Pace senza popolo palestinese: Gaza, Davos e l’architettura giuridica della cleptocrazia
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di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
La cleptocrazia, dal greco klépt, rubare, e krátos, potere, descrive un sistema in cui l’autorità politica viene esercitata per l’appropriazione sistematica delle ricchezze pubbliche da parte di chi governa, consolidando il potere attraverso il furto e preservando al contempo una parvenza di ordine. Ciò che oggi viene avanzato sotto la cosiddetta iniziativa di pace di Donald Trump corrisponde esattamente a questa logica. Si tratta di un progetto istituzionale che segnala il consolidamento di un ordine globale emergente in cui il diritto viene sostituito dalla transazione economica e commerciale, al dominio viene fatto un rebranding, e reso accettabile e ripulito attraverso un linguaggio manageriale e tecnocratico.
Quello che viene presentato come un “Consiglio per la Pace” non è uno strumento di risoluzione dei conflitti, ma un esempio di come il potere oggi operi apertamente in violazione dei vincoli giuridici, dei trattati internazionali e del diritto internazionale. Dimostra come la violenza di massa e il massacro, incluso il genocidio, e la distruzione totale di una terra, possa essere normalizzata e resa fatto irrilevante una volta raggiunti gli obiettivi materiali: la conquista territoriale, la riconfigurazione demografica (genocidio e pulizia etnica) e la svendita della terra e delle risorse a potere e controllo esterno. Tutto ciò è avvenuto non nel segreto, o mascherando le intenzioni, ma sotto gli occhi della comunità internazionale, trasmesso in mondovisione e reso normale nel dibattito politico. In questo momento storico infatti, si dovrebbero rafforzare le istituzioni internazionali e applicare le convenzioni internazionali, invece si va contro il sistema legale, e si accettano le politiche e richieste di chi invece dovrebbe stare in tribunale e giudicato dalla storia.
Il momento più rivelatore non è stato l’eccesso retorico o la messa in scena cerimoniale a Davos, bensì la presentazione di Jared Kushner. Gaza è stata trattata come una tabula rasa per l’immaginazione tecnocratica, ridotta a slide, piani urbanistici, corridoi infrastrutturali e schemi di investimento. I palestinesi, che attendendono di vedere i loro diritti rispettati, e che hanno il diritto al ritorno riconosciuto nelle risoluzioni ONU e il diritto all’autodeterminazione, sancito nel diritto internazionale, non sono stati considerati soggetti politici ne hanno avuto il ruolo che gli spettava. Ma sono stati esclusi, trattati invece, come un vincolo operativo, un problema da gestire, spostare, assorbire o eliminare dall’orizzonte della pianificazione. Un popolo, un problema, da risolvere in una soluzione tecnico-scientifica.
Il progetto avanzato a Davos è privo di mandato, di autorità e di logica. Eppure pretende di riorganizzare la vita territoriale, sociale ed economica di una popolazione che emerge da un genocidio e da una devastazione di dimensioni incalcolabili. Questa riorganizzazione è stata formulata senza partecipazione palestinese, e dunque senza consenso e senza alcuna forma di rappresentanza palestinese. Questo non è peacebuilding, ma la normalizzazione dell’estrazione e della spoliazione post-bellica, travestita da ricostruzione.
Questa epistemologia si allinea perfettamente con il vuoto giuridico del progetto. Il diritto internazionale non consente a una ristretta coalizione di Stati potenti, operanti attraverso o aggirando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di creare un trust guidato da investitori che eserciti poteri quasi fiduciari o amministrativi su un territorio occupato, dove esiste un sistema di apartheid e dove pendono accuse di genocidio sullo Stato occupante, eludendo i quadri giuridici esistenti e marginalizzando la comunità internazionale più ampia.
Il problema esiste, e resta, la Corte Internazionale di Giustizia può accertare la responsabilità degli Stati, ma non dispone di poteri coercitivi. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite può condannare, mobilitare l’opinione pubblica e raccomandare misure, ma non può imporle. L’autorità formale in materia di sanzioni resta nelle mani del Consiglio di Sicurezza, vale a dire dello stesso organo che ha reso possibile questa costruzione. Se i membri permanenti scelgono l’opportunità politica al posto dell’obbligo giuridico, l’ordine che ne risulta non è accidentale, ma il frutto di una scelta deliberata. Voluta. Accettata.
Un nuovo ordine mondiale senza regole e allo sbando.
È per questo che le slide presentate a Davos contano e sono cose gravi. Rivelano una visione del mondo in cui sovranità, autodeterminazione e diritto, vengono trattati come questioni superflue e inconvenienti, questioni negoziabili e subordinati alla logica dell’investimento e della contrattazione geopolitica. La pianificazione procede senza il popolo a cui viene applicata. Le politiche vengono imposte, non negoziate. La governance viene esercitata senza un consenso, senza alcuni forma democratica.
La domanda inevitabile, è brutale nella sua semplicità: per chi è davvero la ricostruzione? Se abitazioni, infrastrutture e governance vengono progettate senza il consenso dei palestinesi, senza affrontare il diritto al ritorno e senza riconoscere la loro soggettività politica, allora ciò che si sta costruendo non è la pace.
È un progetto gestito da altri, per il beneficio di altri.
La pace non è un esercizio di branding, né un portafoglio di investimenti. È una condizione giuridica e politica fondata sull’eguaglianza di fronte alla legge, sul consenso e sull’autodeterminazione.
Qualsiasi processo che escluda i palestinesi dai negoziati, o che riduca i loro diritti a variabili o da risolvere e che tratti la loro esistenza come un problema, non può rivendicare legittimità o credibilità. Ciò a cui assistiamo, è l’esercizio di un potere nudo e crudo, e privo di legittimità. La pianificazione senza il consenso del popolo palestinese, non e’ altro che una cleptocrazia mascherata da governance.
Note biografiche degli autori
*Tawfiq Al-Ghussein è un analista giuridico e di politiche pubbliche specializzato in diritto internazionale, economia politica e questioni di sovranità, occupazione e governance post?bellica. Il suo lavoro esamina criticamente le strutture delle istituzioni internazionali, il lawfare e l’intersezione tra potere, finanza e discorso umanitario, con particolare attenzione alla Palestina.
*Rania Hammad è scrittrice e specializzata in relazioni internazionali e diritti umani. Il suo lavoro si concentra sui diritti del popolo palestinese.

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