Le bambine di Minab, ri-uccise da propaganda e femminismo selettivo
di Pasquale Liguori
La mattina del 28 febbraio, intorno alle dieci e quarantacinque ora locale, un missile ha disintegrato la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, città della provincia meridionale di Hormozgan, in Iran. Dentro l'edificio c'erano circa centosettanta alunne tra i sette e i dodici anni, le loro maestre, il personale scolastico. Il bilancio più recente parla di centosessantacinque vittime, quasi tutte bambine.
Provate adesso a fare un esercizio mentale. Immaginate che la stessa scena - le stesse macerie, lo stesso numero di corpi e frammenti giovanili estratti dal cemento - si fosse consumata in un Paese diverso. Immaginate che il missile non fosse americano o israeliano, ma russo o iraniano e che la scuola non sorgesse a Minab ma a Kiev o a Tel Aviv. Le prime pagine dei giornali europei avrebbero ospitato fotografie a tutta pagina. Le dirette televisive sarebbero andate avanti per giorni. I capi di governo si sarebbero precipitati ai microfoni per parlare di barbarie, di crimine contro l'umanità, di obbligo morale di risposta. Invece, le bambine di Minab hanno ricevuto dall'Occidente qualcosa di diverso: qualche minuscolo cenno o, peggio, il dubbio.
Nelle stesse ore in cui i soccorritori estraevano corpi dalle rovine a mani nude, sui social network è stata fatta circolare una fotografia. Mostrava la scia causata dal lancio fallito di un missile che sarebbe andato poi a schiantarsi sulla scuola. La didascalia che l'accompagnava - amplificata con efficacia da account allineati alle narrative pro-israeliane e di opposizione a Teheran - era semplice e micidiale: non erano stati gli americani o gli israeliani. Era un razzo delle Guardie della Rivoluzione Islamica caduto su sé stesso per malfunzionamento. La strage, in sostanza, non esisteva come crimine dell'Occidente.
La bufala è stata smontata nel giro di ore. La rete globale di analisti OSINT - Open Source Intelligence, la disciplina che applica metodi forensi alle immagini e ai dati pubblicamente disponibili - ha geolocalizzato quella fotografia con precisione chirurgica. Le coordinate corrispondevano non a Minab, nel sud dell'Iran, bensì alla città di Zanjan, nella provincia nord-occidentale omonima: più di mille chilometri di distanza. Un'immagine ripescata chissà quando, chissà dove, montata con disinvoltura su una strage reale per trasformare le vittime in propaganda. Gli analisti, il cui operato è ampiamente documentato in resoconti pubblicati in rete, hanno dimostrato la dissonanza geografica punto per punto, edificio per edificio. Nessun organo giornalistico di rilievo, dopo la confutazione, ha potuto sostenere la versione del razzo iraniano. Eppure, qualcuno ci ha provato maldestramente, sapendo di mentire. Ci sono “giornalisti” e “opinionisti” che quella menzogna continuano ad alimentarla ancora oggi, senza che gliene importi nulla delle centosessantacinque bambine che quella menzogna serve a coprire. Non hanno scusanti tecniche: hanno fatto una scelta deliberatamente immorale.
Esiste, nell'informazione occidentale, una gerarchia implicita delle vittime. Non dichiarata in nessun manuale, si manifesta con la puntualità di una legge fisica ogni volta che un conflitto varca determinate frontiere geografiche e ideologiche. Le bambine ucraine colpite dai missili russi sono vittime assolute, immediatamente e universalmente riconoscibili come tali, portatrici di un'umanità che non ha bisogno di essere dimostrata. Le bambine iraniane colpite dai missili americani e israeliani hanno bisogno, prima di tutto, di essere verificate, relativizzate.
C'è una paradossale inversione nell'interesse occidentale verso le donne iraniane. Quando si tratta di biancheria intima, di capelli scoperti, del coraggio di rimuovere il velo nelle piazze di Teheran sfidando la polizia morale, l'Europa si commuove, si mobilita, dedica prime pagine e servizi televisivi. Le donne iraniane, in quei momenti, diventano l'incarnazione della lotta universale per la libertà, il simbolo vivente della resistenza contro il totalitarismo teocratico. Il loro corpo, sottratto all’hijab, diventa un manifesto politico che tutto l'Occidente progressista è lieto di appendere nelle proprie bacheche digitali.
Ma quando quel corpo - o i corpi dilaniati di ben oltre cento bambine che quelle donne avrebbero potuto diventare - viene sepolto sotto le macerie di una scuola elementare da un missile americano o israeliano, l'interesse svanisce con la stessa rapidità con cui era apparso. O peggio, si trasforma in scetticismo, in ricerca affannosa di alternative narrative pur di non dover affrontare l'evidenza scomoda di una strage perpetrata dall’alleanza guidata da soggetti fortemente sospetti di pedofilia e acclarati professionisti di genocidio. Questa non è informazione, è pura propaganda.
Al tempo stesso, si evidenzia l'uso strumentale della sofferenza femminile iraniana da parte di quell'Occidente liberal-progressista che ha fatto del motto donna vita libertà una bandiera da sventolare quando costa niente e da ripiegare in fretta quando costa qualcosa.
Il motto, a Minab, si è rovesciato su sé stesso con una brutalità che dovrebbe fare vergogna. Donna: centosessantacinque bambine sepolte sotto il cemento e l'empatia universale si è scoperta geograficamente condizionata. Vita: spezzata da un missile imperialsionista e la reazione è stata dubbio, bufale, titoli prudenti e timide notizie. Libertà: quella di morire nella scuola sbagliata, nel Paese sbagliato, per mano di chi non si processa.
Le bambine della Shajareh Tayyebeh avevano un diritto alla vita molto più urgente di qualunque diritto per cui l'Occidente liberal-progressista si batte quando fa comodo. Il fatto che quel diritto sia stato spezzato senza che media e governi occidentali provassero anche solo il decimo della reazione che avrebbero riservato a vittime geopoliticamente più convenienti non è un'omissione: è sistema. Un doppiopesismo che, applicato ai corpi delle bambine morte, assume i connotati del suprematismo, del razzismo morale. È una vergogna che dovrebbe toglierci il sonno. Non ce lo toglie e questa è la vergogna definitiva.

1.gif)
