Alberto Negri - Chi ha messo il dito sul grilletto ai talebani

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Alberto Negri - Chi ha messo il dito sul grilletto ai talebani

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di Alberto Negri - Il Manifesto*

Il nuovo ordine. Washington a fine anno si ritira anche dall’Iraq lasciando la patata bollente a Nato e Italia. Biden lo ha detto chiaro: la priorità non è più il terrorismo ma la Cina.


L’ufficio contro-propaganda di un noto Paese non occidentale fa notare che i ragazzi di Kabul tengono il dito sulla canna del fucile, sfiorandola, senza mai toccare il grilletto. Sono stati addestrati, mi dice. Mentre qui in Occidente i media sottolineano il coraggio delle donne in piazza che protestano – bello il titolo de il manifesto di ieri -, ma c’è il rischio che glielo lascino fare i talebani che si annotano i nomi e le andranno a prendere una per una, casa per casa.
Mentre un atteggiamento ben diverso è quello con i giornalisti occidentali, per ora bene accolti (tranne le donne) mentre l’ufficio politico del Mullah Wasiq da Kabul afferma che presto l’Italia riaprirà la sua ambasciata. Staremo a vedere. È inutile comunque farsi illusioni, funziona così.

È IL NUOVO ORDINE TALEBANO – sia pure ancora magmatico e non definito del tutto politicamente – cui gli americani e gli occidentali, al di là dei pietismo ipocrita e delle lacrime da coccodrillo, hanno contribuito in maniera decisiva non volendo più combattere una guerra persa in partenza.
Uno degli aspetti più interessanti, fa notare un articolo del New York Times, è quello che si lasciano dietro gli americani. E non si sta parlando di idee, comportamenti, aspirazioni, tutto volato via con l’ultimo cargo militare decollato di notte dall’aereoporto Hamid Karzai. A differenza di quella dei sovietici sconfitti prima di loro nell’89, l’eredità lasciata dagli americani non è stata un paesaggio di scheletri di veicoli corazzati e carri armati.

HANNO LASCIATO ARMI e attrezzature sufficienti a rifornire i vincitori per anni: questo è il risultato di vent’anni e di 83 miliardi di dollari investiti nell’equipaggiamento e nell’addestramento dei militari e delle forze di polizia afghane. Tutto evaporato in poche settimane e passato ai vincitori.
C’è da chiedersi se questa pesante eredità bellica lasciata sul terreno fosse prevista anche dagli accordi di Doha. Perché se fosse così come appare, potremmo dedurre che gli attuali talebani hanno a che fare con gli americani molto più strettamente di quanto già immaginabile. Vero è che hanno negoziato per anni con gli Stati Uniti e che i rappresentanti americani, segretari di stato compresi e direttori della Cia, hanno avuto modo di trattare con loro in lungo e in largo.

SINTOMATICO il fatto che il capo della Cia William Burns sia volato un lunedì a Kabul per parlare come il Mullah Baradar, come se la capitale afghana fosse un luogo del tutto sicuro. E per gli americani – a parte gli attentati dell’Isis-Khorassan – lo è, indipendentemente dal fatto che le truppe speciali talebane siano state addestrate da gente esperta, probabilmente la stessa che per anni ha istruito le forze afghane e che poi è passata a fare lo stesso mestiere dall’altra parte. Altrimenti non si spiega cosa facessero una parte delle centinaia di occidentali che non sono stati ancora evacuati.

SI CAPISCE MEGLIO anche il collasso delle istituzioni afghane, politiche e militari. Tutti sapevano come sarebbe finita: quando in aprile Biden e la Nato hanno annunciato il ritiro delle forze americane e di quelle della coalizione entro l’11 settembre, i talebani avevano già conquistato distretto dopo distretto. E questo è accaduto dopo anni di combattimenti degli studenti coranici contro le forze armate più sofisticate del mondo: ma nell’ultimo anno neppure un militare Usa è morto in scontri con i talebani. Si era smesso di combattere molto prima. All’inizio di quest’anno i talebani erano già posizionati intorno a alle città principali e più strategiche.

NON C’È STATO nessun complotto, scrive il New York Times. Semplicemente sono state raccontate bugie colossali dalla narrativa occidentale sulle capacità di resistenza dell’esercito afghano. Quando stavano ammainando i vessilli dei contingenti Nato, compreso il nostro, si continuava ripetere che l’esercito poteva contare su 300mila uomini: in realtà secondo gli stessi funzionari americani era già ridotto a un sesto.
Leader come il presidente Ghani e il suo vice Dostum sono scappati portandosi via la cassa, milioni e milioni di dollari in contanti che dovevano servire a pagare i soldati.

E ADESSO FORSE toccherà anche al Panshir di Massud figlio, visto che è stato lasciato senza copertura aerea e un suo portavoce qualche giorno fa ha persino evocato in aiuto in Sukhoi russi. Il padre, il Leone del Panshir, aveva combattuto gli «suravi» poi però nell’89 si era messo d’accordo con il generale Gromov per permettere un attraversamento sicuro della vallata all’Armata Rossa.

Oggi i talebani vogliono tutto l’Afghanistan. Se da un lato i talebani si sono impegnati con gli Usa a tenere a bada Al Qaeda e a combattere l’Isis-K, intendono rispettare i patti soltanto avendo sotto controllo tutto il territorio. Questo è il banco di prova cruciale per il nuovo ordine talebano e forse gli americani lo aiuteranno bombardando con droni i portabandiera del Califfato. È la nuova strategia di Washington che a fine anno si ritira anche dall’Iraq lasciando la patata bollente alla Nato e agli italiani. Biden lo ha detto chiaro: la priorità non è più il terrorismo ma la Cina. Ecco perché il dito sul grilletto ai talebani ce lo abbiamo messo noi.

*pubblichiamo su gentile concessione dell'autore

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