IL REALISMO DELLA MACERIA

Muhammad Shehada scrive come la ricostruzione di Gaza non possa ridursi a un cantiere morale dell'Occidente. Oltre l'antisionismo umanitario e il realismo delle macerie, l'urgenza di una nuova forza politica decoloniale che non baratti la liberazione con la normalizzazione del dominio.

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IL REALISMO DELLA MACERIA

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di Pasquale Liguori

 

Nell'articolo I would never release him[1], apparso sulla London Review of Books, Muhammad Shehada affronta la questione palestinese dal suo punto più arduo, quello di Gaza osservata dopo la distruzione, quando il 7 ottobre ha ormai rivelato con brutalità il prezzo imposto a un popolo lasciato quasi solo davanti alla macchina coloniale e genocida israeliana. Chi scrive quelle pagine non è un osservatore distante. Shehada parla da dentro una storia gazawi e ne porta il peso, fatto di amicizie perdute e di case bombardate, di esistenze spezzate e di un lavoro cancellato, di famiglie sospinte da un luogo all'altro sotto l'ordine osceno dell'evacuazione permanente. Qualunque critica al suo testo dovrebbe muovere da qui, da una forma elementare di pudore. Chi parla da una scrivania occidentale non possiede il diritto di spiegare a un gazawi come commentare e interpretare lo scempio.

Questo rispetto, però, non impone adesione. Proprio perché il testo di Shehada resta estraneo alla piccola industria morale dell'umanitarismo occidentale, merita almeno il tentativo di un'analisi politica. La sua diagnosi coglie spesso nel segno. Gaza è stata devastata, Hamas ha pagato e fatto pagare un prezzo immenso, il 7 ottobre viene vissuto da molti gazawi come un disastro, l'Autorità Palestinese è una larva amministrativa, Fatah somiglia a un apparato di conservazione senile e la leadership ufficiale non pare in grado di produrre direzione né rottura. Il punto fragile affiora quando la via d'uscita comincia a prendere la forma che il mondo diplomatico sa già attendersi, quella delle elezioni e della riconciliazione, di una figura unitaria, di Marwan Barghouti come artefice di ricomposizione, di una Carta della libertà capace di dare linguaggio al futuro.

Nulla di tutto questo è irrilevante. La Palestina ha bisogno di strategia e di durata, di disciplina e proprie istituzioni, di una responsabilità che sappia farsi collettiva. Dopo Gaza nessuna retorica dell'eroismo può bastare e una resistenza abbandonata alla pura intensità del gesto rischia di consegnare il proprio popolo alla magnificenza tragica del sacrificio che, privo di forma politica, si trasforma in materiale narrativo per chi osserva da lontano. Quando però la strategia viene pensata anzitutto come ritorno alla rappresentanza attesa, il rischio muta natura, perché la liberazione finisce tradotta nella lingua della gestibilità, che resta il terreno su cui il colonialismo preferisce trattare con chi ha resistito al genocidio.

Il colonizzatore teme l'organizzazione palestinese finché non riesce a ridurla a qualcosa di amministrato e amministrabile. Prova, d’altronde, lo stesso timore verso la diaspora, almeno fino a quando non la converte in lobby, raccolte fondi e advocacy tollerata; verso il campo profughi, che tende a trasformare in emergenza urbanistica o sanitaria e quindi oggetto di finanziarizzazione; verso la cultura, ogni volta che questa si rifiuta di fare da corridoio estetico tra vittima e spettatori. Il passaggio dalla paura alla gestione avviene nel momento in cui ciò che era potenza politica e rottura riceve l'invito a diventare interlocuzione “ragionevole”.

Shehada non desidera questo esito. Il suo testo nasce dall'urgenza opposta, quella di sottrarre Gaza alla retorica e di impedire che la distruzione venga nobilitata con parole incapaci di proteggere una sola vita, di denunciare l'impreparazione di chi ha immaginato una frattura storica senza calcolare fino in fondo la furia del nemico, la viltà dei regimi arabi, l'oscenità del silenzio internazionale. Resta però una zona d'ombra. Quando la politica palestinese viene cercata nella figura capace di unificare, nel mandato elettorale, nella piattaforma nazionale, si entra in un terreno già compromesso dalla storia recente. Oslo oltre a esser stata un imbroglio negoziale, fu la trasformazione della liberazione in procedure abiette, di una falsa sovranità come bonus per l'obbedienza, ma anche di un movimento nazionale ritrovatosi in subappalto della propria cattività.

Marwan Barghouti concentra questa ambivalenza. La prigionia e il prestigio, la distanza dall'oscenità terminale dell'Autorità Palestinese, ne fanno una figura capace di attraversare fratture che nessun burocrate di Ramallah saprebbe nemmeno immaginare. Il paragone con Mandela non è né casuale né arbitrario. Eppure, ogni paragone, quando entra nella macchina diplomatica occidentale, porta con sé un'insidia. Mandela, nella memoria liberale globale, è stato spesso depurato della propria appartenenza alla lotta armata, della collocazione rivoluzionaria radicata in un movimento che puntava alla fine materiale di un regime. Per Barghouti il pericolo sarebbe analogo, quello di diventare il nome attraverso cui la Palestina potrebbe esser resa commestibile, la figura severa e spendibile con cui archiviare Gaza dentro una transizione ordinata. La domanda, allora, riguarda meno la sua grandezza e più l'uso politico che se ne farà. Barghouti potrebbe diventare una leva di liberazione soltanto dentro una forza collettiva capace di non lasciarsi addomesticare dalla propria stessa rispettabilità. In assenza di quella forza, il prigioniero rischia di trasformarsi nel garante simbolico di una nuova stabilizzazione, magari più dignitosa nei toni e più inclusiva nei tavoli, eppure ancora interna alla vecchia pretesa di stabilire quali palestinesi siano abbastanza maturi per parlare.

Nessuna figura, per quanto legittima, può sostituire la nascita di una classe politica decoloniale. La Palestina non si lascia salvare dalla nostalgia di un padre nobile né dalla resurrezione di una leadership passata attraverso il filtro dell'accettabilità internazionale. Una classe politica all'altezza di Gaza dovrebbe nascere da una materia più aspra, raccogliendo l'esperienza delle fazioni armate e resistenti, dei prigionieri e delle reti della diaspora, dei comitati popolari e delle strutture di cura, delle università e degli archivi, delle cooperative e dei media indipendenti, dei saperi digitali e delle forme di autogoverno territoriale. Dovrebbe pensare la ricostruzione come riappropriazione e il ritorno come asse materiale, guardare alla diaspora come a un'infrastruttura transnazionale e alla tecnologia come a un campo di contro-potere. La questione politica decisiva riguarda meno chi possa rappresentare i palestinesi davanti al mondo e più quali forme rendano sempre più arduo, al mondo, continuare ad amministrarli.

La Palestina non è la sceneggiatura di un lutto. Il villaggio perduto conta come genealogia e pretesa territoriale, materia di una formazione collettiva, non come cartolina della ferita originaria con la memoria che dovrebbe rendere il palestinese più organizzato, non più commovente. Anche la cultura, se separata dalla lotta, diviene ornamento del dominio perché romanzi, archivi, film, poesie, fotografie possono consolare il pubblico occidentale invece di contribuire alla costruzione di un soggetto politico.

Il 7 ottobre si colloca esattamente in questa zona bruciante, là dove la critica necessaria può essere catturata dal linguaggio del nemico. Nessun pensiero serio dovrebbe pretendere che un gazawi rinunci a chiamare disastro ciò che ha portato fame e sradicamento, sterminio e solitudine, la devastazione della vita ordinaria. Sarebbe una forma di abuso teorico, persino una crudeltà. Riconoscere il prezzo di quella rottura è però una cosa; permettere che il suo significato venga deciso dal tribunale morale dell'Occidente è un'altra, quello stesso tribunale che ha convertito l'autodifesa israeliana in diritto illimitato e la resistenza palestinese in patologia da estirpare. Quel giorno è stato una frattura prodotta dentro una lunga storia di assedio e colonizzazione, di umiliazione e incarcerazione, di assassinio politico e normalizzazione diplomatica dell'apartheid. Trattarlo come pura irrazionalità significa cancellare il 6 ottobre e con esso l'intero sistema che aveva già reso Gaza e Cisgiordania un laboratorio di morte lenta. Celebrarlo senza interrogare la sproporzione tra il gesto, gli obiettivi e le conseguenze significa sostituire la strategia con l'epica. Il compito politico, se la parola conserva ancora un valore, consiste nel trasformare quella frattura in durata organizzata, lontano tanto dalla sua ripetizione come forma quanto dal suo rinnegamento in cambio di un certificato di rispettabilità.

Da qui nasce la distinzione più importante sull'antisionismo. Il mondo occidentale tollera un antisionismo umanitario, soprattutto quando arriva tardi e resta impigliato nella compassione per le vittime. Quel sentimento può commuovere e riempire le piazze, produrre appelli, perfino incrinare l'impunità simbolica di Israele. Resta però reversibile, perché dipende dalla visibilità del sangue: basta che il massacro rallenti e che le telecamere si spostino, che il linguaggio della ricostruzione prenda il posto delle immagini della fame, perché quell'indignazione rientri nella buona coscienza da cui proveniva. L'antisionismo che conta scava più a fondo. È esistenziale, perché tocca la struttura stessa dell'essere palestinese sotto un regime fondato sulla sostituzione e sulla segregazione, sulla superiorità etnica, sulla cancellazione di ogni continuità tra terra, memoria e futuro. Non chiede a Israele di contenere i propri eccessi: ripudia la sua sussistenza, la forma politica che di quegli eccessi ha bisogno per sopravvivere. Nasce dal disgusto davanti ai corpi straziati, necessario a chiunque conservi un residuo di umanità e, ovviamente e ancora prima, dall'incompatibilità con l'idea che un popolo possa essere ridotto a ospite tollerato, a minaccia permanente da sorvegliare, a puro materiale demografico da governare.

Per questo la stagione della ricostruzione sarà forse più insidiosa di quella dichiarata della guerra. Le bombe mostrano il volto del dominio con volgarità esplicita e quasi didattica, mentre i piani di stabilizzazione lo rivestono di filantropia e governance. Gaza rischia di diventare il grande cantiere morale dell'Occidente, con i suoi miliardi e i suoi board, con vecchi funzionari palestinesi riciclati come garanti locali. Una politica decoloniale dovrebbe sabotare tale scenario fin dal principio. Ricostruire Gaza senza restituire libertà di movimento e continuità territoriale, senza accesso sovrano a risorse e infrastrutture, senza la possibilità del ritorno equivarrebbe ad arredare la prigione con materiali nuovi. La posta in gioco riguarda la possibilità di fare della ricostruzione un contesto dove case e scuole, cliniche e reti digitali, archivi e cooperative e media diventino istituzioni del comune. Se questa dimensione manca, la maceria sarà strumento di gestione da parte di chi l'ha prodotta.

La critica a Shehada si colloca qui. Il suo testo vede benissimo la rovina, forse meno qualità ed entità del rischio che quella rovina venga usata per imporre ai palestinesi uno status quo rieditato. Dopo ogni catastrofe coloniale arriva sempre qualcuno a spiegare agli oppressi che è tempo di responsabilità e credibilità, di rappresentanti affidabili e di linguaggio “inclusivo”. La violenza del colonizzatore come contesto, la risposta del colonizzato come prova d’esame morale. Da questa asimmetria nasce la Palestina presentabile, ammessa a convegni e panel, a condizione di lasciare fuori dalla porta la propria forza storica. Shehada non appartiene a quella caricatura e sarebbe ingiusto sostenerlo. Il suo realismo può però essere letto, suo malgrado, come sintomo della pressione enorme che grava oggi sul pensiero palestinese, quella di dover dimostrare di avere imparato la lezione della catastrofe parlando una lingua che gli autonominatisi custodi dell'ordine possano approvare.

Ecco, il futuro palestinese non può ridursi a una migliore amministrazione della sopravvivenza. Nemmeno una leadership più autorevole basterebbe se venisse chiamata a garantire calma al posto della liberazione. Serve una forma politica capace di tenere insieme terra e diaspora, ritorno e autogoverno, memoria e tecnologia, lotta armata e intelligenza sociale, istituzione e insorgenza.

La durezza di questa posizione non nasce da un desiderio di purezza che è spesso lusso di chi non rischia nulla. Nasce piuttosto dalla constatazione che ogni invito rivolto alla Palestina perché diventasse ragionevole si è pagato con una perdita. Il requisito della responsabilità ha accompagnato espropri e bantustan, checkpoint e cooperazione securitaria, piani di pace e normalizzazioni dell’occupazione. Ogni promessa di realismo ha preteso dai palestinesi un anticipo di rinuncia. Dopo Gaza, quell'anticipo non può più essere versato.

Una nuova classe politica palestinese dovrà nascere dal rifiuto di trasformare il genocidio in lezione di moderazione. Le toccherà assumere la critica degli errori, compresi quelli tragici, senza permettere che tale critica diventi abiura della resistenza; parlerà al mondo senza domandargli permesso; si servirà del diritto quando serve, senza venerarlo come ultimo orizzonte; riconoscerà il valore delle figure storiche senza affidare loro il compito impossibile di sostituire un processo collettivo; considererà la ricostruzione come conflitto politico e non come fase tecnica successiva alla guerra.

Shehada ci costringe a guardare la devastazione senza indulgenza e questo è un merito. La sua inquietudine verso l'epica della resistenza nasce da una ferita reale, che nessuna teoria dovrebbe calpestare. Il pensiero palestinese, però, se vuole restare all'altezza del proprio tempo, non può fermarsi al realismo della maceria. Deve chiedersi chi userà quella maceria e chi la finanzierà, chi la racconterà e chi la governerà, chi pretenderà di farne la prova definitiva che la liberazione era un sogno troppo costoso. La Palestina non deve dimostrare di essere pronta per essere compresa dal potere che l'ha distrutta, ma deve costruire le condizioni per non dipendere più da quella comprensione.

[1] https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n12/muhammad-shehada/i-would-never-release-him

 

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