Il paese senza culle ha ancora un futuro?

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Il paese senza culle ha ancora un futuro?

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di Federico Giusti

Nel 2024, solo il 23,6% delle famiglie nell’Unione Europea includeva figli e  l’Italia risultava perfino al di sotto della media comunitaria (22,2%). La domanda alla quale rispondere è perchè un paese tradizionalmente cattolico come il nostro veda le nascite, da anni, in continua diminuzione, un segno dei tempi e delle culture che cambiano o una eloquente risposta dei giovani che non vedono un futuro nel nostro paese? Perché un figlio, da qualunque punto di vista lo si voglia vedere, non arriva a caso ma è una scelta legata anche alla stabilità occupazionale, ad una condizione di vita accettabile e non ultima la presenza di servizi a supporto dei genitori.

E, sempre stando ai dati statistici, a prevalere sono i nuclei  con un solo figlio che sono la metà del totale mentre le famiglie con tre o più figli raggiungono percentuali assai basse,  meno dell'8%.

Se le famiglie numerose sono un lontano ricordo permangono dati preoccupanti sul crollo della natività in un paese nel quale  da qui a prossimi anni i pensionati saranno più numerosi dei lavoratori attivi, i vecchi superanno i giovani. Ripercorrendo la storia del secondo dopo guerra o almeno i 60 anni successivi alla cacciata del fascismo, incontriamo un paese assai diverso da quello dei nostri giorni, perfino in anni di crisi le politiche attive a sostegno delle famiglie erano legate non a benefit ma a servizi, esistevano politiche attive del lavoro, un piano casa per consentire o l'acquisto della prima abitazione o l'accesso ad affitti a costi calmierati, centri estivi legati ai dopolavori aziendali, per acquistare una utilitaria era sufficiente il reddito di un anno o poco meno, con le dovute proporzioni oggi quei soldi non sarebbero sufficienti.

Era una società nella quale con un solo reddito la famiglia viveva dignitosamente, oggi due redditi sono condizione essenziale per arrivare, non senza fatica, in fondo al mese.

Rispetto al passato sovente ti imbatti in due contratti con bassa retribuzione e in molti casi uno dei quali part time involontario.

Le trasformazioni avvenute dovrebbero indurre a riflettere su quanto potere di acquisto sia stato perduto dai salari e dalle pensioni ma anche sui costi aggiuntivi derivanti da servizi oggi a carico dei cittadini derivanti dal depotenziamento del welfare o dalla sua mancata attualizzazione in base ai bisogni nuovi e diffusi.

Per riorganizzare uno stato sociale degno di questo nome servono due presupposti; la certezza delle entrate derivanti dalle tasse e dagli investimenti pubblici, destinare risorse a scuola, sanità in maniera adeguata ai reali fabbisogni.

Veniamo invece da anni di contrazione delle spese e i fabbisogni reali vengono sostituiti da quelli calcolati in base al bilancio dello Stato che stanzia meno risorse del dovuto.

La incertezza del lavoro, la speculazione immobiliare, la carenza di servizi (i nidi sono ancora servizi a domanda individuale e una parte dei costi grava sulle famiglie utenti) giocano a favore della denatalità, molti nuclei che possono contare sull’aiuto dei nonni non iscrivono figli al nido per le elevate rette. E chi i nonni non li ha a disposizione deve fare i conti con i costi, spesso proibitivi, di strutture private alle quali rivolgersi per i pochi posti disponibili nel pubblico

Le famiglie numerose sono presenti non solo in paesi tradizionalmente cattolici come l'Irlanda  ma anche in nazioni nordiche, la crisi delle nascite non riguarda solo l'Italia ma anche altre nazioni che come la nostra vivono una incertezza sociale derivante dalla lunga crisi economica accompagnata dai mancati investimenti nel welfare e da scelte politiche discutibili che vanno verso le privatizzazioni o il cosiddetto welfare aziendale.

La progressività del nostro sistema fiscale è venuta meno nel corso degli anni con la eliminazione delle aliquote fiscale e possiamo parlare da anni di regressività delle imposte almeno per il 510 per cento dei contribuenti più facoltosi.

Per anni le agevolazioni fiscali sono state una merce di scambio elettorale, lo stato italiano ha rinunciato a miliardi di entrate certe e annue oltre ai tagli alla sanità  e ai servizi sociali all’istruzione.

Gli strumenti di welfare fiscale sono sembrati efficaci rispetto a quelli propri del welfare “sociale” pubblico , sono arrivati i bonus invece dei servizi, gli incentivi fiscali alla spesa privata per fondi sanitari integrativi e pensioni , nel complesso le agevolazioni accordate dal welfare hanno reso più diseguale il nostro paese rinunciando, ad esempio, a trasformare la imposta di soggiorno, a beneficio dei Comuni, in strumento di finanziamento della spesa sociale degli enti locali

 

 

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