Mohamed Fawaz al-Wahidi e il modello israeliano dell’assassinio
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
L’uccisione di Mohamed Fawaz al-Wahidi, figura del Comitato Egiziano per il Soccorso agli abitanti della Striscia di Gaza e responsabile dell’Ufficio dei mukhtar e dei notabili nella sede di Gaza City, non è stata soltanto l’uccisione di un uomo. È parte di un più ampio modello israeliano: la distruzione di coloro che preservano la vita palestinese come relazione, memoria, cura, testimonianza e gioia.
L’uccisione di Mohamed Fawaz al-Wahidi a Gaza non è stata una tragedia isolata, né un’altra morte anonima prodotta dalla macchina della guerra. Appartiene a un modello, e il modello è questo: Israele non uccide soltanto combattenti, uccide le persone che mantengono viva una società, medici, giornalisti, poeti, insegnanti, operatori umanitari, soccorritori, funzionari municipali, organizzatori, bambini, intere famiglie. Uccide il corpo, poi contesta ciò che quel corpo era. Uccide la persona, poi disputa il carattere dell’uccisione. Uccide il civile, poi chiede al mondo di accettare che il vero obiettivo fosse sempre qualcos’altro, qualcun altro.
Non è necessario gonfiarne il titolo per comprendere il senso della sua morte. Al-Wahidi era una figura del Comitato Egiziano per il Soccorso agli abitanti della Striscia di Gaza, responsabile dell’Ufficio dei mukhtar e dei notabili nella sede di Gaza City. Il suo lavoro apparteneva al terreno più fragile e più decisivo della vita civile: la mediazione, le famiglie, i rapporti tra vicini, la riconciliazione sociale, il mantenimento di un tessuto collettivo sotto assedio. La struttura a cui apparteneva aveva inoltre contribuito a organizzare proiezioni pubbliche della partita dei Mondiali tra Egitto e Argentina. In circostanze ordinarie, un gesto simile sarebbe stato banale, quasi invisibile. A Gaza diventa un gesto politico.
Nel contesto del genocidio del popolo palestinese, una proiezione pubblica non è soltanto uno schermo e una folla. È un momento di respiro collettivo, il ripristino, per quanto breve, di un tempo sociale. È un popolo che si raduna attorno alla gioia mentre viene affamato, bombardato, sfollato, massacrato e istruito a credere che la sua unica identità consentita sia la sofferenza umanitaria. Inoltre, lo scopo del genocidio è proprio quello di spazzare via la vita. Constatare che la vita continui, a ogni costo, diventa quindi il più grande affronto ai criminali che perpetrano quel genocidio.
È per questo che l’uccisione conta. Israele ha ucciso un uomo legato a un atto pubblico di gioia palestinese e di appartenenza araba, nel momento in cui l’attaccamento dei palestinesi di Gaza all’Egitto diventava visibile, quando il calcio si trasformava in un momento di unità tra le popolazioni arabe, quando gli assediati apparivano non come vittime, ma come un popolo dotato di memoria, umorismo, lealtà e amore. È questo che Israele non tollera. Non teme soltanto la resistenza all’occupazione. Teme la coerenza sociale palestinese. Teme la folla, il funerale, il canto, la bandiera, la partita, il quartiere, l’archivio e la proiezione pubblica. Teme qualunque cosa provi che i palestinesi restano un popolo e non soltanto una popolazione.
I difensori di Israele si rifugeranno, come sempre, nel vocabolario della selezione degli obiettivi, dell’intelligence, dell’errore e della necessità operativa. Diranno che l’obiettivo previsto era un altro, che la morte è stata sfortunata, che il civile non era l’oggetto dell’attacco. Ma questo linguaggio è moralmente esaurito. Nessuno ci crede più. Tutti abbiamo visto e capito.
Uno Stato che uccide civili su questa scala non può insistere all’infinito che ogni morte civile sia incidentale. Uno Stato che uccide ripetutamente le persone che sostengono la vita pubblica non può fingere che la distruzione della vita pubblica sia un incidente, un errore o un danno collaterale. Quando lo stesso risultato si produce di continuo da decenni, e in modo palese negli ultimi tre anni, diventa politica. E questa politica è genocidaria.
Il modello è leggibile. I giornalisti vengono uccisi perché la testimonianza è pericolosa. I medici vengono uccisi perché la cura interrompe la logica della morte. Gli operatori umanitari vengono uccisi perché il soccorso contraddice l’assedio. Gli insegnanti vengono uccisi perché l’istruzione preserva la continuità. Il futuro. I poeti e gli scrittori vengono uccisi perché la lingua rifiuta la cancellazione, e il loro scopo è la cancellazione. I bambini vengono uccisi perché il futuro stesso deve essere ucciso. Le case vengono distrutte perché la residenza è criminalizzata, e con essa le famiglie. I cimiteri vengono squarciati perché nemmeno i morti devono essere lasciati in pace. I corpi vengono trattenuti perché anche il lutto viene letto come minaccia. Questa non è una sequenza di incidenti, ma una dottrina della distruzione sociale. Di massa. Un genocidio.
La violenza israeliana viene spesso narrata dai media attraverso il linguaggio dell’eccesso, come se il problema fosse la sproporzione, la rabbia, l’istinto di vendetta o la paura esistenziale. Questa descrizione è benevola, imprecisa e ingannevole. Ciò che è in corso non è forza eccessiva, ma forza organizzata contro le strutture dell’esistenza palestinese. Il bersaglio non è soltanto la vita in senso biologico, ma la vita come relazione, memoria, continuità e presenza pubblica. Israele non cerca semplicemente di uccidere i palestinesi, cerca di rendere la società palestinese incapace di riunirsi, narrarsi, seppellirsi, nutrirsi, curarsi, istruirsi o riconoscersi.
È per questo che al-Wahidi non può essere separato dal giornalista, dal medico, dal soccorritore, dall’operatore umanitario, dal bambino. Sono categorie diverse di vittime dentro una sola architettura: quella del genocidio del popolo palestinese, della violenza contro i paesi della regione e dell’espansionismo israeliano.
La domanda è dunque perché sia stato colpito un uomo legato a una struttura egiziana di soccorso e alla mediazione sociale a Gaza. La risposta è: per ciò che quella funzione rappresentava.
L’uomo che lavora con mukhtar, notabili e famiglie preserva il tessuto sociale. La struttura che organizza una proiezione pubblica preserva il tempo comune. Israele attacca queste funzioni perché sono l’infrastruttura di un popolo, e un popolo senza infrastruttura può essere massacrato e poi, per chi resta, amministrato come popolazione o rimosso come problema.
C’è qui una crudeltà che non ha pari. La violenza israeliana insegna ai palestinesi che nessuna sfera è protetta. Non l’ospedale. Non la scuola. Non il campo profughi. Non il convoglio umanitario. Non il giubbotto della stampa. Non il rifugio delle Nazioni Unite. Non la casa. Non la tomba. Non il funerale. Non la proiezione della partita. La lezione viene impartita senza ambiguità: non esiste uno spazio civile in cui la vita palestinese possa apparire in sicurezza. E non esistono nazionalità protette quando si è a fianco del popolo palestinese nella sua giusta causa.
È qui che il paragone di Francesca Albanese con i metodi mafiosi conta, ed è per questo che è più di una formula retorica. È un riconoscimento strutturale. La violenza mafiosa non elimina soltanto gli individui. Punisce le reti di appartenenza. Colpisce i parenti, umilia le famiglie, nega la chiusura del lutto, interrompe il cordoglio e trasforma il dolore in un teatro di dominio. Israele ha assorbito questi metodi nella pratica di uno Stato. Trattiene i corpi. Ritarda le sepolture. Ostacola i funerali. Demolisce le case familiari. Detiene i parenti. Separa le famiglie. Punisce il cerchio attorno all’accusato. Governa attraverso una paura che si irradia dalla vittima verso tutti coloro che l’hanno amata.
Il trattenimento dei corpi enuncia questa logica nel modo più chiaro. Un potere che tiene i morti in cattività non opera nel registro della sicurezza. È ovvio. Non ci sono giustificazioni che reggano. Opera nel registro del dominio. Dice a una famiglia che la morte non libera i palestinesi dal controllo israeliano. Dice a una madre che il suo diritto di seppellire il figlio dipende dalla decisione del potere che lo ha ucciso. Dice a una società che anche il lutto è condizionato. Questi non sono abusi marginali ai bordi del sistema. Sono il sistema che dichiara la propria premessa: sovranità e controllo sulla vita palestinese, sulla morte palestinese e sul dolore palestinese.
La demolizione punitiva delle case segue la stessa premessa. La famiglia viene punita perché al palestinese non è mai consentito essere un individuo portatore di diritti. Viene trattato come un nodo dentro un collettivo sospetto, e sua madre, suo padre, sua moglie, i suoi figli e i suoi vicini diventano estensioni della presunta minaccia. Questa è punizione collettiva vestita da deterrenza, vendetta a cui viene data la grammatica della legge, vita familiare ridefinita come campo di battaglia.
L’uccisione di al-Wahidi sta dentro questa grammatica. La mediazione sociale è un atto di vita civile. Una proiezione pubblica è un atto di vita civile. Israele ha reso la vita civile prendibile di mira. Il raduno diventa una minaccia e la folla diventa una formazione sospetta, per il solo fatto di vivere come comunità. Lo schermo diventa un oggetto politico. L’affetto e il sostegno che Gaza mostra per l’Egitto, per la sua squadra e per i suoi giocatori, diventano qualcosa da rompere e distruggere. Il legame tra Gaza e la regione diventa qualcosa da spezzare, deridere, rendere invisibile. O da punire. Con l’assassinio mirato.
Il progetto israeliano ha sempre dipeso dall’isolamento dei palestinesi gli uni dagli altri e dal mondo circostante. Qualunque prova che Gaza sia amata, ricordata o abbracciata minaccia quell’isolamento alla radice.
È per questo che la partita contava. Qui lo sport non era una fuga dalla politica, ma una sua rivelazione. Mostrava che Gaza, dopo tutto ciò che le è stato inflitto, vive ancora dentro la vita emotiva del mondo arabo. Mostrava che i palestinesi non esistono soltanto nel registro dei bilanci di morte, dei registri degli aiuti e delle bozze di cessate il fuoco. Fanno il tifo, si radunano, scherzano, ricordano e appartengono. Per uno Stato votato alla loro scomparsa, questo è intollerabile, perché la gioia palestinese smentisce la finzione dell’abbandono palestinese e l’aspettativa della resa palestinese.
Letta in questo modo, la violenza espone qualcosa che i suoi autori preferirebbero tenere nascosto. Non è la violenza di uno Stato sicuro di sé. È la violenza di uno Stato che teme che il popolo che sta cercando di cancellare possa ancora apparire davanti al mondo come umano, sociale, amato e vivo. Ogni folla smentisce il progetto della scomparsa. Ogni atto di gioia smentisce la richiesta di resa. Ogni legame regionale smentisce la strategia dell’isolamento.
Un potere certo della propria legittimità non ha bisogno di temere l’uomo che permette a una comunità di guardare una partita.
Questa è la forma più profonda del modello. Un modello fallito.
Quel sistema ora è esposto. Non basta dire che Israele uccide.
Mohamed Fawaz al-Wahidi è stato ucciso in una Gaza che cercava, per la durata di una partita di calcio, di raccogliersi attorno all’Egitto e attorno alla gioia. Quel dettaglio non deve essere ammorbidito fino a diventare una nota a piè di pagina. Israele ha colpito il mondo che rendeva possibile quel raduno. Ha colpito il tessuto sociale. Ha colpito anche il mondo dello sport.
E dunque l’accusa deve essere formulata bene. Israele sta conducendo una guerra contro la capacità dei palestinesi di restare un popolo. Uccide coloro che preservano la vita, registrano la vita, curano la vita e organizzano la vita, e coloro che permettono alla vita, anche solo per novanta minuti, di sembrare qualcosa di più della sopravvivenza. La proiezione pubblica non era un obiettivo militare. Era la prova che Gaza apparteneva ancora al mondo. È questo che la violenza israeliana puntava a uccidere, e tanto il mondo dello sport quanto la FIFA devono fare i conti con questo.


