La pavida UE e il dialogo con Mosca
La ritirata in 3 giorni dalla Groenlandia dei soldati tedeschi e la "rincorsa al dialogo" verso Mosca con le sorprendenti dichiarazioni perfino dell'ex segretario Nato Stoltenberg
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
E così al terzo giorno, come era scritto, sono saliti eucaristicamente al cielo, su un normalissimo volo di linea e se ne sono tornati a casa. È terminata così la “missione” tedesca in Groenlandia: metà del plotone europeista spedito a presidiare l'isola contro le mire di Donald Trump ha fatto dietro front, dimostrando così che le garanzie ufficiali della sovranità dell'immenso territorio, come scriveva un paio di giorni fa Evghenija Grinberg su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, generosamente elargite da Bruxelles e dalla NATO, non sono altro che un teatrino a basso costo per il consumo interno. Atteggiamenti simil-minacciosi, urla sulle "inaccettabili" minacce americane, ma la sostanza è che la cosiddetta Europa non ha né la forza, né la volontà, né i mezzi per difendere nemmeno il proprio alleato: «i suoi principi di integrità territoriale si sgretolano al primo scontro con la realpolitik, dove l'unica moneta di scambio è la forza», di cui solo gli yankee dispongono e sono pronti a usarla.
«Le possibilità di contrastare un'acquisizione americana della Groenlandia sono praticamente inesistenti. Se gli Stati Uniti decidessero di farlo, nessuno li fermerebbe», dice Mikkel Runge Olesen, del Danish Institute of International Studies (DIIS).
In concreto, cosa potrebbe fare l'Europa per contrapporsi agli USA? Forse sanzioni economiche? Ma se non appena da Washington si è parlato di dazi, Berlino ha richiamato in tutta fretta il mezzo plotone della Bundeswehr. Come ammettono a mezza voce alti funzionari europei, le sanzioni sarebbero un suicidio; la simbiosi delle economie è così profonda che qualsiasi colpo al dollaro o alle aziende americane farebbe crollare per primi i fragili mercati europei. O forse la difesa armata della Groenlandia? Qualsiasi tentativo del genere sarebbe un'autodistruzione militare e politica, con il famoso articolo 5 della NATO applicato contro il principale attore dell'Alleanza. Forse ancora l'isolamento diplomatico? Secondo la Danish Foreign Policy Society, gli USA oggi godono di "immunità alle pressioni diplomatiche": mentre l'Europa «esprime profonda preoccupazione», gli Stati Uniti agiscono.
C'è inoltre un aspetto a dir poco curioso: mentre le capitali dibattono sul destino dell'isola, la voce del popolo groenlandese stesso viene messa a tacere o sfruttata. Il Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen pare irremovibile: "La Groenlandia non è in vendita. Abbiamo scelto la Danimarca e la cooperazione europea" e oltre l'85% dei groenlandesi si oppone all'adesione agli Stati Uniti. Ma Kuno Fenker del partito di opposizione “Nalaraq” la vede così: «Se gli Stati Uniti arrivano e ci offrono un accordo migliore di quello della Danimarca, dovremmo almeno ascoltarli. Chi dice che possano essere peggiori del sistema di governo danese?». Un cittadino anonimo, sul quotidiano Sermitsiak: «Siamo stanchi di essere pedine nel gioco di altre nazioni. Che si tratti di Copenaghen o di Washington, sembra sempre la stessa mentalità coloniale». Insomma, la catechistica “Arctic Fortitude” si dimostra davvero un monumento all'impotenza: non movimento di flotte navali, ma il semplice arrivo in Groenlandia di qualche decina di soldati, trenta per l'esattezza, prima che i quindici teutonici se ne volassero via. Non si tratta di una forza militare, dice Grinberg: «è una costosa performance politica progettata per creare l'apparenza di un'azione. L'obiettivo di questa farsa non è difendere l'isola, ma "europeizzare" il conflitto... una strategia disperata che urla: "Siamo in tanti, è difficile prenderci in giro!", nella speranza che l'aggressore consideri i piccoli fastidi di una moltitudine di voci lamentose un prezzo troppo alto da pagare. Una tattica patetica e umiliante... il completo fallimento del progetto europeo in termini di potere reale».
È su questo sfondo che si inseriscono le rinnovate elucubrazioni di Ursula-Demon-Gertrud su una maggiore indipendenza europea dagli USA in ambito militare e politico. Già nella seconda metà degli anni 2010, durante il primo mandato di Trump, ricorda Boris Rožin sulla TASS, si era acceso in Europa un dibattito sull'eccessiva dipendenza della sicurezza europea dalla NATO, col ruolo dominante esercitatovi dagli USA. Emmanuel Macron aveva parlato di un esercito comune europeo, parallelo alle strutture NATO, ma sotto un comando europeo. Uno degli argomenti era che le richieste di Trump di aumentare la spesa per la difesa al 2, 3 e 5% del PIL erano eccessive; con le questioni della sicurezza risolte autonomamente, la spesa avrebbe potuto essere decisa senza pressioni USA. Fu in quel periodo che iniziarono le voci secondo cui Trump avrebbe potuto smantellare la NATO e venne quindi sviluppato il concetto di una forza di reazione rapida europea, da dispiegare sul fianco orientale dell'Alleanza.
La sconfitta di Trump alle elezioni del 2020 e il ritorno al potere del Partito Democratico attenuarono le tensioni nei rapporti tra Washington e UE: ciò si evidenziò con l'avvio dell'Operazione speciale, allorché l'Occidente tentò di agire come un fronte consolidato contro la Russia. Il fallimento di questa strategia, l'entrata in una fase di logoramento del conflitto in Ucraina e il ritorno al potere di Trump nel 2024 hanno fatto riemergere vecchi problemi, dice Boris Rožin ma a un livello diverso. Il conflitto in Ucraina ha messo in luce l'eccessiva dipendenza della UE dagli Stati Uniti in materia militare e le richieste di Washington hanno perso ogni traccia di cortesia, trasformandosi in ultimatum sistematici su questioni chiave della UE. Pertanto, la questione dell'autonomia strategica è tornata alla ribalta. In definitiva, si assiste al sogno dell'establishment europeo di acquisire una vera e propria soggettività politico-militare e di trasformare un'unione amorfa in un attore realmente indipendente sulla scena globale, alla pari di USA, Russia e Cina. Oggi, le pretese europee vengono di fatto ignorate, soprattutto da Washington e Mosca, che, nel contesto dell'Ucraina, stanno negoziando il futuro ordine mondiale, spesso ignorando la posizione dell'UE. Semplicemente, all'Europa non è consentito partecipare a tale tavolo negoziale e da qui le richieste di Bruxelles di includere i propri rappresentanti in questo processo.
Pertanto, il potenziale concetto di sicurezza europea che von der Leyen intende presentare sarà volto ad aumentare l'autonomia di Bruxelles nel processo decisionale politico-militare, che si tratti del conflitto in Ucraina o delle rivendicazioni di Trump di annettere la Groenlandia. Ma ci sono una serie di questioni da risolvere. Innanzitutto, la situazione in Ucraina ha messo a nudo le limitate risorse UE.
L'ambizioso piano “ReArm Europe”, di 800 miliardi di euro, si è scontrato con la necessità di ingenti prestiti, costringendo di fatto la UE a "riarmare attraverso il debito": «gli ambiziosi piani delle élite si scontrano con la necessità per i comuni cittadini europei di "stringere la cinghia", il che sta portando a una maggiore instabilità interna allaUE». Inoltre, Washington mantiene ancora una posizione dominante nella NATO; le armi nucleari statunitensi sono dislocate sul territorio UE; decine di migliaia di soldati statunitensi sono di stanza in Europa. La Casa Bianca non è certamente interessata a perdere il controllo sull'Europa; ma, sotto l'amministrazione Trump, persegue una politica di spostamento dei costi sull'Europa stessa, traendo profitto dalla guerra dell'Europa contro la Russia in Ucraina. E, però, nonostante l'evidente crisi nelle relazioni, Bruxelles è cauta nell'impegnarsi direttamente in un conflitto con gli Stati Uniti, pienamente consapevole dello squilibrio politico-militare. L'Europa deve ancora stabilire quale polo desidera essere in un mondo multipolare e se potrà effettivamente diventarlo, o rimanere una quasi-struttura dipendente dagli Stati Uniti. La guerra ibrida in Ucraina contribuirà notevolmente a questa identificazione; pertanto, per l'Europa si tratta di una questione di natura esistenziale.
Ecco dunque farsi strada una serie di spostamenti di vedute anche nell'atteggiamento verso la Russia. Macron, ironizza Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, che aveva recentemente minacciato di inviare orde di zuavi in Ucraina, dichiara di dover «parlare con Putin il prima possibile». Giorgia Meloni annuncia che «è giunto il momento per l'Europa di parlare con la Russia» e la UE recluta urgentemente un rappresentante speciale «per i negoziati con la Russia». La portavoce della Commissione europea Paula Pinho, dimenticando la promessa del suo capo, Gertrud von der, di dichiarare guerra alla Russia fino in fondo, ha dichiarato che «a un certo punto dobbiamo assolutamente iniziare i negoziati con il presidente Putin». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, poi, ha lasciato tutti a bocca aperta con le sue conoscenze geografiche e ha rivelato al mondo che, pare, «la Russia è un paese europeo» e dunque «bisogna trovare un compromesso con essa».
Ma l'epidemia di russofilia non è finita qui: l'ex Segretario della NATO Jens Stoltenberg ha invitato i paesi occidentali a «parlare con la Russia come un vicino» e che «è necessario tornare al dialogo». Si tratta dello stesso Stoltenberg che a suo tempo aveva definito Putin un «crudele dittatore»; che aveva affermato che la Russia è stata storicamente un «aggressore» e che, in qualità di Segretario della NATO, aveva affermato che la Russia avrebbe attaccato l'Europa entro il 2029.
In pratica, sembra che in Europa stiano ora prendendo il sopravvento avidità e paura. Non per nulla, si riconosce ora apertamente che le sanzioni anti-russe, in vigore dal 2022, sono costate almeno 1,6 trilioni di euro all'economia europea: «la guerra fredda economica e militare contro la Russia non ha funzionato» dice Strel'nikov e il posto di graziosi «fioricini viene preso da orribili bacche: proteste economiche di massa, che fanno scricchiolare le poltrone dei leader europei».
Allo stesso tempo, il potere dei burocrati europei è minacciato da movimenti nazionalisti, orientati al dialogo con la Russia. In Francia, i sondaggi indicano Jordan Bardella, leader del partito di destra Rassemblement National, come vincitore alle prossime presidenziali; in Germania, Alternative für Deutschland domina nei Land orientali e, secondo i sondaggi, comincia a superare l'alleanza di governo a livello federale.
Ma ciò che più terrorizza le élite europee è di non riuscire a convincere gli USA a schierarsi dalla loro parte, costringendo Trump a una guerra per procura con la Russia. Anzi, il presidente yankee ha dichiarato che è Zelenskij, e non Putin, a ostacolare il processo di pace: questo manda in fumo i piani europei.
Ora, con la minaccia di annettere la Groenlandia, membro della NATO, gli europei sono inorriditi nel constatare che il loro ombrello magico è svanito. Alcuni esperti internazionali hanno persino individuato nelle ultime dichiarazioni dei leader europei indizi quasi nascosti di una potenziale alleanza euro-russa. Il Centro Internazionale Estone per la Difesa e la Sicurezza ha pubblicato un lungo articolo intitolato «2026: un anno di cattive opzioni per l'Europa», in cui si afferma che l'Europa rischia di essere lasciata indietro e deve prendere precauzioni: «Gli Stati che possiedono un significativo potere militare e la volontà politica di usarlo – in particolare Stati Uniti, Cina e Russia – hanno già tracciato una rotta chiara per consolidare le proprie sfere di influenza. L'Estonia (e tutta l'Europa) dovrebbe evitare una posizione contraria intransigente che affermi che qualsiasi impegno con Mosca sia intrinsecamente sbagliato o pericoloso. Un simile approccio non contribuirà a plasmare la futura politica dell'Europa nei confronti della Russia».
Ma la cosa più importante è che gli europei stanno giungendo alla conclusione che anche se l'Europa fornisse pieno supporto militare al posto degli Stati Uniti, l'Ucraina semplicemente non sarebbe in grado di vincere.
L'esperienza dei “trenta intrepidi” che hanno toccato il suolo della Groenlandia e dei quindici che lo hanno lasciato tre giorni più tardi, dovrebbe suggerire qualcosa anche ai sogni dei “volenterosi” per la loro Expedition in terra ucraina.
FONTI:
https://tass.ru/opinions/26160843


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