La Nato ha scelto il prossimo fronte contro la Russia

Armenia al bivio: elezioni, corridoio “TRIPP” e la nuova partita tra USA e Russia nel Caucaso

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La Nato ha scelto il prossimo fronte contro la Russia

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Tra le Repubbliche del Caucaso ex sovietico incombe un pericolo di svolta dittatoriale. Al momento, l'allarme riguarda più da vicino l'Armenia di Nikol Pašinjan, dove tra una decina di giorni si terranno le elezioni parlamentari, in cui non è così sicura la vittoria delle forze che fanno capo al primo ministro. Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze.

Le forze democratiche mondiali sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”. Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.

Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%. Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull'importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali. Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale». Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».

Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all'usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile». Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l'Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all'Azerbajdžan, con l'obiettivo di accerchiare l'Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.

I timori di Moskva non sono d'altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l'orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol'skaja Pravda: «non possiamo più considerare l'Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l'Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l'idea che la Russia sia praticamente per l'Armenia un nemico storico». Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l'Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull'import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”.

Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.

Si può spiegare in quest'ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un'ora, senza nemmeno uscire dall'aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla "cooperazione strategica", che orientano il paese verso Occidente. Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall'attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall'attuale primo ministro.

Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate. L'intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all'élite al potere vengono etichettate come "agenti del Cremlino", con relativi procedimenti penali a loro carico. L'Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».

Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell'accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell'avvio del "TRIPP”, dice che se l'Occidente, con l'aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall'Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell'intero Grande Medio Oriente e dell'Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran. Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell'aggressione yankee-sionista all'Iran, che l'utilizzo della "rotta Trump" da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l'Armenia, dato che l'infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran. Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l'Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l'Armenia?».

I media di Pašinjan alimentano l'isteria riguardo alle presunte "azioni ostili" della Russia volte a interferire negli affari interni dell'Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell'amicizia e dell'alleanza con la Russia, a favore dell'Occidente e dell'Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell'attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall'Armenia e dall'intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA». Ecco dunque che Erevan ha sospeso l'adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera. È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un'importanza colossale sia per l'Armenia, sia anche, in un certo senso, per l'intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull'Iran.

In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all'Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell'Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari. Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l'attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d'Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l'Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l'Armenia a negoziare con l'Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.

Tra i vicini dell'Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L'Occidente è ora molto interessato all'Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull'Iran. Ecco quanto è “fortunata” l'Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l'Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia? La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas. E l'Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l'interesse occidentale per l'Armenia sia in gran parte anti-russo. E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l'Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall'Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l'Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.

Dunque, democratici e anti-dittatoriali d'Europa e d'America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un argine potente contro l'aggressione russa.

 

Fonti:

 

https://politnavigator.news/armyanskijj-titanik-uzhe-naporolsya-na-ajjsberg-Pašinjan-i-manevriruet-mezhdu-gruzinskim-i-ukrainskim-scenariyami.html

https://politnavigator.news/Pašinjan-mozhet-vtyanut-armeniyu-v-vojjnu-za-tripper-dlya-barmaleev.html

https://politnavigator.news/nikakie-vlozheniya-v-armeniyu-uzhe-ne-vernut-erevan-na-prorossijjskijj-kurs-vostokoved.html

https://politnavigator.news/budet-kak-s-ukrainojj-dlya-chego-zapadu-nuzhna-pobeda-Pašinjana.html

https://politnavigator.news/armyanskijj-politik-vse-dejjstviya-khunty-Pašinjana-nosyat-antirossijjskijj-kharakter.html

https://ria.ru/20260528/armeniya-2095144422.html

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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