Il pallone dell'Impero Mondiali, arroganza del potere e crepe dell'egemonia culturale
di Mario Petri
Non sono un tifoso. Non so distinguere una difesa a tre da un centrocampo a rombo, né saprei riconoscere con sicurezza un fuoriclasse da un buon comprimario. Probabilmente non reggerei cinque minuti di conversazione con un vero intenditore senza essere smascherato come un profano, uno di quelli che arrivano davanti allo schermo non per venerare il pallone, ma per capire cosa quel pallone, rotolando, si trascina dietro. Ed è proprio questa la mia fortuna: chi osserva il calcio da fuori, senza la devozione del tifoso, finisce per vedere ciò che chi è assorbito dalla partita non riesce più a cogliere.
Io non ho guardato i Mondiali. Ho guardato ciò che accadeva intorno ai Mondiali: i corridoi del potere, le conferenze stampa, il linguaggio del protocollo, la costruzione della narrazione mediatica, i silenzi improvvisi, i sorrisi troppo rigidi. Quelle piccole incrinature involontarie che raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. E quello che ho visto è stato più interessante di ogni risultato maturato sul campo, perché il calcio, in fondo, era il pretesto. Il vero spettacolo era un altro: la rappresentazione, quasi teatrale, di un ordine mondiale che tenta disperatamente di apparire incontrastabile proprio mentre lascia intravedere crepe sempre più profonde.
Il calcio è sempre stato politica, per quanto ogni volta che qualcuno lo ricorda si alzi il coro indignato di chi vorrebbe separare lo sport dalla storia, come se gli stadi sorgessero sospesi sopra guerre, sanzioni, alleanze e interessi economici. È una favola comoda, ma resta una favola. Il calcio moderno è industria culturale, diplomazia, propaganda, capitale simbolico, soft power, identità nazionale: è il luogo privilegiato in cui il potere mette in scena se stesso. Uno stadio, oggi, è una cattedrale laica dell'ordine contemporaneo, dove si incontrano governi, multinazionali, sponsor, fondi sovrani e folle popolari convinte di assistere soltanto a una partita — mentre dietro il pallone che rotola si muove un mondo intero di interessi, appartenenze ed esclusioni.
È in questa cornice che la presenza dell'Iran ha assunto un significato ben più ampio di quello sportivo. L'Iran non è arrivato ai Mondiali come una nazionale qualificata con il diritto di partecipare: è arrivato già trasformato in un problema geopolitico. Non una squadra, ma un dossier da gestire, un'anomalia da sorvegliare. Perché il problema dell'Impero non è soltanto combattere i propri avversari, ma impedire che appaiano normali. Un Paese inserito nella lista dei cattivi non può semplicemente scendere in campo, cantare il proprio inno e andarsene: deve essere spiegato, sorvegliato, trasformato in un caso. La sua normalità va negata, perché la normalità dei nemici incrina la narrazione imperiale più della loro ostilità.
Così lo sport rivela la sua presunta neutralità per quello che è: condizionata, elastica, revocabile, valida solo quando coincide con gli interessi del potere dominante. Quando scende in campo una nazionale gradita, tutto è festa e fratellanza; quando scende una nazione ostile alla geopolitica occidentale, tutto diventa sicurezza, protocollo, sospetto. Con la parola sicurezza si giustifica tutto: controlli invasivi, profilazioni selettive, piccoli abusi amministrativi che, presentati come dettagli tecnici, finiscono per apparire normali. Anche i controlli discriminatori subiti dagli staff di alcune nazionali raccontano una gerarchia mentale precisa: chi è considerato automaticamente affidabile, e chi deve dimostrare in ogni momento di non essere un problema. Raccontano la geografia morale dell'Occidente, divisa fra Paesi presentabili e Paesi tollerati, mai protagonisti pienamente legittimi.
Il potere raramente confessa se stesso. Non dice mai apertamente “decidiamo noi chi appartiene al mondo civile”: preferisce parlare per procedure e ragioni organizzative. Ma è proprio in queste pieghe amministrative che si vede la verità più profonda. L'arroganza non ha sempre bisogno di urlare: a volte basta una fila separata, un badge contestato, un funzionario che guarda una delegazione come se provenisse non da una federazione sportiva, ma da una provincia coloniale temporaneamente ammessa alla cerimonia imperiale.
Poi è arrivato Gianni Infantino, figura perfetta per incarnare questa stagione storica, in cui le grandi istituzioni sportive internazionali si trasformano in organismi ibridi — metà federazioni e metà ministeri degli Esteri. La FIFA dovrebbe custodire almeno l'illusione di un calcio capace di autonomia simbolica rispetto alle grandi potenze; appare invece sempre più una macchina diplomatica che fiuta il vento e si dispone nella direzione indicata dal potere politico dominante. Le sue dichiarazioni compiacenti verso Donald Trump hanno mostrato quanto il calcio globale sia ormai immerso nella grande palude della politica imperiale. Non è più la vecchia ipocrisia, che conservava un minimo di eleganza formale: è sfrontatezza cerimoniale. Il potere non sente più il bisogno di nascondere la propria influenza — la esibisce, la trasforma in protocollo, la fa diventare parte dello spettacolo.
Trump, in questo scenario, non è semplicemente un leader politico: è l'Impero nella sua forma più teatrale, narcisistica, rivelatrice. Non l'America levigata dei think tank e della retorica multilaterale, ma l'America da reality show planetario, fatta di dichiarazioni roboanti, personalizzazione totale del potere e convinzione assoluta che ogni spazio pubblico, sportivo compreso, possa diventare un'estensione scenografica della Casa Bianca. Quando perfino l'episodio di un cartellino rosso viene lambito da dichiarazioni ufficiali del presidente americano, il messaggio è chiaro: non siamo più nel rapporto indiretto fra sport e politica, ma nel loro cortocircuito plateale.
La cosa davvero significativa non è quanto quella dichiarazione abbia inciso, ma che sia stata possibile, pronunciabile, normalizzata. Un potere sicuro di sé non ha bisogno di commentare tutto, di mettere il cappello su ogni episodio. Il potere maturo governa. Il potere in declino performa. E questi Mondiali sono stati, sotto molti aspetti, una gigantesca performance dell'Impero: muscolare, rumorosa, ma attraversata da una fragilità evidente. Dietro ogni ostentazione di forza si intravedeva la paura che il mondo non ascolti più a comando, che le vecchie gerarchie simboliche non funzionino più, che il calcio — come l'economia e la diplomazia — non possa più essere gestito da un unico centro imperiale.
È qui che l'espressione di Infantino durante il gol che ha portato il Marocco al turno successivo assume un valore quasi cinematografico. Non serviva un trattato di semiotica per cogliere il disagio, la rigidità, quella frazione di secondo in cui il protocollo sembrava incrinarsi. Arriveranno sempre i normalizzatori a spiegare che era solo una cattiva inquadratura: è il loro mestiere, impedire che i frammenti diventino significato. Ma spesso sono proprio i momenti involontari a raccontare la verità, perché le dichiarazioni si preparano e i sorrisi si provano, mentre le espressioni improvvise sfuggono al controllo. E il Marocco, in quel momento, non era soltanto una nazionale che segnava un gol: era un pezzo di mondo non occidentale che rompeva il copione, entrando nella scena non come comparsa folkloristica ma come protagonista capace di vincere, disturbare, costringere tutti a guardarlo.
Il Sud globale, quando vince nello spazio simbolico dell'Impero, produce sempre disagio — non perché una partita cambi i rapporti di forza del mondo, ma perché ne cambia per un istante la percezione. E l'egemonia vive di percezione: dell'idea che alcuni popoli siano destinati a guidare, altri a inseguire, altri ancora a partecipare soltanto come prova della generosità inclusiva del padrone di casa. Una vittoria sportiva non abbatte un sistema, ma può produrre un incidente narrativo. E gli incidenti narrativi, per il potere, sono spesso più fastidiosi di quelli politici, perché si diffondono, vengono ricordati, diventano simboli.
Anche la gestione arbitrale di Argentina-Egitto ha mostrato quanto il contesto sia ormai saturo di sfiducia. Certo, gli errori arbitrali esistono, la pressione condiziona tutti, la tecnologia non elimina l'interpretazione. Tutto vero, ma insufficiente: quando un evento sportivo si svolge dentro un clima geopolitico già carico di sospetti, e le istituzioni che dovrebbero garantire neutralità hanno consumato per anni il proprio capitale di credibilità, anche l'errore più banale smette di apparire come errore e diventa segnale, sintomo, materiale politico. È la grande tragedia delle istituzioni quando perdono legittimità: non vengono più credute nemmeno quando dicono la verità. La fiducia, una volta dissipata, non si ricostruisce con un comunicato stampa. La gente può essere distratta o manipolata, ma non è stupida: quando vede due pesi e due misure per anni, prima o poi smette di credere al regolamento — e quando smette di credere, il potere perde la sua arma più importante. Non la forza, non il denaro, non le basi militari: perde la legittimità. E senza legittimità, ogni impero diventa soltanto amministrazione della coercizione.
L'Impero non vive soltanto di portaerei, dollari e piattaforme tecnologiche. Vive soprattutto di racconto: della convinzione, instillata per decenni, che il proprio dominio coincida con l'ordine naturale delle cose, che i propri valori siano i valori, che i propri alleati siano automaticamente democratici anche quando reprimono, che le proprie guerre siano interventi e le proprie vittime danni collaterali. Questo è il cuore dell'egemonia: non costringere gli altri a obbedire, ma convincerli che obbedire sia giusto. Non imporre una gerarchia, ma farla apparire naturale. Gramsci lo aveva capito perfettamente — il dominio stabile non si fonda solo sulla forza, ma sul consenso, e il consenso nasce dalla capacità di controllare l'immaginario, il linguaggio, i confini del dicibile.
Per decenni l'Occidente ha posseduto questo potere quasi assoluto: decideva chi fosse moderno o arretrato, civile o barbaro, aggressore o difensore. Oggi quel monopolio si sta erodendo. Non è crollato — sarebbe ingenuo pensarlo, l'apparato resta immenso — ma non è più onnipotente, e soprattutto non è più creduto con la stessa innocenza. La crepa si vede nella reazione dei popoli nonostante la censura algoritmica, nei Paesi del Sud globale che ascoltano le prediche occidentali con la pazienza ormai esaurita, negli accordi commerciali fuori dal dollaro, nei BRICS. E si vede perfino nei Mondiali di calcio, proprio perché il calcio è lo specchio popolare del mondo: meno raffinato di un saggio geopolitico, ma infinitamente più immediato.
Quando l'egemonia culturale vacilla nello sport, vacilla nelle masse — e questo conta più di qualsiasi seminario universitario. Le élite possono continuare a organizzare forum e tavole rotonde sulla resilienza, ma se il pubblico non ci crede più, la magia si spezza. E senza magia il potere resta nudo: armato, ricco, pericoloso — ma nudo.
È dentro questa cornice che vanno lette le immagini di Javier Milei davanti al Muro Occidentale e quelle di Lionel Messi nello stesso luogo. Non raccontano semplicemente la fede o la sensibilità spirituale di due argentini: raccontano la costruzione di un immaginario politico. Nel pieno della tragedia di Gaza, mentre milioni di persone assistono quotidianamente a una devastazione senza precedenti, il sistema mediatico globale continua a produrre fotografie simboliche scollegate da quel contesto, come se la macchina dell'immagine potesse isolare un gesto, una preghiera, dal sangue che scorre a poca distanza dall'inquadratura.
Non si tratta di negare a nessuno il diritto di visitare Gerusalemme: ognuno può pregare dove crede. Si tratta di osservare ciò che viene accuratamente escluso dall'inquadratura. Perché il potere non manipola soltanto ciò che mostra — manipola soprattutto ciò che sceglie di non mostrare. Quando nel pieno di una tragedia come Gaza vengono prodotte immagini solenni ma completamente separate dalla sofferenza palestinese, il problema non è religioso. È politico, morale, narrativo.
Il dolore, nel sistema mediatico occidentale, non è mai distribuito in modo neutrale. Alcune vittime vengono riconosciute, sacralizzate, protette dal linguaggio; altre diventano rumore di fondo, numeri, complessità, necessità militare. È qui che si apre l'abisso morale: non nel diritto di pregare, ma nella selezione politica della compassione. Gaza ha reso impossibile nascondere questa ipocrisia. Non perché prima non vi fossero contraddizioni — Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen, sanzioni, colpi di Stato, doppi standard applicati con precisione chirurgica — ma perché ha mostrato in tempo reale il funzionamento dell'ipocrisia stessa, mostrando a milioni di persone che cosa significhi essere fuori dal cerchio della compassione autorizzata.
La visita di Milei in Israele, le immagini di Messi al Muro del Pianto, il silenzio su Gaza: non sono episodi separati, ma frammenti dello stesso mosaico, in cui sport, politica, religione e propaganda si tengono insieme. Milei, del resto, è il personaggio perfetto per questa stagione — un uomo presentato come ribelle antisistema ma perfettamente compatibile con gli interessi più duri del potere globale, una motosega brandita contro lo Stato sociale ma mai contro i santuari del capitale finanziario transnazionale. L'Impero ama i ribelli, purché distruggano ciò che l'Impero vuole distruggere; ama i populisti, purché privatizzino, si allineino, riconoscano i nemici giusti.
L'Impero oggi ci sbatte in faccia la sua arroganza. Non la nasconde più con l'eleganza diplomatica di un tempo, non la maschera nella vecchia ipocrisia liberal-internazionalista: la esibisce con una volgarità quasi liberatoria. Ci dice chi va sanzionato e chi no, chi può bombardare e chi va processato, chi merita il lutto globale e chi deve accontentarsi del silenzio. Eppure, proprio in questa arroganza, il potere mostra la propria debolezza. Perché l'arroganza non è forza: è spesso compensazione. Un potere davvero sicuro non ha bisogno di ricordare ogni giorno chi comanda, di presidiare ogni immagine e ogni gesto. Il potere in ascesa può permettersi sobrietà; il potere in declino diventa isterico, perché sente che la realtà non obbedisce più alla narrazione.
E allora alza la voce. Minaccia, sanziona, censura, moralizza. Ma più moralizza, meno viene creduto. Questa è la fase più pericolosa di ogni egemonia in declino: non il crollo improvviso, ma la perdita progressiva del consenso accompagnata dal mantenimento della forza. Un potere ancora capace di colpire, ma sempre meno capace di convincere; ancora armato, ma sempre meno rispettato; ancora centrale, ma sempre meno inevitabile.
Il calcio, in tutto questo, non è un dettaglio: è un termometro della temperatura emotiva del mondo. E la temperatura sta cambiando. La vittoria di una squadra africana o araba non è più vissuta come semplice sorpresa sportiva, ma come atto simbolico. Le polemiche arbitrali non restano confinate alla moviola, perché il pubblico le inserisce subito in una percezione globale di ingiustizia. Le smorfie di Infantino diventano piccole crepe nella maschera istituzionale; le fotografie di Messi e Milei in Israele diventano tasselli di una geopolitica della compassione selettiva.
Tutto parla, anche quando pretende di tacere. Il pubblico globale non consuma più passivamente come un tempo: interpreta, collega, sospetta, confronta. E oggi dispone di canali alternativi, imperfetti ma reali, per sfidare la narrazione dominante. Gli algoritmi lavorano senza sosta per riportare ogni discussione entro i confini del consentito, la manipolazione dell'informazione è diventata una scienza industriale — ma il monopolio è finito. E quando il monopolio finisce, l'egemonia non muore subito. Comincia a sanguinare.
Ogni contraddizione diventa visibile, ogni doppio standard viene archiviato dalla memoria collettiva, ogni lezione morale produce una risata amara. L'Impero, che per decenni ha vissuto della propria capacità di definire il bene e il male, si trova improvvisamente esposto al giudizio di coloro che aveva abituato a essere giudicati. Il giudice viene giudicato. Il predicatore viene invitato a rileggere la propria storia. E naturalmente reagisce male — con accuse di disinformazione, estremismo, complottismo. La solita scatola degli attrezzi. Ma anche questa strategia si consuma: quando non puoi più difendere la contraddizione, accusi chi la indica di essere pericoloso. E se ogni critica all'Occidente diventa antioccidentalismo, allora l'antioccidentalismo finisce per sembrare semplicemente il nome dato alla libertà di pensare fuori dal recinto.
L'Impero non capisce, o finge di non capire, che la sua crisi non nasce dall'ostilità dei suoi nemici, ma dalla propria incoerenza con i principi che pretende di incarnare. Non è il Sud globale ad aver distrutto il mito dell'Occidente morale: è l'Occidente stesso. Lo ha fatto in Iraq, con le armi di distruzione di massa mai trovate. Lo ha fatto in Libia e in Afghanistan. Lo ha fatto con le sanzioni usate come punizione collettiva, con la censura presentata come igiene informativa, con Gaza. E adesso lo fa anche, in miniatura ma in modo simbolicamente potentissimo, dentro lo spettacolo planetario dei Mondiali.
Perché l'egemonia culturale non crolla soltanto nei parlamenti o nei rapporti delle agenzie internazionali. Crolla anche nelle immagini: in una faccia sorpresa, in un controllo umiliante, in un fischio arbitrale contestato, in una fotografia che mostra un luogo sacro e cancella un massacro vicino, in una nazionale che vince quando non dovrebbe vincere. L'Impero continua a pretendere di essere il regista, ma gli attori improvvisano — e il pubblico, peggio ancora, applaude le improvvisazioni sbagliate.
Da qui il nervosismo, l'arroganza, quel tono pedagogico insopportabile con cui le élite occidentali continuano a spiegare al mondo come deve comportarsi, con chi deve commerciare, quali tragedie deve piangere e quali ignorare. Ma la storia non è un comunicato stampa. Non obbedisce ai moderatori televisivi, non si lascia chiudere dentro un fact-checking selettivo. Procede — e spesso procede proprio attraverso le crepe che il potere considera insignificanti.
Questi Mondiali, osservati con uno sguardo critico, hanno messo in fila una serie impressionante di contraddizioni: la presenza dell'Iran ostacolata e circondata da sospetto; i controlli discriminatori agli staff di alcune nazionali; le dichiarazioni compiacenti di Infantino verso Trump; il cartellino rosso finito nelle dichiarazioni ufficiali del presidente americano; l'espressione sconcertata dello stesso Infantino davanti al gol del Marocco; l'arbitraggio scandaloso di Argentina-Egitto; la visita di Milei in Israele; Messi al Muro del Pianto; il silenzio assordante su Gaza. Presi singolarmente, i custodi del racconto ufficiale proveranno a ridurre ciascuno di questi episodi a coincidenza o polemica sterile: è il loro mestiere, separare i frammenti per impedire che qualcuno veda il disegno. Ma quando i frammenti vengono rimessi insieme, il quadro è chiaro. Il potere si mostra arrogante perché non riesce più a ottenere obbedienza spontanea. Ci parla ancora come un imperatore davanti ai barbari — ma i barbari, nel frattempo, hanno imparato a leggere, comunicare, organizzarsi. E a ridere dell'imperatore.
La risata è una delle armi più devastanti contro il potere. Il potere può tollerare l'odio, perché l'odio lo conferma; può tollerare la paura, perché la paura lo nutre. Ma fatica enormemente a tollerare il ridicolo. Quando l'Impero diventa ridicolo, entra nella fase più delicata — non perché diventi innocuo (gli imperi in declino sono spesso più pericolosi proprio perché non accettano il declino), ma perché il ridicolo rompe l'incantesimo. E senza incantesimo resta soltanto la forza: capace di distruggere, punire, intimidire, ma non più di convincere. Nessuna egemonia dura a lungo quando deve fondarsi soltanto sulla coercizione.
L'egemonia culturale occidentale, anche in campo sportivo, si erode ogni giorno di più — non per un singolo evento, ma per accumulo, per stanchezza storica. Il mondo è stanco di essere educato da chi bombarda, giudicato da chi applica due morali, invitato alla tavola globale soltanto se accetta il posto assegnato. Stanco di un universalismo che funziona troppo spesso come proprietà privata dell'Occidente.
Il pallone, in fondo, ha fatto soltanto ciò che il pallone fa da sempre: ha rotolato. Ma rotolando ha attraversato confini, nervi scoperti, ferite coloniali, simboli religiosi, ipocrisie istituzionali. E ci ha mostrato un Impero ancora potente ma sempre meno rispettato, ancora rumoroso ma sempre meno convincente, ancora capace di occupare la scena ma sempre meno capace di controllare la trama.
L'Impero continua a sfilare sul tappeto rosso della propria superiorità morale, a distribuire patenti di civiltà e lezioni di diritto internazionale, come se il resto del pianeta fosse ancora seduto in un'aula ad ascoltare il professore. Il problema è che gli studenti hanno smesso di prendere appunti. Alcuni sbadigliano, altri ridono, molti hanno semplicemente lasciato l'aula e stanno costruendo un'altra scuola. È questo che il calcio, forse involontariamente, ci ha mostrato in queste settimane: non la forza dell'Impero, ma la sua crescente difficoltà ad accettare che il monopolio del racconto, prima ancora che quello del potere, gli sta lentamente scivolando tra le dita.
Forse questi Mondiali resteranno negli archivi sportivi per i gol, le eliminazioni, le imprese inattese. Ma osservati da un'altra prospettiva, resteranno soprattutto come un piccolo manuale illustrato del declino egemonico: un manuale in cui il potere mostra i muscoli proprio mentre gli tremano le mani, in cui il linguaggio della sicurezza copre la discriminazione, in cui la compassione selettiva diventa oscenità morale, in cui il Sud globale smette di chiedere permesso.
Il calcio non salverà il mondo. Non abbatterà imperi, non fermerà guerre, non renderà giustizia ai popoli schiacciati. Ma proprio perché è popolare, immediato, impossibile da separare del tutto dalla vita reale, può mostrare con brutale chiarezza ciò che i grandi editoriali diplomatici cercano di nascondere: che il re è vestito sempre peggio, che la corte applaude sempre più nervosamente, che i sudditi non sono più sudditi. Il palazzo ha ancora luci accese, guardie armate, saloni pieni di specchi — ma le fondamenta scricchiolano.
E nella storia, quando un impero perde il controllo della narrazione, quando non riesce più a convincere i popoli che il suo dominio sia naturale, giusto, inevitabile, il controllo del resto diventa spesso soltanto una questione di tempo.
Il pallone rotola.
L'Impero inciampa.
E questa, per una volta, non è una metafora calcistica.
È geopolitica allo stato puro.
Immagine generata con AI


