donazione di fondi russi congelati negli Stati Uniti, mentre Pechino mantiene una posizione attendista. L’eventuale ingresso di entrambi cambierebbe profondamente il peso politico del Consiglio; la loro assenza, al contrario, ne accentuerebbe il carattere occidentale e selettivo. In prospettiva, il Consiglio di Pace su Gaza solleva numerosi interrogativi. La concentrazione di potere nelle mani della Casa Bianca, la partecipazione selettiva dei Paesi membri e la lontananza dalle istanze palestinesi rischiano di trasformarlo in uno strumento più politico che umanitario.

La discrepanza tra la retorica di “pace” e la realtà sul terreno - con Israele che continua operazioni militari e Hamas che rimane sotto pressione - mette in dubbio l’efficacia reale dell’organismo. Inoltre, la possibilità di estendere le competenze del Consiglio al di là di Gaza apre scenari di ingerenza internazionale difficili da giustificare, alimentando il sospetto che l’iniziativa serva più a consolidare la leadership statunitense e a rimodellare equilibri geopolitici regionali che a garantire una pace duratura e condivisa.


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