Ucraina-Ungheria: la “guerra dei passaporti” manda puzza di gas

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Ucraina-Ungheria: la “guerra dei passaporti” manda puzza di gas

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di Fabrizio Poggi
 

Guerra dei passaporti tra Ucraina e Ungheria, titola in questi giorni qualche agenzia. Battibecchi tra Budapest e Kiev a proposito di una fantomatica “lista della morte” di cittadini magiari in Ucraina – per lo più, residenti nelle aree della Transcarpazia, dove vive una forte minoranza ungherese - cui Budapest ha concesso il doppio passaporto. Manco a dirlo, la lista è opera del sito nazista “Mirotvorets”, in cui sono finiti tanti antifascisti ucraini (alcuni poi assassinati) o anche non ucraini, accusati di sostenere le Repubbliche popolari del Donbass. Alla mossa ucraina, il Ministro degli esteri ungherese, Péter Szijjártó ha risposto che Budapest “difenderà ogni singolo membro della minoranza ungherese”, ha dichiarato che l'atteggiamento ucraino, diretto allo stravolgimento della composizione nazionale nella regione, ricorda “le più fosche dittature” e ha aggiunto di aver affrontato la questione con Il Dipartimento di stato USA e la NATO.


La questione un po' di tutte le minoranze nazionali che compongono l'Ucraina va avanti da anni; si è ovviamente inasprita dopo il golpe nazista, anche se, a ovest, non ha assunto le proporzioni dell'aggressione militare a est, in gran parte per la diversa consistenza numerica, qui, rispetto al Donbass; ma sembra diventata incandescente dopo l'approvazione da parte della Rada della legge “Sull'istruzione” che, dal 2020 impone l'obbligo della lingua ucraina a tutti i gradi di insegnamento e per tutte le nazionalità del paese. Fino al 2020, le lingue delle varie minoranze (russa, rumena, moldava, polacca, bulgara, ceca, ecc.) potranno insegnarsi solo fino alla 5° classe.


Per ora, tra Budapest e Kiev ci si limita alle ritorsioni diplomatiche. A inizio ottobre, Kiev, dopo i tentativi di far sostituire il console ungherese a Beregovo (per la questione dei passaporti) ne ha annunciato l'espulsione; dopo di che, Budapest ha fatto altrettanto con l'omonimo ucraino in Ungheria. Ma, qualche settimana fa, colonne di blindati ucraini sono stati visti transitare in direzione delle regioni occidentale del paese.


Non è escluso, che dietro la questione dei passaporti ci sia qualcos'altro.


Nel corso della “Settimana energetica” tenutasi a Mosca a inizio mese, Russia, Ungheria e Serbia si sono dette qualcosa, a proposito di gas e questioni energetiche, che non deve esser stato particolarmente gradito a Kiev. Si è innanzitutto parlato, con gli uni, degli investimenti russi nel complesso energetico ungherese e, a quanto afferma newsfront.info, anche del possibile ruolo di “lobby” degli interessi russi nell'area UE da parte di Budapest. Con Belgrado, si è parlato dell'incremento di collaborazione (e di investimenti) tra Gazprom e Nis (Naftna industrija Srbije) e della possibile creazione di una impresa mista con la partecipazione anche di Rosneft e dell'austriaca OMV. Tutte e tre le parti, poi, hanno condannato l'atteggiamento ucraino verso Gazprom e i tentativi di bloccare il “North Stream 2”. L'ungherese Szijjártó si è impegnato a bloccare ogni manovra negativa di Kiev sul fronte UE.


Per parte sua, l'ucraina Ukrtransgas, che si occupa del transito del gas russo verso l'Europa occidentale, ha fatto sapere che nei propri depositi sotterranei sono attualmente stipati 16,3 miliardi mc di gas, pari al 52% delle capacità, sufficienti a superare l'inverno. D'altro canto, Naftogaz ha annunciato il ricorso all'arbitrato internazionale per chiedere a Gazprom 12 miliardi di dollari di “risarcimento” per il danno che l'Ucraina riceverà dall'avvio del “North Stream 2”, il gasdotto che, passando sul fondo del mar Baltico in parallelo al “North Stream”, aggirerà il territorio ucraino, facendo perdere a Kiev gli introiti dai diritti di transito. Secondo calcoli internazionali, le perdite sarebbero di circa 2 miliardi di $ l'anno (3% del PIL). A detta di Petro Poroshenko, quella di Mosca sarebbe più che altro una “manovra politica” per privare Kiev dei fondi necessari alla “propria difesa”, vale a dire a condurre la guerra nel Donbass. Ora, quando le manovre USA e di alcuni paesi europei volte a impedire il “North Stream 2” sono sul punto di infrangersi definitivamente, ecco che Kiev ricorre al “piano B”, nonostante Mosca abbia più volte ribadito l'intenzione di conservare anche il transito attraverso l'Ucraina, se lo riterrà economicamente opportuno. Kiev appare fiduciosa nella sua pretesa di risarcimento, tanto più che lo scorso febbraio la Corte di Stoccolma aveva obbligato Gazprom a versare 4,6 mld $ a Naftogaz per la non completa fornitura delle quantità concordate del gas di transito, anche se la Corte aveva rifiutato la revisione delle tariffe di transito, pretesa da Kiev.


C'è però da dire che quelle di Naftogaz sono pretese abbastanza aleatorie, osserva newsfront.info; non solo perché l'attuale contratto Gazprom-Naftogaz scade a fine 2019, pressoché in contemporanea con l'entrata in servizio del “North Stream 2”, a inizio 2020, ma anche perché la tanto agognata (da Kiev) UE ha stabilito che le linee energetiche ucraine non saranno più controllate da Naftogaz, ma da un nuovo consorzio privato. La ragione appare abbastanza chiara: secondo i dati di Gazprom-export, la domanda di gas naturale russo è in costante crescita, tanto da far supporre che nemmeno le nuove condutture in costruzione - “Turkish Stream” e “North Stream 2” - che aggirano l'Ucraina, insieme a quelle esistenti, saranno in grado di sostenere il volume di transito. Di contro, pochi paesi hanno intenzione di passare al gas di scisto USA, il cui prezzo è di molto superiore a quello del gas naturale russo: la soluzione, è quella di mantenere anche il transito attraverso l'Ucraina, ma affidandolo a una struttura che sia quantomeno più affidabile di Naftogaz.


E' così che anche l'Ungheria ci mette del suo a far la voce grossa con Kiev (quante volta ha già bloccato le avances golpiste verso la NATO!?) e, a proposito di gas, insiste anche sul versante del “Turkish Stream”, chiedendo a Bruxelles di non ostacolarne la realizzazione. Se i paesi dell'Europa settentrionale riceveranno il gas russo attraverso “North Stream” e “North Stream 2”, anche quelli dell'Europa centro-meridionale esigono proprie linee di approvvigionamento: il “Turkish Stream”, appunto. Il solito Szijjártó ha annunciato di di aver raggiunto un accordo con Serbia e Bulgaria per l'ampliamento delle proprie reti, in vista dell'aggancio alla seconda linea del “gasdotto turco”. La prima linea, Russia-Turchia, è stata avviata da Gazprom lo scorso anno attraverso il mar Nero; la seconda, collegherà la Turchia ai paesi dell'Europa meridionale e sud-orientale, per un complesso di 15,7 miliardi di mc l'anno.


Dunque, passaporti o meno, è chiaro come Kiev debba misurare le proprie mosse non solo sul fronte sudorientale, ma anche a occidente.

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