Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

661
Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE

 

Sono trascorsi quasi tre anni da uno dei più recenti rapporti sull’apprendistato, un’analisi che fotografa la profonda crisi in cui versa questa tipologia contrattuale.

Nel 2021 (anno di riferimento del monitoraggio), gli apprendisti erano circa 544.366: un dato in lieve ripresa, ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente al Covid. La crescita della platea si è concentrata prevalentemente nel Mezzogiorno, mentre si è registrata una flessione in quella che un tempo era la regione industriale per eccellenza, la Lombardia. Al contempo, si assiste a un progressivo innalzamento dell'età media dei lavoratori coinvolti.

Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico. Il contratto di apprendistato, pur essendo conveniente per le imprese, viene utilizzato pochissimo. Spesso, infatti, i datori di lavoro non cercano giovani da formare, ma solo manodopera da sfruttare, evitando poi la stabilizzazione a tempo indeterminato. Senza voler generalizzare, è ormai acclarato che i processi formativi richiedono tempo e risorse, hanno un costo elevato e sono soggetti a regole ferree. Di conseguenza, molte aziende preferiscono affidarsi a lavoratori interinali, partite IVA e contratti a tempo determinato, azzerando così ogni obbligo in materia di formazione.

Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei propri mali al Reddito di Cittadinanza, alla presunta scarsa propensione dei giovani al sacrificio o ad altre motivazioni intrise di insopportabili luoghi comuni, primo tra tutti l'inefficienza del sistema scolastico pubblico.

La crisi dell'apprendistato riguarda sia la tipologia professionalizzante, sia quella per la qualifica, il diploma professionale e l'alta formazione e ricerca (che cubano tra l'87% e il 98% del totale dei contratti in essere). Manca, in sostanza, il ricorso a questo strumento in settori chiave come il commercio e la ristorazione. Tralasciando l'apprendistato di alta formazione e ricerca, che conta poche decine di casi, viene da chiedersi per quale ragione nella ristorazione si registri una simile crisi di vocazione. Forse basterebbe farsi un giro tra i locali per comprenderlo: si troverebbe una massiccia presenza di lavoro nero, contratti irregolari e retribuzioni da fame.

In teoria, l'apprendistato dovrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende con esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine. Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere proprio la prospettiva di trasformare l'apprendista in un lavoratore contrattualizzato a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati siedono il sistema formativo, le modalità di gestione dei fondi stanziati e l'assenza di un piano nazionale; ma pesa soprattutto la scarsa propensione datoriale verso la stabilità, che ha reso il tempo determinato e le varie forme di precariato i veri modelli contrattuali di riferimento.

In questo scenario tutt'altro che entusiasmante si inserisce la riforma degli istituti tecnici, pensata per orientare la formazione scolastica verso le sole esigenze del sistema produttivo. In questo modo si sottrae spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di affrontare i mutamenti del mercato del lavoro senza subirli.

La contrazione delle ore di insegnamento — sia per le materie scientifiche che per quelle letterarie — e la riduzione della durata del ciclo di studi da 5 a 4 anni rappresentano un autentico colpo inferto alla scuola tecnica, piegata a logiche che fino a ieri erano riservate esclusivamente ai percorsi professionali.

Questo stravolgimento risponde alle richieste padronali e interviene pesantemente su indirizzi, articolazioni e quadri orari, pregiudicando gli stessi risultati dell'apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è che il sistema produttivo è cambiato e la scuola è rimasta troppo distante. Quello che emerge, invece, è il tentativo spasmodico di ridurre ai minimi termini il ruolo e la funzione degli istituti scolastici e dei processi di istruzione. È il trionfo delle "competenze" sulle "conoscenze": un intervento che serve a garantire alle imprese una forza lavoro per la cui formazione non hanno mosso un dito, ottenendo come effetto collaterale lo smantellamento di un sistema educativo giudicato troppo lungo e, in fondo, inutile.

Inutili e intollerabili sono invece le retoriche padronali e le scuse accampate per sfuggire a una realtà scomoda, in cui le scuole devono essere "normalizzate" e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui si andrebbe fuori tema. Limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più e la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le imprese stesse, se solo queste volessero davvero investire in formazione anziché stravolgere il sistema educativo pubblico, riducendo l'istruzione tecnica a un mero addestramento professionale.

La colpa, insomma, viene sempre attribuita al settore pubblico, mentre il privato non si assume mai le proprie responsabilità.

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri di Fabio Massimo Paernti Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri

Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi "I nuovi mostri" - Virginia Raggi

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi

Gaza: La Tregua è finita, andate in Guerra di Michelangelo Severgnini Gaza: La Tregua è finita, andate in Guerra

Gaza: La Tregua è finita, andate in Guerra

Mondiali 2026: il calcio incontra l’IA   Una finestra aperta Mondiali 2026: il calcio incontra l’IA

Mondiali 2026: il calcio incontra l’IA

Come truffare un Napoletano “esperto in Fake News”? di Francesco Santoianni Come truffare un Napoletano “esperto in Fake News”?

Come truffare un Napoletano “esperto in Fake News”?

Halloween e il fascismo di Francesco Erspamer  Halloween e il fascismo

Halloween e il fascismo

CIABATTE E GINOCCHIERE di Alessandro Mariani CIABATTE E GINOCCHIERE

CIABATTE E GINOCCHIERE

Il futuro del gasdotto russo "Power of Siberia 2" di Marinella Mondaini Il futuro del gasdotto russo "Power of Siberia 2"

Il futuro del gasdotto russo "Power of Siberia 2"

La ricchezza, la patrimoniale, e le diseguaglianze di Giuseppe Giannini La ricchezza, la patrimoniale, e le diseguaglianze

La ricchezza, la patrimoniale, e le diseguaglianze

L'UE e la sinistra di Antonio Di Siena L'UE e la sinistra

L'UE e la sinistra

Il peggiore dei crimini possibili di Gilberto Trombetta Il peggiore dei crimini possibili

Il peggiore dei crimini possibili

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale di Giorgio Cremaschi Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti