Repubblica Democratica del Congo: un paese ricco di risorse devastato da colonialismo e imperialismo

2010
Repubblica Democratica del Congo: un paese ricco di risorse devastato da colonialismo e imperialismo

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Il tragico attentato mortale subìto dall’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, in cui hanno perso la vita anche il carabiniere Luca Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo ha acceso i riflettori sul martoriato paese africano.

La Repubblica Democratica del Congo è un paese devastato dall’imperialismo. Un paese talmente centrale e strategicamente importante che «se l’Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto si troverebbe in Congo», scriveva Frantz Fanon, intellettuale francese di origini caraibiche – rappresentante del movimento terzomondista per la decolonizzazione – autore del saggio ‘I dannati della terra’. Paese altresì ricco di risorse naturali che possiede il 33% dei giacimenti mondiali di cobalto, il 10% delle riserve mondiali di rame, un terzo delle riserve di diamanti, estesi giacimenti di uranio, zinco, manganese e tre quarti delle risorse mondiali di coltan (colombo-tantalite) indispensabile per la fabbricazione di computer, smartphone e di altri strumenti elettronici. Inoltre, nuovi giacimenti di petrolio sono segnalati nell’area protetta del parco nazionale del Virunga. Mentre, l’area di confine a cavallo tra Uganda e Ruanda, che si estende dagli altipiani fino alla Valle del Rift, è considerata dai geologi come uno dei principali serbatoi di minerali dell’intero pianeta, come evidenzia la rivista Limes.

La Repubblica Democratica del Congo è quindi al centro di una fitta trama di interessi economici ed energetici di paesi africani e potenze mondiali guidate esclusivamente da quella che viene definita la geopolitica del cinismo dove non ci sono più in gioco motivazioni ideologiche o strategiche ma bensì esclusivamente interessi di lucro.

Il colonialismo belga

Della nascita del Congo, attribuito arbitrariamente al sovrano del Belgio Leopoldo II, riferisce lo storico e giornalista belga van Reybrouck: «Un primissimo abbozzo del futuro territorio l’aveva elaborato insieme a Stanley, il 7 agosto 1884, nella villa di Ostenda. Stanley spiegò la cartina, molto provvisoria, che aveva disegnato dopo la sua traversata dell’Africa, un foglio in gran parte bianco che riproduceva il fiume Congo con le sue centinaia di villaggi rivieraschi. Fu su quel foglio di carta che il sovrano, insieme a Stanley, tracciò dei segni a matita, con un’arbitrarietà insuperabile. Non c’era un’entità naturale, né una necessità storica o una concezione metafisica secondo la quale gli abitanti di questa regione fossero destinati a diventare compatrioti. C’erano soltanto due uomini bianchi, uno con i baffi e l’altro con la barba, che in un pomeriggio estivo, da qualche parte sulla costa del Mare del Nord, con una matita rossa univano alcune linee su un grande foglio di carta».

Dal colonialismo alla devastazione imperialista

Il paese africano resta sotto il giogo del pesante colonialismo belga fino all’inizio del processo che porta all’indipendenza. Poi il Congo ottenne l’indipendenza dal Belgio nel giugno 1960 con Patrice Lumumba, all’epoca 35enne, come Primo Ministro. Immediatamente però inizia a cadere a pezzi, sotto l’attacco revanscista belga, le pressioni della guerra fredda, la reazione dei colonialisti vicini e le élite congolesi collaborazioniste come Moise Tshombe e Joseph Desire Mobutu.

Il 12 luglio Lumumba e il presidente Kasavubu chiedono al Segretario Generale delle Nazioni Unite Hammarskjold di inviare con urgenza assistenza militare «per proteggere il territorio nazionale del Congo dall’attuale aggressione esterna (il Katanga si era staccato sotto Tshombe con grande sostegno belga). All’inizio di luglio, Dag Hammarskjold, segretario generale delle Nazioni Unite, sottolinea che l’ONUC (la missione ONU, già forte di 3.500 unità, “non era agli ordini del governo [congolese]” né [era] parte di un conflitto interno».

Tuttavia, un tentativo di “schierare truppe nel Katanga all’inizio di agosto fallì” e, più o meno nello stesso periodo, Hammarskjold visitò Elisabethville per incontrare Tshombe. Inoltre, il Segretario Generale decise di restringere ulteriormente il raggio d’azione dell’ONUC. Melber osserva che “di conseguenza, i rapporti cordiali con Lumumba si interrupperò bruscamente”. Lumumba ha ritenuto che Hammarskjold si stesse schierando dalla parte dei belgi e di Tshombe. Quando Lumumba cercò assistenza dall’Unione Sovietica, il presidente Kasavubu lo licenziò da primo ministro il 5 settembre 1960.

Però la legge conferiva al parlamento, e non al presidente, il potere di destituire un primo ministro e il 7 settembre, dopo un discorso energico, Lumumba ottiene il sostegno della Camera dei rappresentanti. Poi, però, entra in scena il colonnello Mobutu, uomo forte dell’esercito, che realizza un golpe.

Patrice Lumumba viene catturato dai soldati di Mobutu e massacrato il 17 gennaio 1961. Il leader non aveva ancora compiuto 36 anni ed era il 201° giorno dell’indipendenza del Congo. Mobutu rimase al potere per oltre 30 anni fino al luglio 1997. La sua presidenza fu segnata da dispotismo, corruzione e completo disinteresse per i bisogni del popolo. Mobutu era sostenuto dalle istituzioni politiche e finanziarie internazionali.

Questo è il passaggio che ci permette di comprendere l’attuale destino della Repubblica Democratica del Congo. Dalla nascita di un progetto di paese indipendente e sovrano l’imperialismo ha portato indietro le lancette della storia di 200 anni quando il Congo con le sue immense risorse naturali doveva alimentare le macchine a vapore dell’Occidente. Oggi invece nulla è cambiato: le risorse naturali congolesi diventano obiettivo di conquista delle grandi multinazionali.

(Articolo già pubblicato su Cumpanis)

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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