Addio Eurovision: Spagna, Irlanda e Slovenia oscurano Israele

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Addio Eurovision: Spagna, Irlanda e Slovenia oscurano Israele

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L'11 maggio, le emittenti pubbliche di Spagna, Irlanda e Slovenia hanno annunciato che non trasmetteranno l'Eurovision Song Contest di questa settimana, in segno di protesta contro la partecipazione di Israele.

"Per i prossimi 10 giorni, invece del circo dell'Eurovision, il palinsesto televisivo nazionale sarà caratterizzato dalla serie tematica 'Voci di Palestina'", ha annunciato l'emittente slovena RTV.

Tra i documentari e i film in programma figurano Gaza Twins, Come Back to Me, No Other Land, The Voice of Hind Rajab e The Teacher.

L'emittente trasmetterà anche una puntata speciale che esaminerà il dibattito politico ed etico sull'Eurovision, compreso il sistema di votazione del concorso e le argomentazioni a favore e contro il boicottaggio.

L'emittente irlandese RTE trasmetterà invece uno spettacolo comico, mentre la Spagna manderà in onda uno speciale programma musicale durante la competizione, che inizia martedì a Vienna.

Spagna, Irlanda e Slovenia si sono unite a Paesi Bassi e Islanda nel boicottare la competizione a causa della decisione dell'Unione Europea di Radiodiffusione (UER) di consentire a Israele di partecipare, mentre la reputazione globale di Tel Aviv continua a crollare a causa del genocidio in corso a Gaza e dei continui crimini contro l'umanità commessi nel Paese.

Una recente  inchiesta del New York Times (NYT) ha rivelato che Israele ha condotto una campagna coordinata e pluriennale per trasformare l'Eurovision in uno strumento di soft power, spendendo almeno un milione di dollari in marketing, anche attraverso fondi provenienti dall'ufficio Hasbara di Netanyahu, mentre le ambasciate israeliane facevano pressione sulle emittenti europee affinché Tel Aviv mantenesse la sua sede nella competizione.

Questo più ampio crollo di reputazione si verifica mentre i funzionari israeliani investono circa 730 milioni di dollari in Hasbara, la macchina di propaganda globale dello Stato, nel disperato tentativo di invertire il collasso del prestigio culturale e diplomatico di Israele.

Il piano di spesa prevede una massiccia campagna di sensibilizzazione digitale, viaggi di delegazioni all'estero, campagne con influencer, targeting basato sull'intelligenza artificiale e sforzi coordinati per sopprimere i contenuti dissidenti, compresi i materiali che denunciano la portata dei crimini di guerra israeliani.

Secondo gli analisti, è improbabile che le ingenti spese di propaganda di Israele riescano a riparare i danni, poiché l'indignazione globale è alimentata dal genocidio, dalle politiche di apartheid e dalla condotta militare, piuttosto che da una comunicazione inefficace.

Secondo lo studioso di comunicazione Nicholas Cull, la diplomazia pubblica può essere utile solo "marginalmente", perché le persone si formano un'opinione basandosi "sulle politiche concrete, non su quanto bene si riescono a presentare tali politiche".

Nonostante gli enormi sforzi, la reputazione di Israele continua a crollare negli Stati Uniti, dove quasi il 60% dei cittadini ora lo considera sfavorevolmente, poiché le nuove generazioni, l'opposizione a Netanyahu e le pressioni economiche derivanti dalla guerra israelo-americana contro l'Iran stanno determinando un netto cambiamento nell'opinione pubblica.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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