Il "gran rifiuto" di Ryhad

Tensione nei rapporti tra Usa e Arabia Saudita

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Il "gran rifiuto" di Ryhad

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di Mara Carro


La decisione dell'Arabia Saudita di rifiutare un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) - un evento senza precedenti - ha generato stupore internazionale, sebbene la rinuncia del Regno a tenere un intervento all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il mese scorso fosse già il segnale evidente di un malcontento crescente.
 
L’agenda internazionale 2014/2015 che sta andando a comporsi include una serie di questioni di interesse per il Regno sui quali Ryhad, in qualità di membro o almeno in virtù del buon rapporto con tutti i cinque membri permanenti del Cds, avrebbe potuto avere maggiore voce in capitolo. Tra queste, Siria e nucleare iraniano su tutte.
 
In più occasioni in passato, i sauditi sono stati invitati dagli alleati regionali a ricercare una seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma hanno sempre rifiutato, preferendo coltivare un approccio prudente di basso profilo agli affari internazionali. Il 18 ottobre, dopo essere stata eletta assieme a Nigeria, Cile e Lituania, l'Arabia Saudita ha deciso di rifiutare il seggio al fine di manifestare un forte dissenso contro la disfunzionalità del Consiglio di sicurezza, con particolare riferimento alla tragedia siriana. In un comunicato, il ministero degli Esteri saudita ha motivato la rinuncia spiegando che il Consiglio non aveva assolto ai suoi doveri in Siria e rispetto a tutti gli altri conflitti mondiali. Ryhad ha accusato l'organismo internazionale di adottare la politica "dei due pesi e due misure", ha criticato la  mancanza di progressi sulla questione palestinese e il fallimento del Cds nell’ eliminazione delle armi di distruzione di massa in Medio Oriente. 
È stato però il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale e capo dell'intelligence generale dell'Arabia Saudita, a spiegare che, anche se queste dichiarazioni sono state indirizzate alle Nazioni Unite, il vero bersaglio della frustrazione del Regno sono gli Stati Uniti, per l'inerzia di Washington sulla Siria e le recenti aperture fatte nei confronti dell’Iran.
 Il capo dell’intelligence saudita avrebbe esternato la volontà del Regno di ridimensionare la  cooperazione con gli Stati Uniti per armare i ribelli siriani e lavorare invece con alleati come la Francia e la Giordania, nel tentativo di rovesciare il governo di Assad. Non a caso, la diplomazia saudita è stata relativamente vigorosa nel corso delle ultime due settimane. Il 9 ottobre, il re Abdullah ha ricevuto il presidente ad interim egiziano Adly Mansour e il ministro francese della Difesa. E il 21 ottobre, ha ospitato una riunione congiunta con il re Abdullah di Giordania e il principe ereditario Mohammed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi.
 
La lunga alleanza tra Usa e Arabia Saudita ha già conosciuto momenti di crisi in passato, durante la crisi energetica del 1973 o per il coinvolgimento di tanti dirottatori sauditi negli attacchi dell'11 settembre, fino alle posizioni divergenti sulle cosiddette Primavere arabe, sulla Siria e sull’Iran. Ryhad ospita l’ex presidente tunisino Ben Ali mentre Washington sostiene la transizione democratica tuttora in atto in Tunisia. Riyah ha condannato la decisione degli Usa di non sostenere all’ex presidente egiziano Hosni Mubarak e non ha mai sostenuto la presidenza Morsi, esponete della Fratellanza musulmana. Al pari degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita,  non ha visto di buon occhio l’ascesa della Fratellanza Musulmana in Egitto, timorosa di perdere un alleato importante per la stabilità regionale e per il contenimento dell’espansionismo iraniano nella regione. La Monarchia del Golfo ha anche temuto un possibile contagio rivoluzionario oltre che un ridimensionamento dell’influenza della corrente wahabita, rispetto alla quale la Fratellanza rappresenta una valida alternativa sempre di natura islamista. E quando il governo islamista del Il Cairo è stato rovesciato lo scorso luglio, Riyadh è stata la prima a congratularsi con le Forze Armate e annunciare un pacchetto di 5 miliardi dollari di aiuti per il Cairo tra donazioni, prodotti petroliferi e gas naturale e depositi senza interessi nella Banca Centrale d’Egitto, mentre Washington è ancora incerta sulla definizione da attribuire alla deposizione di Morsi.
Per quanto riguarda la Siria, l’Arabia Saudita ha mal accolto la decisione del presidente Obama di non procedere con un attacco militare punitivo contro Damasco, dopo l’attacco chimico dello scorso 21 agosto.
 Per quanto riguarda l'Iran, rivale regionale di Ryhad, il Regno teme che Teheran possa dotarsi di armi nucleari e dubita delle promesse di Washington di ricorrere alla forza se necessario, soprattutto alla luce dellerecenti aperture diplomatiche del nuovo presidente iraniano, Hassan Rowhani, che sta cercando di negoziare con gli Stati Uniti un accordo sul nucleare. 
 

  

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