Tre lezioni dalle rivolte arabe

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Tre lezioni dalle rivolte arabe

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Tre anni fa, la Tunisia inaugurava un’ondata di proteste che si è poi diffusa nel mondo arabo. Egitto, Libia, Yemen, Bahrain e Siria hanno seguito lo stesso percorso verso la "primavera araba". Il termine si riferisce al desiderio di dignità e libertà di popolazioni oppresse da regimi autoritari, corrotti e brutali.
 
Il resto è storia. La Tunisia oggi si batte solitaria per mantenere viva la speranza di democrazia nella regione. L’Egitto è caduto sotto una dittatura militare che schiaccia ogni inclinazione all’opposizione. La Libia è in subbuglio in un caos distruttivo. La Siria affonda in una guerra civile atroce, le cui metastasi minacciano l'integrità dei suoi vicini libanesi e iracheni.
 
Per gli osservatori, le “primavere arabe” sono finite e stiamo assistendo al ritorno alle vecchie dittature. Niente di più falso secondo Le Monde che ricostruisce i tre anni delle rivolte arabe nella loro complessità in lunga indagine sullo status delle forze in campo. Questa analisi contiene tre riflessioni fondamentali.
 
La prima è la necessità di non giudicare troppo velocemente. Il mondo arabo è in una fase di profondo cambiamento storico. Non tornerà indietro per un semplice motivo: cambia. Nessuno aveva immaginato che la regione si sarebbe trasformata dall’oggi al domani. Di fronte  alla sola opposizione organizzata che non sono state in grado di eliminare - l'Islam  politico, i Fratelli Musulmani - le “forze verticali” hanno resistito ma nulla sarà più come prima. L'aspirazione alla dignità non scomparirà, può essere soppressa temporaneamente, ma non annientata. L'Esercito egiziano, se crede di far rivivere il vecchio regime se ne renderà rapidamente conto. Così come il regime di Damasco che, qualora "vincesse", non sopravviverebbe a lungo alla guerra condotta contro una parte della sua popolazione.
 
La seconda riflessione è di non farsi illusioni circa la capacità degli occidentali di pesare sugli eventi. Questa capacità è limitata. Non è Barack Obama che ha "abbandonato" Hosni Mubarak, sono stati i militari ad aver favorito la sua deposizione per motivi interni. 
Americani ed europei hanno facilitato la caduta di Muammar Gheddafi ma non avevano gli strumenti per controllare ciò che sarebbe accaduto "dopo". Forse l'Occidente, in particolare gli Stati Uniti, hanno mal gestito la crisi in Siria ma erano davvero in grado di agire su un campo frammentato, complesso, pieno di forze oscure?
 
La verità è che il popolo arabo è padrone del suo destino ma -  e questo è il terzo punto -  prigioniero di una guerra di religione, come quelle che l'Europa ha conosciuto nei secoli XVI e XVII. Questa guerra all'interno dell'Islam combacia con le ambizioni di due potenze regionali, l'Arabia Saudita e l'Iran, è favorita dal crollo del vecchio ordine ed è soprattutto la conseguenza della mancanza di forti forze politiche locali in grado di essere portatrici di spirito di riforma e tolleranza. 

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