Decapitato e poi crocifisso: un giovane manifestante condannato in Arabia Saudita

Privo di assistenza legale, Ali al Nimr verrà giustiziato. Ma Riad gode della protezione dei governi occidentali

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Decapitato e poi crocifisso: un giovane manifestante condannato in Arabia Saudita

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da Al Manar

Ali al Nimr aveva 17 anni quando venne arrestato nel febbraio del 2012. Nipote del religioso sciita saudita Sheij Nimr al Nimr (prigioniero politico condannato a morte), il ragazzo aveva partecipato a una manifestazione antigovernativa nella provincia saudita di Qatif.  Tra pochi giorni sarà decapitato e poi crocifisso. Accusato dal governo di possedere un’arma da fuoco e di aver attaccato le forze dell’ordine, il ragazzo non ha mai confessato prima di rivelare alcune informazioni sotto tortura.
 
Privo di assistenza legale, Ali al Nimr è stato processato e dopo aver esaurito tutti i gradi di giudizio, è stato condannato lo scorso 27 maggio alla morte per decapitazione e successiva crocifissione. La sua esecuzione dovrebbe avere luogo nei prossimi giorni. Da alcune settimane, varie organizzazioni umanitarie hanno chiesto all’Unione Europea di intervenire per scongiurare l’esecuzione. Amnesty International ha denunciato il fatto in un comunicato invitando a inviare numerose e mail e lettere al re dell’Arabia Saudita, Salman, perché venisse annullata l’esecuzione.
 
Il regno wahabita nel 2013 ha deciso di ridurre il numero di decapitazioni con crocifissioni, promuovendo al suo posto la semplice decapitazione o la fucilazione dei condannati a morte, soprattutto per timore di eventuali ripercussioni sull’opinione internazionale, che però è rimasta in silenzio. L’ultimo caso di decapitazione e crocifissione risale al 2013.
 
Ma in questa occasione l’utilizzo di questa pratica barbara vuole essere un messaggio inequivocabile per gli oppositori al regime assolutista monarchico.
 
Il numero di decapitazioni senza crocifissione è notevolmente aumentato quest’anno rispetto al 2014. Il regime saudita si è anche visto obbligato a incrementare il numero di boia che eseguono la decapitazione.
 
Secondo Amnesty International, tra gennaio e fine agosto del 2015, almeno 130 prigionieri hanno subito la pena capitale, di cui più della metà per infrazioni che non soddisfano i criteri che stabiliscono “i crimini più gravi” fino a giustificarne il ricorso alla pena capitale, secondo il diritto internazionale. 
 
Ma nonostante il carattere barbaro dei metodi sauditi, il regime saudita gode della protezione dei governi occidentali, come quello statunitense e francese, suoi grandi fornitori di armi per migliaia di milioni di dollari.
 
(traduzione di Stefania Russo)

 
NOTA
 
L’Arabia Saudita è tra i maggiori acquirenti di armi in Italia. Inoltre lo scorso 12 settembre è stato a Napoli il Principe Turki al Faisal al Saud, tra i principali esponenti dell’Arabia Saudita, nonché Presidente del King Faisal Center For Research and Islamic Studies (KFCRIS). È stato anche ricevuto dalla Fondazione Mediterraneo e del Museo della Pace MAMT, che ospiterà una sezione dedicata all’Arabia Saudita dal titolo “Passione Araba”. In questa occasione è stato a lui conferito il “Premio Mediterraneo della Diplomazia 2015” e sottoscritto un importante protocollo d’intesa tra la Fondazione ed il KFCRIS per azioni concrete tese a valorizzare ciò che unisce ed ha unito il mondo arabo e il mondo occidentale.

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