Trump ha vinto le elezioni brandendo lo slogan “America First” e promettendo la fine dell’interventismo militare statunitense. Una narrazione costruita cavalcando il malumore della base MAGA per i costi economici e politici delle operazioni militari oltreoceano.
Al netto dei proclami del presidente, che rivendica, mentendo sfacciatamente, di aver risolto 8 conflitti (confondendosi talvolta anche sui paesi coinvolti), il primo anno di Trump è stato tutt’altro che lineare.Oltre alle minacce di annessione mosse al Canada e ora alla Groenlandia, e alla cattura del presidente democraticamente eletto venezuelano Maduro, gli Stati Uniti hanno condotto numerose operazioni in Africa e Medio Oriente, sostenendo l'offensiva israeliana nei confronti dell’Iran, conducendo operazioni dirette con bombardamenti indiscriminati contro gli Houthi in Yemen, e arrivando persino a bombardare il nordovest della Nigeria. A tutto questo si aggiunge la conversione non solo nominale del Dipartimento della difesa in Dipartimento della guerra; con la promessa di aumentare del 50% il bilancio per la difesa.
Oltre agli interventi militari, dal suo insediamento Trump ha dichiarato guerra commerciale a tutto il mondo: nel corso del 2025 gli Stati Uniti sono passati dall’essere gli alfieri del libero commercio all’utilizzare i dazi come principale strumento coercitivo in politica estera.
L’attuale disputa sulla Groenlandia non ne è che l'ennesima conferma. Il dazio medio verso il mondo è aumentato di cinque volte, passando da circa il 2% a quasi l'11%, con alcuni casi speciali come il Brasile e l’India dove il dazio effettivo (che supera addirittura oltre il 20%) è cresciuto più per motivi politici che economici. L’unico paese che in questi mesi ha tenuto testa agli Stati Uniti è la Cina: dopo un’escalation che aveva portato il dazio reciproco tra i due paesi oltre il 100%, Pechino ha utilizzato il suo controllo delle terre rare prima per ottenere la sospensione di diversi dazi americani e poi per sedersi al tavolo negoziale da una posizione di forza. Altri partner, invece, sono stati arrendevoli, come l'Unione Europea, e sono scesi a patti con Trump, mentre c'è chi sta esplorando in maniera più decisa mercati di sbocco alternativi per ridurre la dipendenza commerciale dagli Stati Uniti. Come dimostrato dal recente accordo commerciale tra UE e Mercosur, o le nuove intese tra Canada e Cina.
A un anno dall’inizio del suo secondo mandato, Trump registra i livelli di popolarità più bassi mai osservati per un presidente statunitense (36%). Con una sola eccezione: il Trump del primo mandato (35%). Il consenso è in rapido calo rispetto all’insediamento, quando era già sotto il 50%.
Per tutti i presidenti degli ultimi vent'anni, il primo anno dall'insediamento si conferma una fase di erosione sistematica del consenso.
Eletto promettendo la fine dell’interventismo americano, Trump ha invece mantenuto un profilo internazionale fortemente aggressivo. Gli Stati Uniti hanno deposto il presidente del Venezuela, sostenuto l’offensiva israeliana contro l’Iran, colpito gli Houthi in Yemen, bombardato il nordovest della Nigeria, arrivando persino a minacciare di intervento diretto la Danimarca, alleato NATO. Una traiettoria che contraddice la narrativa isolazionista, e che mostra come lo slogan “America First” di Trump sia sfociato nell’unilateralismo, non certo nel ritiro dalla scena globale.
Con i dazi gli Stati Uniti hanno abbandonato il ruolo di paladini del libero commercio, usandoli come lo strumento centrale della loro politica estera. Il dazio medio verso il mondo è aumentato di cinque volte, avvicinandosi all’11%, con punte oltre il 20% per paesi come Cina, Brasile e India. L’unica vera resistenza è arrivata da Pechino, che ha sfruttato il controllo sulle terre rare per forzare una de-escalation e negoziare da una posizione di forza.
Sull’immigrazione irregolare Trump può rivendicare una promessa mantenuta. Gli arrivi alla frontiera USA-Messico sono crollati da oltre 2,5 milioni nel 2023 a meno di 200.000 nell’ultimo anno. Se il calo era già iniziato sotto Biden, l’insediamento di Trump ha prodotto un vero tracollo.
La stretta si è estesa anche all’interno del paese: gli arresti con la forza di persone indifese, inumani e violenti dell’ICE sono triplicati e oggi oltre metà dei detenuti non ha nessun precedente penali, sono onesti lavoratori immigrati per motivi economici. Cresce molto anche il numero delle persone morte in custodia.
Un’altra fonte di tensione è stato lo scontro costante con Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, accusato da Trump di non aver tagliato i tassi abbastanza rapidamente. Sullo sfondo un mercato del lavoro in rallentamento e un’inflazione che scende, ma non abbastanza. Nell’ultima settimana, l’apertura di un’indagine del Dipartimento di Giustizia contro Powell ha alimentato il nervosismo sui mercati e riacceso il dibattito sull’indipendenza delle banche centrali.
Il progetto simbolo di prudenza fiscale (il DOGE guidato da Elon Musk) si è chiuso prematuramente, travolto dallo scontro sul bilancio federale. Il “One Big Beautiful Bill Act” ha infatti sancito un’espansione del deficit e una traiettoria del debito sempre più difficile da controllare. Le entrate dai dazi, pur triplicate rispetto al 2024, non bastano a compensare la nuova spesa prevista dall’OBBBA. Anche per questo i mercati prezzano un indebolimento del ruolo del dollaro e della percezione dei titoli di stato americani come beni rifugio.
Trump ha attaccato duramente gli alleati NATO, accusandoli di spendere troppo poco per la difesa, fino a spingerli ad adottare un obiettivo del 5% del PIL entro il 2035 , quasi certamente irraggiungibile e speriamo che sia realmente cosi. Nell'ultimo mese ha poi proposto un forte aumento della spesa militare statunitense, da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari. Per ora si tratta di annunci, ma il segnale è chiaro: alla maggior pressione sugli alleati europei perché "facciano da soli" non corrisponde un ritiro degli Stati Uniti, ma un aumento della loro militarizzazione.
La situazione mondiale grazie a questo multimiliardario viziato che per la seconda volta é stato eletto presidente degli Stati Uniti d'America spendendo 14, o forse più, miliardi di dollari in spot e propaganda, oggi è più instabile dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962.
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
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