Guerra del Golfo: infuria la battaglia finanziaria

Mentre nel Golfo infuria il conflitto armato nel silenzio delle grandi banche e società finanziarie di Wall Street, Hong Kong e delle petro-monarchie infuria uno scontro finanziario altrettanto grave. Quello per scalzare il dollaro dal suo ruolo di riserva mondiale

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Guerra del Golfo: infuria la battaglia finanziaria

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di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Come sosteniamo da anni la guerra mondiale “a pezzi” in corso almeno dal 2013 ha una matrice di natura economica e finanziaria: gli Stati Uniti, deindustrializzati e con i conti con l'estero conseguentemente in cronico deficit hanno scatenato una serie di conflitti in Europa ed in Medio Oriente con la finalità, da un lato, di rompere il cordone ombelicale tra Russia ed Europa, minando la competitività dell'Unione Europea e dall'altro lato di tenere in perenne stato di soggezione i paesi arabi (ed in particolare me petro-monarchie del Golfo) e dunque nella sfera di influenza a stelle e strisce.

In questo contesto ovviamente va letto anche l'attacco all'Iran da parte degli USA e di Israele. Come ha sostenuto Mike Pompeo (Segretario di Stato nel primo mandato di Trump) l'Iran deve scegliere l'Occidente e abbandonare Russia e Cina. Conseguentemente il vero obbiettivo della guerra (al netto dei casus belli più o meno pretestuosi) è bloccare la penetrazione sino-russa in Medio Oriente, che sta avvenendo proprio grazie all'Iran che funge da perno.

Naturalmente fermare questa penetrazione ha la funzione di mantenere l'egemonia USA nell'area che è basilare (grazie agli investimenti delle petro-monarchie in USA e al meccanismo del petrodollaro) per conservare il dollaro come moneta di scambio dei mercati internazionali e moneta di riserva mondiale. Elemento, come si comprende, fondamentale affinché l'impero americano possa sopravvivere. 

Data la  sostanziale impagabilità del debito estero (netto) degli USA conservare il flusso degli investimenti dei paesi del golfo è fondamentale e dunque Washington non può accettare concorrenti che diano agli emiri una alternativa al dollaro.

Che la guerra fosse inevitabile lo si era capito quando fu annunciato l'accordo tra la Cina e l'Arabia Saudita che consentiva a Pechino di pagare il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari. Una notizia clamorosa (sebbene sottovalutata dalla maggior parte della stampa italiana) e che chiaramente ha fatto scattare l'allarme rosso a Washington. Trump infatti, immediatamente dopo la rielezione, si è precipitato nei paesi del golfo per provare a mettere un argine diplomatico a questa penetrazione. Al di là delle pompose promesse però qualcosa deve essere andato storto considerato che, un anno dopo, è esploso un conflitto che può avere effetti drammatici sia sotto l'aspetto della sua espansione in campo militare che sotto l'aspetto degli effetti economici e finanziari. Il fatto che a Washington abbiano preso la decisione  di eliminare l'Ayatollah Khamenei depone per la circostanza che Trump abbia deciso di andare All-in. O per dirla in italiano siamo al “o la và, o la spacca”. Non si uccide scientemente una autorità religiosa di quel livello se non con l'obbiettivo di far esplodere tutto.

Per comprendere il perchè di una scelta che appare folle a mio avviso aiuta guardare le cose sul lato finanziario.  Vediamo punto per punto:

 

1) Con lo scoppio del conflitto la Cina ha ridotto l'esposizione finanziaria verso i paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati. Le autorità politiche di Pechino e conseguentemente quelle finanziarie di Hong Kong hanno imposto a diverse banche e istituzioni finanziarie di bloccando nuovi prestiti e, sospendere operazioni relative a emittenti mediorientali e vendendo bond governativi sauditi e di Saudi Aramco. Una notizia ambigua però molto importante: se da un lato l'obbiettivo di Pechino può essere quello di scappare con il bottino prima che la guerra faccia crollare tutto, dall'altro lato può essere letta come una ritirata cinese da questa area di mondo così strategica per gli USA.

2) Il Financial Times da un annuncio clamoroso: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar pensano a recedere dai contratti e ad annullare impegni di investimento negli Stati Uniti per alleviare la pressione economica causata dalla guerra. Una notizia che se fosse confermata sarebbe la campana a morto per il Dollaro, per Wall Street e per gli USA. Senza il flusso finanziario proveniente dal Golfo e anzi con un deflusso non c'è alcuna speranza che gli USA possano sopravvivere. Certo, per ora si tratta di una indiscrezione, che però è anche un avvertimento mafioso degli emiri: «O ci difendete o noi ritiriamo i soldi!»

3) BlackRock, il gigantesco fondo finanziario americano ha bloccato i rimborsi di un suo fondo a causa di una anomala richiesta di rimborsi. Certo, non sappiamo se a voler prelevare fossero degli investitori del Golfo ma certamente un provvedimento così grave dimostra plasticamente che a Wall Street e a Washington c'è paura di una fuga di capitali e di una conseguenza crisi finanziaria sistemica. Altrimenti una società come  BlackRock, vero fiore all'occhiello della finanza americana, non si sarebbe mai “sporcata la reputazione” negando i rimborsi, ovvero quanto di più sacro per investitori e per società finanziarie.

 

Non pare azzardato sostenere che alla luce di quanto scritto, sia iniziata una pericolosa battaglia finanziaria tra Cina, petro-monarchie e Stati Uniti. O fanno il grande accordo ora (Bretton Woods 2.0) o ben difficilmente taceranno le armi.

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