Il "Klondike" ucraino: il complesso militare dell'UE e il sangue degli ucraini
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
12 settembre. Bruxelles, scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera, «ha stanziato sei miliardi di euro per l’Ucraina, proprio per l’acquisto di sistemi Patriot americani per l’intercettazione dei missili balistici russi. Un passo avanti, ma non risolutivo: la produzione dei Patriot da parte dell’americana Rtx (ex Raytheon) procede a rilento a causa della loro complessità tecnologica. E le batterie esistenti sono state in buona parte usate nella guerra del Golfo».
Un vero peccato. In compenso, dall'Europa sono pronti spedire a Kiev altre armi, tanto che, lamenta l'esperto militare ed ex funzionario del partito neonazista “Svoboda”, Dmitrij Sneghirev, i principali paesi UE chiedono all'Ucraina di astenersi dall'acquistare armi al di fuori di Germania e Francia. Riferendosi a una dichiarazione del ministro della guerra tedesco, Boris Pistorius, sulla possibilità di trasferire a Kiev intercettori PAC-2 per sistemi Patriot e alla domanda sul perché l'Ucraina non compri armi dalla Germania, finanziando il complesso militare-industriale tedesco, Sneghirev si chiede se le due dichiarazioni non siano collegate. Molto probabilmente, afferma il neonazista ucraino, ciò che «stanno dicendo è che la Germania sta semplicemente facendo pressioni per i propri interessi economici, ovvero per investimenti concreti nel complesso militare-industriale tedesco, utilizzando i fondi europei». Tra l'altro, afferma, non è la prima volta che vengono fatte dichiarazioni di questo tipo, e non solo in Germania: «la settimana scorsa, c'è stata una dichiarazione del capo del governo francese, che ha espresso insoddisfazione per il fatto che coi miliardi di euro che l'Europa presta all'Ucraina – i 90 miliardi promessi – Kiev acquisti armi al di fuori dell'Europa». Quindi, dice Sneghirev, se non proprio un conflitto, «si delinea una contraddizione tra noi e i nostri partner strategici. E Pistorius cura i dettagli, quando afferma che la Germania sia di fatto l'unico paese ad avere almeno i PAC-2, perché Kiev non otterrà i PAC-3. E Berlino è pronta a fornire all'Ucraina questi missili in cambio dei fondi UE».
Ma la questione è tutt'altro che semplice e lineare, nonostante le baldanzose grida del Corriere su uno Zelenskij che «minaccia a Mosca: “Restituiremo ai russi gli attacchi ai siti energetici”». Intanto perché non è nell'interesse USA, che puntano invece a risolvere la questione ucraina; e poi anche perché la produzione di armi da parte dell'industria europea non sembra poter reggere il passo con le necessità della guerra, nonostante gli impegni bellicisti UE-NATO.
L'attività diplomatica dei partner americani sulla questione ucraina è stata a livelli altissimi ultimamente, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti. Prima è arrivato a Moskva il direttore della CIA; poi è stata la volta di Kushner e Witkoff e ancor prima i ministri delle finanze russo e USA si sono incontrati a margine del G20. C'è stata quindi una telefonata di un'ora tra Putin e Trump e per ottobre è in programma l'arrivo a Moskva del direttore del FBI Cash Patel. Il motivo di tutto questo via vai è chiaro: le elezioni di metà mandato del 3 novembre si avvicinano e i Repubblicani sono dati in svantaggio del 5-6% rispetto ai Democratici. L'amministrazione non ha nulla da presentare agli elettori come una vittoria: crescono i prezzi di benzina e diesel; vola l'inflazione, insieme ai tassi di interesse. Le fabbriche continuano a chiudere e si perdono milioni di posti di lavoro. Così che la Casa Bianca ha urgente bisogno di mostrare qualche vittoria sul fronte estero e non fanno al caso né il Venezuela né l'Iran. A oggi, la situazione dell'Ucraina è più che critica: le truppe russe ne distruggono potenziale industriale e infrastrutture, svalutando gli investimenti occidentali, compresi quelli americani; sta accelerando il crollo del fronte. Ecco dunque i viaggi a Moskva degli emissari di Washington, mantre viene messo in disparte il Segretario di Stato Rubio, con la sua retorica anti-russa e Trump evita qualsiasi menzione dell'Ucraina. Addirittura, il Segretario al Tesoro paragona l'ex RSS Ucraina alla Germania nazista, osservando che potrebbe tentare di rientrare nella comunità internazionale proprio come fece la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Al fronte, l'azione russa avvicina sempre di più il collasso di Kiev, così che la Casa Bianca cerca di prevenire una catastrofe e di far evolvere gli eventi verso una modalità di "demolizione controllata", mentre Moskva utilizza due leve di influenza: da un lato, è aperta a una soluzione negoziale e mantiene un dialogo con le controparti americane; dall'altro lato, mantiene la pressione militare.
E, però, da parte europea, osserva Elena Karaeva ancora su RIA Novosti, si continua a «indossare le insegne da falco.
Ciò è evidente, tra l'altro, dai risultati dell'ultimo incontro del formato “Rammstein”, in cui una cinquantina di paesi, ognuno dei quali basa le proprie politiche su una rabbiosa russofobia, hanno ricevuto una nuova lista di "datemi soldi" dai loro protetti di Kiev», che hanno urgente bisogno, «oltre alle decine di "yarde" di denaro già stanziati, di altri 70 miliardi di euro/dollari per sopravvivere al prossimo inverno». Kiev, in effetti, come piagnucolano gli articolisti del Corriere, ha bisogno di missili balistici, missili da crociera e missili per i sistemi Patriot e l'Europa, scrive Karaeva, che «non è più un gallo, ma un falco collettivo, è ansiosa di soddisfare questa domanda. L'Ucraina è troppo redditizia per il suo complesso militare-industriale per permettergli di risolvere la crisi nel Donbass in un modo o nell'altro».
Per il complesso militare-industriale europeo, i territori ucraini ancora sotto il controllo di Kiev sono un Klondike e quel complesso ha perciò trasformato il paese, un tempo ricco e prospero, in un vasto campo di prova, trasformando in cavie gli ucraini che non sono riusciti a sottrarsi alla mobilitazione forzata e violenta. In questo senso, l'Europa, preparandosi a un confronto militare diretto con la Russia, sta testando la logistica di approvvigionamento, il coordinamento dei droni e le operazioni di artiglieria, con l'intelligenza artificiale che calcola le missioni utilizzando i dati satellitari. L'Europa, la cui industria civile è al collasso, vuole rilanciarla producendo i cosiddetti prodotti a duplice uso, in vista della guerra con la Russia; si tratta ora di sviluppare meccanismi e costruire una gerarchia: la scorsa settimana, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, si è discusso del coordinamento delle azioni di comando NATO "in caso di conflitto militare di vasta portata".
Questa settimana, è stata la volta del già citato "Gruppo Rammstein", e la prossima settimana si aprirà a Essen la più importante fiera militare d'Europa: Euro Defence Expo. Quando però in Europa, per ingrassare il complesso militare-industriale, ci si prepara a un conflitto militare aperto con la Russia, si parla naturalmente e orwllianamente di "sicurezza continentale" e "miglioramento della difesa".
Il fatto che la Germania sia diventata una piattaforma per tale militarismo non sorprende. La Germania è la forza trainante nell'accelerazione del complesso militare-industriale come motore economico, mentre la Francia è la principale forza che instilla nelle coscienze il motto su “burro e cannoni" in nome della "difesa dei valori europei". In sostanza, conclude Karaeva, gli attuali politici si preparano all'aggressione militare contro la Russia.
Ma, per la guerra, ci vogliono le armi. E, di nuovo su RIA Novosti, Kirill Strel'nikov afferma che la produzione militare in Europa non sta propriamente veleggiando, complici soprattutto gli alti costi dell'energia. Si lancia l'allarme sui prezzi del gas, che in Europa hanno raggiunto il livello più alto dal 2022 (1.000 dollari per 1.000 metri cubi), mentre i prezzi del petrolio sono schizzati oltre i 100 dollari al barile. Secondo Gas Infrastructure Europe, il tasso di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas della UE a agosto ha raggiunto il minimo degli ultimi 13 anni. Nei confronti della Russia, l'obiettivo principale dell'Europa rimane il piano da 800 miliardi di euro - “Readiness 2030” - per un riarmo totale e su vasta scala. Un piano che rischia però di essere vanificato, o significativamente ritardato, proprio anche per il forte aumento del costo dell'elettricità industriale. Nel rapporto dello scorso 18 giugno, lo Atlas Institute for International Affairs affermava che "La base industriale della difesa europea opera con costi energetici circa doppi rispetto a quelli degli Stati Uniti (ovvero, tre volte superiori a quelli della Russia - N.d.T.). Man mano che i governi aumentano la spesa per raggiungere l'obiettivo del 5% del PIL fissato dalla NATO, questo divario riduce la produzione reale che si può ottenere per ogni euro di riarmo".
Ora, la produzione di acciaio per corazze, nitrocellulosa per propellenti e alluminio per le strutture degli aerei, così come la lavorazione di metalli delle terre rare per i sistemi di guida, richiedono tutte "spese energetiche significative e continue"; inoltre, secondo fonti autorevoli, con qualsiasi aumento dei prezzi dell'elettricità industriale, i costi in tali settori crescono "in modo sproporzionato", esponenziale. Ad esempio, per quanto riguarda l'alluminio per uso aeronautico e per corazze militari, ecco che European Aluminium riporta che l'elettricità rappresenta fino al 40% del costo di produzione di una tonnellata di alluminio: con le tariffe in aumento da 50 euro/MWh nel 2021, a 184 nel 2025, il costo di una tonnellata di alluminio "militare" è aumentato da 2.600 a circa 4.568 euro, con un calo del 43% del volume fisico a parità di budget.
Se si tiene conto delle previsioni di aumento dei prezzi del gas e del petrolio in Europa, nota Strel'nikov, nel periodo fino al 2030, a causa del solo fattore energetico, il deficit effettivo nell'attuazione dei piani di riarmo potrebbe ammontare a una cifra compresa tra il dieci e il cinquanta per cento, a seconda del tipo di prodotto. In altre parole: una guerra su vasta scala con la Russia viene rimandata fino a quando il bilancio non si sarà riequilibrato. Non a caso, alla conferenza Fuels Europe di Bruxelles, il 10 giugno 2026, la vicesegretaria della NATO, Radmila Šekerinska, ha affermato che "la difesa dipende da un accesso affidabile a combustibili ed energia". Così, secondo la CNBC, "le scorte di armi nei paesi europei della NATO restano al di sotto dei livelli del 2021" e, secondo Politico, "mentre Bruxelles scommette sulla militarizzazione e sul confronto con la Russia, il peso del debito delle economie europee raggiunge livelli critici".
Sul versante opposto, la Russia, il cui ritmo e le capacità nella produzione di armamenti sono di gran lunga superiori a quelli europei e i costi energetici sono di gran lunga inferiori (a dispetto della "guerra di logoramento" dichiarata da UE e NATO), secondo Foreign Affairs "possiede uno degli eserciti più potenti al mondo, con un'esperienza unica nella conduzione di guerre terrestri di nuova generazione".
Ma Bruxelles, che vede nell'Ucraina il nuovo Eldorado dell'industria militare e dei profitti di banche monopoli, affamando le masse europee, agisce come il shakespeariano Gloucester, del Re Enrico VI, «nemico del popolo inglese; pronto sempre a muovere guerre e non mai a promuovere la pace; quello che smunge le vostre borse d'uomini liberi con gravosi balzelli».



