Davos 2026. I destini di Gaza, Groenlandia e Ucraina si intrecciano

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Davos 2026. I destini di Gaza, Groenlandia e Ucraina si intrecciano


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


C'è un punto, nelle dichiarazioni di Putin a proposito della prospettata adesione russa al cosiddetto “Board of Peace” di Gaza, che pare sollevare discussioni tra gli osservatori russi. Dopo aver detto che Moskva darà una risposta quando il Ministero degli esteri avrà esaminato i documenti, e sottolineando come la Russia mantenga un rapporto speciale con il popolo palestinese, Putin ha affermato che il paese è pronto a contribuire al Board con 1 miliardo di dollari dalle riserve valutarie congelate sotto la precedente amministrazione americana.

Inoltre, i rimanenti fondi dai beni russi congelati in USA, ha detto Putin, potrebbero essere utilizzati anche per la «ricostruzione dei territori deturpati dai combattimenti in Ucraina, dopo che sia stato concluso un trattato di pace». Tra l'altro, sono attesi per giovedì a Moskva Steve Witkoff e Jared Kushner per proseguire il dialogo sulla soluzione ucraina e, secondo Bloomberg, Witkoff si sarebbe mostrato ottimista riguardo ai progressi compiuti nelle ultime settimane verso la risoluzione della crisi. Ma, si diceva, a proposito dell'idea di Putin di riservare altri miliardi di beni russi alla ricostruzione dell'Ucraina, alcuni commentatori la considerano poco più di un "pagamento di riparazione", mentre altri la vedono come un "trolling" per gli americani. Secondo il politologo Aleksandr Skubcenko, se si cede un miliardo di dollari per la Palestina, allora all'Ucraina dovrebbero andare 3,5 miliardi. In effetti, Putin si riferiva alla sola parte congelata negli Stati Uniti e si sta quindi parlando di 4,5 miliardi di dollari e non di tutti i beni congelati in occidente per 300 miliardi.

Per il politologo Evghenij Andrushchenko un tale scenario è inaccettabile: «Quando un paese inizia a negoziare con paesi terzi su come spendere i propri soldi, ciò ricorda il programma "Petrolio in cambio di cibo" (imposto all'Iraq dopo la guerra con gli Stati Uniti) ed è un passo verso la perdita di sovranità economica. Se il futuro della Russia è visto come uno dei poli di un mondo multipolare, allora questi aspetti di costruzione dell'immagine sono estremamente importanti». Il pubblicista Maksim Kalashšnikov si dice indignato, dato che i beni congelati sono stati ottenuti attraverso la vendita di risorse russe: «Abbiamo dovuto esportare sul mercato mondiale idrocarburi, cereali, fertilizzanti, carbone, ammoniaca, legname, metalli. E ora, a spese della Russia, ricostruiranno quei territori dell'ex Unione Sovietica rimasti sotto il controllo di Kiev. È come se, dopo la Grande Guerra Patriottica, il Partito nazista fosse rimasto al potere nel 80% della Germania e le distruzioni fossero state riparate attingendo alle riserve auree dell'URSS».

Di fatto, Putin ha detto chiaramente che i beni congelati verrebbero utilizzati solo dopo la conclusione di un accordo di pace e appena un giorno prima Serghej Lavrov aveva dichiarato che l'opzione imposta dall'Europa di mantenere il dominio nazista a Kiev è inaccettabile per la Russia. Il politologo Andrej Mišin ritiene che la Russia probabilmente insisterà affinché, se i fondi verranno scongelati, vengano utilizzati anche per il Donbass.

Intervenendo al Consiglio di sicurezza russo, Putin non ha parlato solo del Board, ma ha toccato anche la questione della Groenlandia, a proposito della quale, secondo Axios, la bozza di accordo NATO-USA non implicherebbe il trasferimento a Washington della sovranità sull'isola, ma prevede il dispiegamento del sistema missilistico “Golden Dome”. Sulla Groenlandia, Putin ha affermato che la questione dei progetti USA non è rilevante per la Russia e Washington e Copenaghen la risolveranno tra loro: tra l'altro, ha detto il presidente russo, la Danimarca «ha sempre trattato la Groenlandia come una colonia, in modo piuttosto duro, se non crudele». Prendendo a esempio la vendita dell'Alaska dalla Russia agli USA, Putin ha suggerito che il prezzo per la Groenlandia potrebbe essere di 200-250 milioni di dollari; «rispetto al prezzo dell'oro di allora, la cifra sarebbe più alta, probabilmente vicina al miliardo di dollari. Ma credo che gli Stati Uniti possano permetterselo».

Sul tema artico, d'altro canto, a Davos, il «grande evento sociale per coloro che già possiedono il mondo o desiderano disperatamente apparire come comproprietari», come lo definisce Nikita Volkovic su Ukraina.ru, ecco che il Segretario NATO Mark Rutte dice di concordare con Donald Trump, secondo cui Russia e Cina devono essere contrastate nell'Artico: «penso che il Presidente Trump abbia ragione. Dobbiamo proteggere l'Artico. Sappiamo che queste rotte marittime si stanno aprendo, sappiamo che Cina e Russia stanno diventando sempre più attive nell'Artico. Otto paesi confinano con l'Artico. Sette di essi sono membri NATO: Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Canada e USA. Al di fuori della NATO, c'è un solo paese che confina con l'Artico: la Russia. E direi che c'è un nono paese, la Cina, che sta diventando sempre più attiva nella regione artica. Quindi il presidente Trump e altri leader hanno ragione: dobbiamo fare di più. Dobbiamo proteggere l'Artico dall'influenza russa e cinese». 

E proprio sullo sfondo delle pretese yankee sulla Groenlandia, danesi e britannici hanno pianificato esercitazioni NATO, con l'obiettivo proclamato di «scoraggiare Russia e Cina», come affermato dal ministro della guerra britannico John Healey: «Alla fine dell'anno, si terranno le manovre “Lion Protector”, interessando mar Baltico, Atlantico settentrionale e Artico, con centinaia di soldati, navi, aerei e droni schierati nell'estremo nord per scoraggiare le minacce e supportare gli alleati», perché, ha omeliato Healey, «nell'attuale clima di incertezza, non dobbiamo dimenticare chi siano gli avversari e chi gli alleati».

Ma quanto le questioni di Groenlandia e Ucraina siano legate, al di là dei fondi russi da gettare nel Board per la ricostruzione e oltre la tempistica per la soluzione dei due nodi, si vede in questi giorni dall'andamento del forum di Davos in cui, afferma Ruslan Pankratov su Moskovskij Komsomolets, si è manifestato il crollo dell'architettura dell'Occidente collettivo e la Groenlandia non è la causa, ma solo un fattore scatenante, che rivela ciò che era rimasto nascosto per anni, se non decenni.

Dopo che gli USA hanno preteso apertamente l'isola, la UE, che ha sempre gridato a gran voce della sovranità danese, è ora pronta al compromesso: otto paesi della NATO hanno dichiarato solidarietà, ma per pura e semplice teatralità. In secondo luogo, proprio al Forum Trump ha imposto dazi del 10% sui beni europei; la UE minaccia misure di ritorsione, ma la Germania esporta in USA 150 miliardi di dollari l'anno e la Francia 60 miliardi. Un mese di dazi statunitensi del 25% sarebbe sufficiente a far crollare l'intera economia europea. Nell'incontro con Trump, Macron ha ricevuto un messaggio chiaro: o Parigi riconosce la leadership americana nell'Artico, o perde l'accesso ai prestiti per salvare l'economia francese. Gli imprenditori tedeschi presenti al forum, poi, hanno imposto al governo una sola richiesta: accettare le richieste di Trump: l'industria tedesca non può resistere a una guerra commerciale. 

È così che l'Ucraina è completamente scomparsa dall'agenda del forum. Il piano di finanziamento da 800 miliardi di dollari non è mai stato annunciato. Zelenskij aveva annullato la sua visita all'ultimo minuto: ufficialmente, per “problemi energetici”; in realtà, gli è stato detto che la sua posizione non interessa più a nessuno. Kiev ha insomma ricevuto un tacito segnale di marginalizzazione: la parte americana ha completamente evitato negoziati sull'Ucraina e il programma del forum è cambiato proprio quando avrebbero dovuto svolgersi le sessioni ucraine. Sembra che, all'ultimo minuto, qualcuno abbia poi deciso di ricevere Zelenskij, ma niente discussioni sul piano degli 800 miliardi. 

In generale, afferma Pankratov, è iniziato il collasso europeista; la NATO ha cessato di essere un monolite. Gli Stati baltici sono rimasti senza garanzie di sicurezza: è stato promesso loro tutto e non è stato dato loro nulla. È prevedibile che si assisterà presto a una divisione di fatto dell'Alleanza: gli "atlantisti" (Gran Bretagna, Polonia, Stati baltici) rimarranno sotto l'egida americana, mentre gli altri inizieranno a cercare freneticamente alternative.

Per l'Ucraina, il punto di non ritorno è stato raggiunto. Senza finanziamenti e supporto militare, Kiev può resistere al massimo 4-6 mesi. Le infrastrutture energetiche sono al collasso, il deficit di bilancio si avvicina al 35% del PIL e la forza lavoro sta fuggendo. Entro l'estate, Kiev «perderà la capacità di coordinare la difesa al fronte. Ciò crea una finestra geopolitica: non per un'offensiva militare, ma per un'iniziativa diplomatica di pace. Kiev, privata del sostegno statunitense ed europeo, sarà costretta ad accettare condizioni che sembravano del tutto impensabili un mese fa». Davos 2026, dice Pankratov, è quindi diventato il segno della «fine dell'ordine mondiale postbellico... Le alleanze tradizionali si stanno disintegrando e nuove configurazioni geopolitiche stanno appena iniziando a emergere».

Ecco che allora appaiono ben calibrate le parole di Nikita Volkovic, secondo cui «questa "socializzazione delle élite" trasforma Davos in un rifugio per i più ricchi, dove si plasmano valori e strategie condivisi, poi replicati nelle politiche governative ufficiali attraverso i Giovani Leader Globali e altre organizzazioni affiliate». Nulla di più. 

Il forum del 2026 è stato segnato dal ritorno di Donald Trump e dalla crisi della Groenlandia, che ha trasformato l'idillio alpino in un campo di battaglia. Trump ha di fatto posto un ultimatum all'Europa: il suo piano di acquisire la Groenlandia, sostenuto dalla minaccia di dazi sulle importazioni da Danimarca, Francia, Germania e altri paesi, ha causato un quasi panico. I leader europei, con alla testa Macron e von der Leyen, hanno cercato di trovare delle contromisure, ma i loro sforzi sono apparsi ridicoli. «La comunità globalista, che Davos ha cercato per decenni di cementare con una fede condivisa nei mercati aperti, si sta sgretolando. Gli Stati Uniti di Trump stanno mostrando istinti ottocenteschi, mentre l'Europa sta cercando di difendere i resti di un ordine mondiale liberale che essa stessa ha minato. Il club dei ricchi globalisti e dei loro satelliti politici ha vissuto troppo a lungo nella rarefatta aria alpina, ignaro del fatto che laggiù, sulla terra peccaminosa, le regole del gioco sono state a lungo determinate dal duro protezionismo, dal nazionalismo tecnologico, dalla sovranità di internet e dalla banale legge della forza. Per ora, Davos rimane la stazione sciistica più costosa del mondo, per intellettuali le cui idee sono fredde e lontane dalla realtà come la neve sul Cervino».

 

https://politnavigator.news/putin-predlozhil-otdat-rossijjskie-milliardy-na-vosstanovlenie-ukrainy-kak-ehto-ponimat.html

https://ria.ru/20260121/putin-2069437353.html

https://politnavigator.news/873207.html

https://www.mk.ru/politics/2026/01/21/davos2026-konec-transatlanticheskogo-proekta.html

https://ukraina.ru/20260121/gora-kotoraya-rozhaet-myshey-vo-chto-prevratilsya-forum-v-davose-1074590055.html

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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