Cina, Russia e Iran, io ve l’avevo detto (di Vito Petrocelli)
di Vito Petrocelli
Ci sono vicende politiche che sembrano chiudersi con una condanna definitiva e che invece, col passare del tempo, possono essere viste sotto una luce diversa. La mia storia politica appartiene a questa categoria.
Nel 2022 sono stato trasformato nel bersaglio perfetto: il senatore da isolare, il presidente della Commissione Esteri da rimuovere, l’uomo da espellere perché colpevole di mettere in discussione il pensiero unico che, in quei mesi, sembrava non ammettere né dubbi né sfumature. Bastava pronunciare la parola “diplomazia” senza premettere una condanna rituale del tipo “c’è in aggressore e un aggredito”, bastava sostenere che l’invio continuo di armi avrebbe allontanato la pace e portato l’Italia ad essere considerata in guerra, bastava ricordare che la politica estera non può essere sostituita dalla propaganda, per essere marchiati come traditori, putiniani o nemici dell’Occidente.
Ho pagato un prezzo alto per il mio dissenso in quella stagione: l’isolamento politico, gli insulti, la delegittimazione personale e infine l’espulsione dal Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte.
Ne ho ricavato anche, è giusto dirlo, tanti apprezzamenti per la coerenza e la soddisfazione morale di non essermi piegato e fatto assimilare.
A distanza di pochi anni, molte delle questioni che allora venivano considerate indicibili sono diventate oggetto di un confronto pubblico sempre più ampio. Oggi Giuseppe Conte denuncia giustamente la corsa al riarmo europeo, critica l’aumento delle spese militari imposto dalla NATO e insiste sulla necessità di interrompere l’invio di armi all’Ucraina e riportare la diplomazia al centro della soluzione del conflitto. È difficile per chiunque ignorare che il confine tra ciò che ieri era considerato indicibile e ciò che oggi è diventato legittimo nel dibattito politico si è spostato in maniera evidente.
Già un anno prima, a giugno 2021, avevo detto molto di più in un’intervista a Repubblica, sostenendo “che proprio all’interno del campo occidentale l’Italia debba essere il miglior riferimento per Russia, Cina e Iran”.
Sulla Russia, ho sempre affermato che un grande Paese non si isola con gli slogan e che rompere ogni canale di dialogo avrebbe reso la pace più lontana. Oggi Conte ribadisce, finalmente, che la soluzione non può essere esclusivamente militare, pur confermando la condanna dell’invasione russa senza fare un’adeguata riflessione storica.
Io avvertivo che l’invio incessante di armamenti avrebbe favorito una guerra sempre più lunga, più sanguinosa e più difficile da concludere. Oggi la richiesta di aprire un negoziato è diventata finalmente parte integrante del discorso politico.
Oggi anche sulla Cina le distanze tra il partito di Conte e le mie aspettative di allora si sono praticamente azzerate.
Negli anni ho sempre rifiutato la logica dei blocchi contrapposti e ho sostenuto che trasformare Pechino nel nuovo nemico sistemico dell’Occidente avrebbe prodotto una nuova guerra fredda dagli effetti devastanti per l’economia europea.
Oggi Conte mantiene un approccio più istituzionale, ma si riavvicina a Pechino richiamando la necessità di difendere gli interessi italiani senza farsi trascinare in una contrapposizione permanente tra potenze.
Sull’Iran le posizioni sono ancora distanti. Negli hanno ho sempre proposto di privilegiare il dialogo rispetto alla politica delle sanzioni come risposta automatica a ogni crisi internazionale. Oggi la posizione di Conte si limita alla convinzione che la diplomazia debba prevalere sull’interventismo a guida USA/Israele.
Infine il punto forse più significativo: i rapporti con gli Stati Uniti e la NATO. Per anni ho combattuto quella che consideravo una crescente subordinazione strategica dell’Europa e dell’Italia alle decisioni di Washington e detto chiaramente di vedere nell’espansione dell’Alleanza Atlantica verso Est uno degli elementi che avevano alimentato la tensione con Mosca e scatenato la sua reazione.
Oggi Conte parla apertamente della necessità di un’autonomia strategica europea e critica l’aumento delle spese militari richiesto dalla NATO. Un po’ poco…
Tutte queste differenze dimostrano il progressivo spostamento del dibattito verso temi che allora erano stati espulsi dalla discussione. Non bastano però a giustificare che sono stato sacrificato perché dicevo cose che oggi, con parole diverse, vengono pronunciate da autorevoli protagonisti della stessa area politica. Non bastano però a giustificare di essere stato trasformato in uno dei capri espiatori di una stagione dominata dalla polarizzazione, nella quale chiunque osasse mettere in discussione la narrazione prevalente veniva prima delegittimato e poi allontanato.
La politica dovrebbe avere il coraggio di confrontarsi con le idee invece di eliminare chi le esprime, perché quando il dissenso viene trattato come un reato, viene processato non soltanto un uomo, ma il diritto stesso di porre domande e fare proposte scomode.
Io e altri l’avevamo detto, oggi ci stanno arrivando in tanti.
Meglio tardi che mai.


