La cultura della sorveglianza nell'ordine post-orwelliano

Accanto al nostro io, esiste oggi un altro sé elettronico, che è di proprietà pubblica

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La cultura della sorveglianza nell'ordine post-orwelliano

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Le rivelazioni di Chelsea Manning, Jeremy Hammond e Edward Snowden, scrive Henry Giroux sul sito truth-out, circa le attività di spionaggio del governo rendono quanto mai attuale rivitalizzare l’orwelliana “favola” 1984. Anche se la realtà ha ormai superato il racconto di Orwell, il quale in forma narrativa offriva ai suoi lettori un messaggio: la privacy, come virtù civile e diritto individuale, non doveva più essere considerato un valore attraverso il quale misurare quanto sana e robusta fosse la democrazia. 
 
Ma la realtà è andata ben oltre il romanzo: siamo figli di un’epoca in cui vige l’amnesia storica, sostiene Giroux, in cui vige un ordine neo-liberale nel quale il diritto alla privacy è stato schiacciato dalle seduzioni di una cultura narcisistica il capitalismo ha portato le persone a guardare alle relazioni come se si trattasse di una transazione commerciale, rendendo ogni aspetto della nostra vita visibile e soggetto alla manipolazione dei dati. 
 
In un mondo in cui parole come cura, compassione e protezione vengono continuamente svuotate di significato, la privacy non è più collegata e resuscitato attraverso la sua connessione alla vita pubblica. In un mondo in cui i peggiori eccessi del capitalismo scivolano via nell’indifferenza, il concetto di privacy di amnesia storica: ecco che la cultura perde il suo ruolo di testimone della memoria pubblica. In un’ordine sociale in cui un’etica guidata dal consumismo rende impossibile il riconoscimento di interessi e finalità comuni e favorisce, l’indifferenza collettiva permette il radicarsi di uno stato di sorveglianza perenne. 
 
Essere monitorati, controllati, spiati è diventata una caratteristica della nostra vita quotidiana. Per questa ragione si può parlare di una cultura della sorveglianza, non riducendo il dibattito soltanto al tema delle violazioni, pur gravi, commesse dallo stato violatore delle liebrtà. In questo senso si è compiuto un passo avanti rispetto a quanto narrato da Orwell: lo stato-sorveglianza non è più solo uno stato che ascolta, guarda e raccoglie montagne di informazioni per le miniere di dati necessari a identificare le preferenze del consumatore. Questo stato attua una sottile acculturazione del pubblico spingendolo ad accettare l’intromissione delle tecnologie e di valori mercificati in tutti gli aspetti della loro vita. 
 
Le informazioni private sono volontariamente consegnate ai social media e ad altri siti web posseduti da aziende: proprio mentre le persone si spostano da un sito all’altro, rinunciano alla privacy e alla loro libertà, felici di fare shopping on-line. Le nuove tecnologie e i social network simulano false nozioni di comunità in cui i giovani sono parte di una cultura della sicurezza e della mercificazione in cui le loro identità, valori e desideri assumono valore solo in quanto esprimono preferenze da mercificare. 
 
Oggi, accanto al nostro io, esiste un altro sé elettronico, creato in parte da noi in parte dagli altri: questo electronic-self è divenuto di fatto di proprietà pubblica, posseduta principalmente da aziende-raccatta-dati, che le utilizzano per scopi commerciali. Ora, grazie anche a Snowden, sappiamo che anche il governo sta allungando le mani su queste aziende per le sue finalità. 
 
Dove ci porta questa cultura? Al di là della violazione della privacy, la società è soggetta ad un potere arbitrario che non è più interessata a contestare. Ed è proprio l’esistenza di questo potere incontrollato e di una cultura sempre più indifferente verso la politica a mettere a rischio principi di libertà, fondamentali per la sopravvivenza della democrazia. L’aver creato una cultura che banalizza, celebra e legittima l’idea di essere continuamente osservati, ha fatto sì che questo comportamento sia ritenuto ragionevole e indiscusso. Basta pensare a forme di intrattenimento come “Grande Fratello” e “Undercover Boss”: se è giusto guardare una persona 24 ore su 24 con finalità di divertimento, vuoi che le persone non accettino di essere spiate per esigenze legate alla sicurezza nazionale?
 
Una volta si parlava di modernità nel senso di promuovere ideali di giustizia, uguaglianza, libertà, e democrazia. L’investimento nei beni pubblici era elemento centrale di un contratto sociale che poggiava sull’idea che tutti i cittadini dovessero avere accesso disposizioni, risorse, istituzioni, benefici che espandesse un senso di responsabilità sociale. La nuova modernità e la sua crescente necessità di sorvegliare subordinano bisogni umani, beni pubblici e giustizia alle esigenze del commercio e all’accumulazione del capitale, ad ogni costo. 
 
Il cittadino moderno, conclude Giroux, è prima di tutto un consumatore e un’imprenditore che ha sposato la convinzione che le caratteristiche più desiderabili dell’essere umano sono radicate in una tendenza di fondo verso comportamenti competitivi, avidi e unicamente egoisti, che divengono fatto centrale della vita sociale umana.

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