Basi, rotte e petrolio: il prezzo globale dell’escalation di USA e Israele
La risposta dell’Iran al criminale attacco sferrato da Stati Uniti e Israele entra in una fase nuova e più ampia. Con la dodicesima ondata dell’operazione “True Promise 4”, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha concentrato gli attacchi sul fronte marittimo e sulle infrastrutture statunitensi nel Golfo, colpendo obiettivi in Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, oltre allo strategico Stretto di Hormuz.
Secondo Teheran, l’operazione ha visto l’impiego di 26 droni kamikaze e cinque missili balistici. La base statunitense di Arifjan, in Kuwait, è stata colpita in due fasi, mentre il centro di comando di Al Minhad negli Emirati ha subito un attacco combinato di droni e missili. In Bahrein, sempre secondo fonti iraniane, le installazioni navali USA sono state distrutte. Sul piano simbolico e politico, ha avuto forte risonanza anche l’attacco al complesso dell’ambasciata statunitense in Kuwait, riportato dal New York Times e confermato da immagini e testimonianze raccolte dall’Agence France-Presse. È il terzo giorno consecutivo di operazioni iraniane contro interessi USA e israeliani nella regione. La reazione dei Paesi del Golfo non si è fatta attendere. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha minacciato misure collettive di risposta, invocando la tutela della sicurezza regionale, della navigazione e dei mercati energetici, senza però menzionare le operazioni belliche congiunte israelo-statunitensi contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito gli attacchi “una risposta legittima” all’aggressione USA-israeliana, sottolineando che Teheran non considera i Paesi arabi del Golfo come nemici. In un colloquio con il suo omologo cinese Wang Yi, Pechino ha chiesto la fine immediata delle ostilità e messo in guardia da un’ulteriore escalation regionale. Da Washington, il presidente Donald Trump ha smentito l’ipotesi di una campagna lampo, parlando apertamente della possibilità di un conflitto prolungato. Una linea a cui Teheran risponde per le rime: secondo Ali Larijani, l’Iran è pronto a una guerra lunga e si considera impegnato esclusivamente in una difesa della propria sovranità. In questo quadro, emerge con forza la responsabilità dei guerrafondai di Washington e Tel Aviv.
Le scelte strategiche degli Stati Uniti e di Israele appaiono sempre più orientate alla logica dell’escalation permanente, incuranti delle vittime civili, della destabilizzazione regionale e dei rischi sistemici per l’economia globale. Mentre si invoca retoricamente la sicurezza, si alimenta un conflitto che mina il diritto internazionale e riduce la diplomazia a mera copertura. In assenza di un cambio di rotta, la spirale bellica voluta da USA e Israele rischia di trascinare l’intero Medio Oriente - e non solo - in una crisi di lungo periodo dalle conseguenze imprevedibili.
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