Il vicolo cieco della coalizione Epstein

Mentre il Sud Globale avanza, l'élite atlantista si sgretola sotto il peso dei propri scandali. Come un sistema di potere fondato sul ricatto ha perso la bussola strategica.

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Il vicolo cieco della coalizione Epstein

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di Alex Marsaglia

 

Mentre si fa un gran discutere della salute psichiatrica del Presidente americano Trump, senza interrogarsi sulle ragioni strutturali che portano per la seconda volta consecutiva al vertice militare della “più antica democrazia del mondo” un uomo in cattive condizioni di salute mentale, nella giornata del 4 Maggio si è seriamente rischiata la ripresa dei bombardamenti contro Teheran.

La false flag escogitata dagli Emirati Arabi Uniti è partita con una serie di allarmi lanciati e l’accusa all’Iran di aver ripreso i bombardamenti. Nel giro di poche ore è arrivata la rapida smentita da parte del comando militare iraniano che ha confermato di aver lanciato solo colpi di avvertimento e di aver esercitato il controllo dello Stretto di Hormuz come legittima risposta secondo il diritto internazionale. L’escalation per fortuna non c’è stata, ma la vera ragione non è stata che qualcuno abbia creduto o meno alle parole iraniane, bensì la profonda spaccatura che si è aperta ancora una volta tra gli “alleati” americani e sionisti del Golfo.

L’unica cosa che ha realmente impedito che andasse in porto la false flag emiratina è che l’Impero decadente americano finanziariamente non riesce a reggere le guerre che è costretto ad aprire. L’Impero del caos apre le guerre per sopravvivenza, ma le mantiene per periodi ormai brevissimi, essendo un impero in bancarotta, ed è proprio per questo motivo che mette in appalto ai servi i vari fronti aperti che non può chiudere. Così gli Stati Uniti dall’Operazione Epic Fury di bombardamento indiscriminato dell’Iran sovrano sono passati nel giro di poco meno di due mesi all’Operazione Project Freedom nello Stretto di Hormuz, durata meno di due giorni.  E lo hanno fatto essenzialmente per rattoppare il danno arrecato all’intero Occidente con l’ultima operazione di caos senza strategia in Iran. Già, perché le mirabolanti imprese della cricca sionista e neocon miravano ad espropriare le risorse iraniane, ma hanno finito per escludere uno dei più importanti snodi mondiali dalle rotte commerciali occidentali. In definitiva c’è stata una importante ridefinizione strategica dell’assalto imperialista, passato dal “conquistiamo il petrolio” di Lindsay Graham, al “liberiamo Hormuz” che però era già libero. La Coalizione Epstein è dunque nel Vietnam scatenato dalI’Iran e dai suoi alleati sino-russi: la guerra l’hanno iniziata loro, ma come promesso dalla controparte è diventata regionale e la loro fine la sta decidendo l’alleanza Teheran-Mosca-Pechino dei BRICS, dove emergono le vere potenze egemoni dell’area intente a scardinare il Washington Consensus. Se le parole contano ancora qualcosa e non sono mero chiacchiericcio schizoide da tweet compulsivo, il fatto che Trump sia ossessionato dal cambiare nome alle cartine geografiche mentre l’Iran intervenga nella realtà concreta per ricordare a tutti perché il Golfo Persico si chiami così, ci ricorda a che cosa andiamo incontro come Occidente collettivo. La diplomazia di guerra del Ministro degli Esteri iraniano Araghchi è iniziata proprio a partire dagli Stati del Golfo non appena i bombardieri americani sono stati scacciati dai cieli. Nel giro di una settimana il Ministro degli Esteri iraniano ha poi incontrato nientemeno che Putin e Wang Yi, essenzialmente per stabilire e rafforzare i punti che l’Impero decadente dovrà accettare del “Nuovo Ordine Regionale” del Golfo. Le basi americane dell’area intanto non hanno ancora smesso di fumare, Israele non ha mai smesso di bombardare il Libano e già si è tentato di riattizzare l’incendio con l’operazione Project Freedom in accordo con gli Emirati Arabi Uniti, peccato che gli altri schiavi del Golfo non siano stati al gioco fino in fondo. Infatti, secondo alcune rivelazioni di funzionari statunitensi rilasciate alla NBC, Arabia Saudita e Qatar si sono rifiutati di fornire per l’ennesima volta le loro basi (vedi: https://www.nbcnews.com/politics/white-house/trumps-abrupt-u-turn-plan-re-open-strait-hormuz-came-backlash-allies-rcna343845). La prova dei fatti dei rapporti di forza ha dimostrato che gli “alleati” non protetti sarebbero finiti nel mirino dell’arciere persiano e che queste basi avrebbero subito lo stesso destino di quelle statunitensi incenerite. La miopia della strategia di guerra della Coalizione Epstein l’hanno pagata sulla propria pelle i Paesi del Golfo Persico che sono arrivati a ribellarsi ad una nuova richiesta di utilizzo delle basi per una seconda ondata di assalto imperialista contro la Repubblica Islamica. Di contro l’Iran, sempre dalla posizione di chi esce vincitore dai rapporti di forza, ha posto i suoi temi sul tavolo e ora fa emergere palesemente la sua ragnatela di alleanze regionali, evidenziando i nomi grossi dell’alleanza a palese scopo di deterrenza. Russia e Cina infatti hanno investito da decenni in Iran e da questa guerra stanno facendo emergere un Nuovo Ordine Regionale a loro favorevole. E per chiosare lo stesso Trump con Zelensky: il Presidente americano ha ben poche carte da giocare nella sua visita a Pechino, ammesso e non concesso si svolgerà. Questo è evidente innanzitutto da ciò che emerge nel fuoco della lotta: gli “alleati” di Washington che negano le loro basi nel bel mezzo del Project Freedom, facendo collassare l’operazione della Coalizione Epstein in meno di 36 ore, ci restituiscono un quadro regionale in cui l’imperialismo ha perso non solo il consenso, ma anche la capacità di dominio sui propri schiavi che si ribellano come degli Spartaco cacciati a forza nell’arena per il divertimento di qualche ricco affarista di Washington e Tel Aviv senza alcuna analisi costi-benefici. E Araghchi ha portato a casa dall’incontro con Wang Yi anche una presa di posizione netta contro la Coalizione Epstein, affermando l’apprezzamento per la condanna cinese a Stati Uniti e Israele non dimenticandosi affatto di legarla ai fratelli libanesi che non hanno smesso di morire sotto le bombe del colonialismo sionista. Quel “apprezziamo che la Cina condanni gli Stati Uniti e Israele” detto da Araghchi ai microfoni dell’emittente nazionale Irib appena uscito dall’incontro di oltre un’ora con l’omologo cinese, va letto in concerto con la dichiarazione del Presidente del Parlamento libanese Nabih Berri rilasciata ad Al Jazeera che riporta direttamente la rassicurazione dello stesso Ministro degli Esteri iraniano su “l’inclusione del Libano in qualsiasi accordo tra Washington e l’Iran”. L’Asse della Resistenza è unito e saldo nei princìpi, i suoi alleati sono forti e intenzionati a far pesare tutta la loro potenza regionale. Dall’altra parte invece l’alleanza della Coalizione Epstein è moralmente marcia, tutt’altro che unita, procede per ricatti, appalti e deve fronteggiare le continue rivolte di Spartaco.

Gli stessi colloqui di Pace in Pakistan sono stati mediati dagli Stati del Golfo che evidentemente non ne potevano più di vedersi piombare addosso i missili di Teheran mentre gli americani bombardavano “a distanza di sicurezza” e fuggivano dalle basi, non garantendo alcuno scudo ai territori “amici” interessati. È significativo che la solidarietà alle prime linee della Terza Guerra Mondiale sia arrivata dal mercante d’armi Zelensky e dagli staterelli europei, Meloni in testa (ricordo la sua visita ai primi di Aprile in Arabia Saudita, Emirati e Qatar), ma non da Washington che ha sempre mantenuto stretta la corda al collo dei propri schiavi. Evidentemente la comunione dei destini innesca comunque la compassione dei cuori di chi si appresta ad affrontare l’arena. Intanto, sul fronte europeo ci avviciniamo ad un 9 Maggio di fuoco. Come ha ricordato Zakharova ieri “la furia neonazista del regime di Kiev si è intensificata in vista del Giorno della Vittoria” con massacri deliberati di civili a Cheboksary e Dzhankoy passati sotto silenzio dalla nostra stampa di regime. Sono stati oltre 300 i droni ucraini lanciati contro la Russia nella notte tra il 6 e il 7 Maggio, annullando la finta tregua proclamata da Zelensky stesso e che avrebbe dovuto includere anche il Giorno della Vittoria che dunque si configura come bersaglio del regime nazista ucraino.

Chissà che qualcuno in Europa, almeno inconsciamente, non stia assimilando la grande lezione dei rapporti di forza che arriva dal Golfo Persico e che presto potrebbe arrivare anche da noi. Dietro al fuoco delle armi c’è la diplomazia di guerra e anche quella non gioca più a nostro favore.

Alex Marsaglia

Alex Marsaglia

Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero. 

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