Tecnodistopia

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Tecnodistopia

 

di Giuseppe Giannini

I soliti noti, Google, Amazon e Microsoft, hanno messo le mani sul settore di cui si straparla: l'intelligenza artificiale. Ancora una volta, essi sono i padroni da cui dipenderanno tutte le realtà, aziendali e statali, che vorranno investire per migliorare la loro efficienza.

L'oligopolio tecnologico conferma la tendenza emersa, in passato, nel mezzo della globalizzazione economica dove, sul finire del secolo scorso, pochi grandi gruppi dettevano legge sopra governi e nazioni, imponendo regole basate, unicamente, sulla competitività, e quindi prive di etica. Sacrificando territori, ambiente e popolazioni.

E' avvenuto, soprattutto, nei settori dell'agrobusiness con il monopolio delle sementi, e della fermaceutica con i brevetti. Qualcosa di simile è alle porte. La mancanza di trasparenza e la sudditanza delle classi dirigenti per il profitto di pochi. Abbiamo a che fare con tecnologie e dispositivi immediatamente operativi, usufruibili da tutti (pensiamo alla messaggistica WhatsApp con I.A. incorporata). Un monopolio, quindi, che impatta direttamente sulle vite, rendendo normali le procedure di acquisizione, estrazione e diffusione di contenuti, che, invece, richiederebbero la supervisione delle autorità governative.

Un conto è l'accessibilità in contesti nei quali già sussiste un patrimonio culturale-esperenziale (conoscitivo), nei quali l' I.A. viene vista come supporto, che aiuta a rendere più facili i compiti. Tutt'altra cosa è la diffusione di strumenti autogenerativi di contenuti sostitutivi delle attività umane. Dai quali bisognerebbe diffidare e prendere le distanze ( i video che riproducono le sembianze di persone e che possono essere utilizzati per gli scopi più diversi, anche per nuocere agli avversari). Una sorta di doppelganger, doppio malefico prestazionale, che appare quasi perfetto, presentabile, ma, in quanto tale, irreale.

Urge, dunque, la regolamentazione seria del settore, onde evitare che possa, con le sue infinite possibilità spingere ancora oltre la disumanizzazione delle vite ( modellate e sconvolte dall'internet delle cose nel quale l'orizzontalità, invece che essere sinonimo di democrazia, è diventata strumento di asservimento e dipendenza). Non meno rilevante è l'impatto ambientale. Le energie richieste dai data center, infatti, comportano l'utilizzo eccessivo di elettricità ed acqua. Alla pari delle tecniche di estrazione delle terre rare o delle monete dei circuiti dei mercati paralleli (le criptovalute) si risolvono in meri consumatori di risorse, determinando, di conseguenza, diffuse emissioni di CO2, impatto climatico sui territori,  desertificazione, ed impoverimento diffuso, E fenomeni estremi, tra i quali ricomprendere anche possibili blackout elettrici causati dal sovraccarico delle reti.

E' del tutto evidente che il tanto decantato progresso sia qualcosa di riservato per pochi eletti, che ne detengono le redini ed agiscono nelle retrovie da manovratori delle esistenze altrui. Anzi, sarà la causa di forme inedite di sfruttamento. Di cacciata degli indesiderati (il controllo intelligente delle frontiere, l'attacco ai migranti e le nuove guerre ipertecnologiche). E di espulsione dal mercato del lavoro di centinaia di milioni di persone. Posti persi e mai più recuperabili, per i quali non è pensata nessuna forma di risarcimento o di sostegno di base al reddito. L'intelligenza artificiale come la risultante della divisione sociale dei (e nei) lavori. Gerarchie, specializzazioni, inasprimento delle differenze sociali. Con la stessa forza-lavoro che la produce, si impegna nell'apprendimento e, alla fine, viene abbandonata al suo destino.

Il sapere condiviso messo a disposizione dei diktat calati dall'alto. I quali impongono, così come avvenuto con internet, la rimodulazione delle produzioni, dei servizi e dei lavori. La nascita di nuove competenze darà luogo a nuovi lavori, che rimarranno in essere sino a quando il mercato lo vorrà. Altre, vecchie mansioni, scompariranno. Il meccanismo di sostituzione sarà ancora più intensivo. Il fine, malgrado l'apparente leggerezza nella esecuzione delle attività, è sempre quello dell'estrazione del plusvalore.

Se nei settori meno qualificati (riguardo alle competenze dei lavoratori ed ai mancati investimenti nelle innovazioni) permangono antiche forme di sfruttamento, con turni, retribuzioni e scarse protezioni sociali, in quelli adattati al cambiamento il plusvalore è determinato dal risparmio di tempo. Ciò non vuol dire che non vi sia assenza di servilismo che, in questi casi, corrisponde alla prestazione che (e)segue i dettami della macchina-mostro intelligente.

Il lavoratore accetta gli ordini e mette a disposizione le sue competenze per garantire i profitti, mentre gli eventuali miglioramenti sono tutti da verificare.  Rimangono contesti (i costi sociali ed ambientali) da sacrificare via via che si scende nella scala dei lavori e le operazioni richiedono manualità a  basso costo. Più le innovazioni sono sofisticate maggiori sono le potenzialità dei dispositivi di indurre alla subordinazione ed al controllo di quanti non riescono ad avere la capacità di districarsi all'interno di un mondo che si autoalimenta da se.

Quando il mezzo della tecnica viene a sostituire l'operatività umana ne elimina, conseguentemente, ogni possibile, futura attività. La vita disciplinata dalla tecnologia rende subumane le esistenze, indottrinate dalle magnifiche sorti progressive delle qualità dei soggetti alieni, che trasformano il tempo, lo spazio, la percezione stessa. L'evoluzione che, da internet all'intelligenza artificiale, diventa qualcosa di strumentale per il dominio. Sorveglianza, controllo da remoto, spersonalizzazione. Tutti connessi ma distanti dal sé e dagli altri. L'assenza come fatto normalizzato dal totalitarismo digitale.

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