Bibi: ed ora?

In Israele manca la svolta nazional-religiosa annunciata

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I risultati delle elezioni per il rinnovo della 19esima Knesset dovrebbero assicurare un terzo mandato da premier per Benjamin Netanyahu mentre più incerta è la composizione della coalizione di governo che guiderà Israele.
 
Smentiti tutti i sondaggi. I primi dati ufficiali diffusi dalla Commissione elettorale rivelano che la tanto discussa svolta nazional-religiosa dell’elettorato israeliano non si è verificata e la somma delle formazioni di destra arriverebbe a 60 (su 120), contro i 60 seggi della somma delle liste di centro-sinistra. Questa sostanziale parità obbligherà il prossimo premier ad un governo di larghe intese con il centro o anche con la sinistra mentre i partiti ultra-ortodossi potrebbero perdere parte della loro influenza. La direzione che prenderà Israele su alcuni temi come il programma nucleare iraniano o i rapporti con i palestinesi sarà determinata dalla coalizione che  Netanyahu andrà a formare.
I risultati rivelano anche come queste elezioni non siano state dominate dalla politica estera bensì da temi interni, economici innanzitutto. L’esito di queste elezioni, da alcuni definito un voto di protesta contro il governo, non può prescindere dall’analisi delle proteste – contro l’aumento del costo degli affitti, degli alimenti e delle spese per l’educazione - che hanno animato l’estate israeliana del 2011 e influenzato il voto degli elettori.
Resta poi da stabilire il riverbero che le elezioni americane hanno avuto sul voto e quanto abbia pesato il pessimo rapporto Netanyahu-Obama, utilizzato dagli oppositori del premier in campagna elettorale.
 
Netanyahu: una vittoria monca. L’alleanza di destra Likud-Israel Beitenu, formata da Netanyahu e il dimissionario ministro degli Esteri Avigdor Lieberman esce dalle elezioni come il maggior partito, ottenendo 31 dei 120 seggi del Parlamento monocamerale israeliano, 11 in meno rispetto alla Knesset uscente. Un risultato che delude sicuramente Netanyahu che aveva indetto elezioni anticipate - e collaborato con l'ultra-nazionalista Yisrael Beitenu - sperando di costruire una coalizione più forte sortendo forse l'effetto contrario. A favore di Netanyahu non ha giocato nemmeno l’effetto patriottico determinato dagli otto giorni dell’Operazione Pillar of Defence e i razzi lanciati su Israele che avrebbero potuto spostare a destra molti israeliani.
 
L'astro nascente: Yair Lapid. La sorpresa di queste elezioni è il partito centrista Yesh Atid (C’è futuro) di Yair Lapid che si afferma come la seconda forza politica, ottenendo 19 seggi. Lapid, figlio dell’ex ministro della Giustizia del governo Sharon ed ex giornalista televisivo, ha basato la sua campagna elettorale principalmente sui temi di politica interna, rivolgendosi a quella classe media israeliana che aveva animato le proteste di Occupy Tel Aviv per una maggiore giustizia sociale. Riforma del sistema politico e revisione del sistema d’istruzione, fine delle esenzioni e dei sussidi concessi alle comunità ebree ultraortodosse, maggiori aiuti economici per le piccole imprese e la classe media, i principali punti del suo programma di politica interna. Meno articolato e a tratti vago il programma di politica estera. Lapid si è tenuto su posizioni neutrali riguardo a temi come il programma nucleare iraniano, facendo qualche appello alla ripresa dei colloqui con i palestinesi e dicendosi contrario alla divisione di Gerusalemme. Lapid si è già detto pronto ad un governo di coalizione con Netanyahu e i 19 seggi gli assicurano un potere contrattuale che nessuno aveva vaticinato alla vigilia.
 
Il resto del Knesset. Buono (11 seggi) ma inferiore alle aspettative anche il risultato elettorale di Habayit Hayehudi ''Casa Ebraica'' di Naftali Bennett, imprenditore high-tech con un passato nei reparti di élite dell’esercito Sayeret Matkal e immagine del rinnovamento generazionale della nuova destra. Ex collaboratore di Netanyahu, Bennett ha criticato il premier per la mancata invasione della Striscia di Gaza durante la recente crisi. Bennett reputa impossibile una pace con i palestinesi e pertanto sostiene l’estensione degli insediamenti nei Territori occupati e l’annessione del 60% della Cisgiordania (Area C per gli Accordi di Oslo) allo Stato di Israele. 
Meno buono il risultato dei ''Laburisti'' di Shelly Yachimovich che, nonostante la decisione strategica di focalizzare la campagna elettorale sull'economia ignorando quasi completamente gli affari esteri, ottengono solo 15 seggi. Con soli 2 seggi, queste elezioni potrebbero segnare la fine della vita politica di Kadima, il partito centrista formato dall’ ex primo ministro Ariel Sharon nel 2005, che aveva la maggioranza dei seggi nel 2009. Risultato modesto (7 seggi) anche per la nuova formazione di Tzipi Livni, Hatnuah, unico schieramento a concentrarsi sulle questioni palestinesi durante la campagna. 12 i seggi ottenuti dal partito religioso Shas, 6 da Meretz. Tra i partiti arabi: Raam-Taal  5 seggi, Hadash 4 seggi, Balad 3 seggi.
 
Dopo le elezioni, spetta ora al presidente, Shimon Peres, conferire l’incarico al leader che ha maggiori probabilità di formare il nuovo governo (maggioranza di 61 seggi). L’asse Netanyahu-Lapid sembrerebbe al momento la più probabile, ma con all’attivo solo 50 seggi (52 con quelli probabili di Kadima) non sufficientemente ampia per governare. Netanyahu dovrà ora decidere se creare una coalizione con le forze di destra e i partiti religiosi – a cui Lapid è contrario -  o optare per un governo di unità nazionale aperto ai Laburisti e Tzipi Livni.

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