Afghanistan, il cimitero della Nato

Afghanistan, il cimitero della Nato

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Dall’Afghanistan sono giunte immagini inequivocabili: il caotico ritiro, più simile a una vera e propria fuga, degli Stati Uniti e dei loro alleati atlantici della Nato dopo venti anni di presunta guerra al terrorismo, segna una sconfitta dalle proporzioni storiche per gli Stati Uniti. Con ogni probabilità in futuro il mese di agosto 2021 sarà ricordato come una data spartiacque che segnala la definitiva decadenza dell’impero statunitense e dell’ordine mondiale unipolare emerso dopo il collasso dell’Unione Sovietica. 

Il mondo ha ormai preso inevitabilmente la via del multipolarismo con l’ascesa dell’Eurasia a trazione russo-cinese. Dunque gli sforzi in senso unipolare degli Stati Uniti sono destinati a naufragare miseramente. Anche perché per Washington sono divenuti insostenibili anche dal punto di vista economico. Lo stesso presidente Biden ha per primo lamentato lo spreco di oltre due trilioni di dollari in 20 anni di guerra inutile che lascia il paese in una condizione ancor più disastrata di vent’anni prima, quando l’Afghanistan già era dilaniato da una guerra civile scatenata dagli estremisti islamici ispirati e foraggiati dall’occidente contro il governo laico e socialista di Kabul. 

Più di 3.000 soldati uccisi, 20.000 feriti, centinaia di mutilati. Questo il bilancio ‘umano’ degli Stati Uniti. Senza poi contare tutti gli strascichi - suicidi e dipendenze - che questo conflitto comporterà come già accaduto per il Vietnam. 

A riprova delle difficoltà anche economiche degli Stati Uniti a restare superpotenza imperiale vi è il dubbio che possano restare a lungo con una presenza militare in paesi come l’Iraq e la Siria. Così come la guerra condotta dall’Arabia Saudita, stretto alleato degli Stati Uniti, contro lo Yemen non sembra avere i giorni contati. 

In generale, il dispositivo militare statunitense in Asia Centrale, Asia Occidentale e Nord Africa ha subito un colpo mortale e dovrà essere ricostruito secondo altri criteri, ricercando nuovi nemici e stabilendo alleanze di nuovo tipo perché lo scenario ha adesso una configurazione politica e geostrategica totalmente diversa rispetto al 2001 quando gli Stati Uniti hanno scatenato la cosiddetta lotta al terrorismo. Adesso abbiamo una Russia forte e attiva nello scenario regionale, ben diversa dal Paese debole che Vladimir Putin aveva trovato dopo la disastrosa e arrendevole amministrazione di Boris Eltsin. Allo stesso modo, la Cina, l'altra grande potenza regionale, non è più quel paese marginale impegnato a lottare per la sua sopravvivenza economica. 

Heartland o cuore del mondo

Perché gli Stati Uniti considerano l’Asia-Pacifico come una zone di massimo interesse strategico?

Già nel 1924 uno dei teorici della scuola tedesca del pensiero geopolitico, Karl Haushofer, nella sua opera ‘Geopolitica del Pacifico’ aveva previsto che nel XXI secolo quell'oceano sarebbe stato il centro politico-economico del mondo. L’autore tedesco prevedeva che uno spazio tra Stati Uniti, Cina e Australia sarebbe stato l'area più dinamica del pianeta. La storia, in effetti, gli ha dato ragione. I paesi dei monsoni (monsoon countries) soprattutto la Cina, sono in forte ascesa proprio come aveva previsto più di novant'anni fa. La regione è divenuta il punto focale della geopolitica globale nel 21° secolo. Gli scettici dovrebbero considerare questa citazione da un articolo del 1939: "Se un impero potesse sorgere con l'anima del Giappone nel corpo della Cina, sarebbe un potere che metterebbe in ombra anche gli imperi della Russia e degli Stati Uniti".

Il geografo inglese Halford Mackinder aveva sviluppato l'idea che il mondo è suddiviso in un'isola mondiale e un'isola continentale, il cui "perno geografico", heartland o cuore del mondo era l'Asia centrale e l'Europa orientale, costituita dal territorio che va dal fiume Volga allo Yangtze e dall'Himalaya all'Oceano Artico. Questo perno sarebbe circondato da due grandi regioni: marginale crescente e insulare crescente. Questo spazio forma l'isola mondiale che sarebbe composta da Europa, Asia e Africa. La sua teoria sostiene l'idea che chiunque domini il cuore del mondo (heartland) controllerà a sua volta l'isola del mondo, il che gli consentirebbe di controllare il corso geopolitico globale. Non è stato quindi un caso che il presidente Obama abbia basato la politica estera degli Stati Uniti per il 21° secolo sul concetto di costruzione del ‘Pivot to Asia’. 

Ma il cuore del mondo parla ormai cinese. La Nuova Via della Seta, o Belt and Road Initiative (Bri), abbracciando l’Eurasia e altre aree del mondo, si presenta come il progetto di sviluppo economico più ampio e multiculturale del XXI secolo. Un grandioso progetto, una rivoluzione geopolitica e geoeconomica che l’occidente e gli Stati Uniti forse non hanno nemmeno ancora compreso del tutto. 

Scrive a tal proposito l’analista Pepe Escobar: “La ‘miopia occidentale’, incentrata sui guadagni trimestrali delle aziende o sulla prossima campagna elettorale, non è in grado di comprendere la portata della BRI (Nuova via della Seta), che è aperta a tutti, non solo alle nazioni dell’antica Via della Seta. Si tratta di un progetto flessibile – che traccia partnership oltre l’Eurasia e l’Africa fino all’America latina e al Pacifico – e allo stesso tempo inclusivo, poiché rispetta diverse modalità di sviluppo e favorisce ciò che equivale a un vero dialogo tra civiltà (…) Il geografo francese Christian Grataloup, insieme ad altri, ha mostrato in dettaglio come l’Eurasia debba essere interpretata come un’entità geostorica, il ‘centro nevralgico della storia del mondo’. La Bri, che si sta sviluppando come una Nuova via della Seta del XXI secolo, ripristina l’importanza storica del “centro nevralgico”, ciò che la geopolitica definisce come Heartland. È in corso un massiccio cambiamento di paradigma, che si lascerà alle spalle il mondo che abbiamo conosciuto nell’ultimo mezzo millennio. L’Eurasia è tornata. Ed è più forte che mai: fateci l’abitudine”.

L’erede di Mackinder, Nicholas Spykman, sosteneva che la Cina sarebbe stata il concorrente più importante degli Stati Uniti in futuro, quindi il Giappone avrebbe dovuto allearsi con loro per garantire l'equilibrio. Da questo punto di vista, la riconfigurazione forzata che gli Stati Uniti dovranno fare nel proprio schema di dominio non riguarderà solo l'ambito regionale. La sconfitta in Afghanistan segnerà la necessità di nuovi percorsi per continuare a portare avanti la consueta politica imperiale.

Fuori dal Medio Oriente

Non solo Afghanistan. Con le loro mosse ormai mal tollerate, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi fuori anche dal Medio Oriente, non solo perché la presenza militare non risulta più sostenibile per l’impero decadente. 

Dopo il barbaro assassinio iraniano Qasem Soleimani in Iraq è iniziata a cambiare la prospettiva riguardo la presenza statunitense nella regione. I deputati del Parlamento iracheno lo scorso anno hanno votato una risoluzione che chiede al governo di porre fine all'accordo sull'assistenza militare straniera sul suolo iracheno, un patto che consente la presenza sul territorio di oltre 5.000 soldati statunitensi. La risoluzione affermava che "il governo accetta di revocare la sua richiesta di aiuto alla coalizione internazionale che sta combattendo lo Stato Islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria". C'è quasi totale unanimità sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi perché la nozione di occupazione straniera è inaccettabile per i cittadini. 

Il ritiro delle truppe statunitensi è stato poi confermato in occasione della visita del primo ministro iracheno Mustafa al Kadhimi a Washington lo scorso luglio: entro la fine di quest'anno come parte di un dialogo strategico in corso tra i due paesi i soldati statunitensi lasceranno l’Iraq. Un altro fallimento dove ancora una volta sarà il presidente Biden a doversene fare carico. 

A questo punto vien da pensare che la sua figura non sia stata scelta a caso. 

Gli Stati Uniti hanno circa 2.500 truppe regolari sul suolo iracheno, oltre a un piccolo e sconosciuto numero di forze per operazioni speciali. Il problema per gli Stati Uniti è che sanno che ritirandosi dall'Iraq si consoliderà ulteriormente la presenza iraniana. Un ritiro che assomiglia molto a una nuova sconfitta strategica. 

Bisogna tornare su un concetto per comprendere il perché l’impero accetta queste sconfitte: la situazione economica interna ha portato le recenti amministrazioni statunitensi a capire che non possono continuare a combattere quelle che il presidente Biden ha definito "guerre eterne" in Medio Oriente. E capire che le dinamiche globali inevitabilmente portano a una nuova leadership strategica. Per questo gli Stati Uniti hanno deciso di focalizzare la loro azione sul contrasto alla Cina. Siamo ormai alla guerra fredda 2.0. La potenza asiatica è stata individuata come nuovo vero nemico, dunque l’impero morente ha deciso di concentrarsi sugli eventi che si verificano nella regione Asia-Pacifico e in particolare nel Mar Cinese Meridionale.

Spostandoci in Siria il quadro non cambia. Le forze statunitensi continuano ad occupare illegalmente porzioni di territorio senza l'autorizzazione del suo governo legittimo e legale. Hanno il controllo dei più importanti giacimenti di gas e petrolio del Paese, ma l’esercito siriano avanza verso la totale liberazione del territorio nazionale. In questo quadro e nonostante il rifiuto di Stati Uniti e Occidente, il presidente Bashar Al-Assad è riuscito a essere rieletto alle elezioni dello scorso maggio.

Anche in Iran la musica non cambia. L’amministrazione dopo essere uscita unilateralmente dall’accordo sul nucleare concluso ai tempi di Obama ha imposto sanzioni alla Repubblica Islamica nel tentativo di piegarla. Nonostante anche il sopraggiungere della pandemia che agli esordi ha colpito pesantemente l’Iran, Teheran ha resistito. E rilanciato la sfida. Con il "Comprehensive Strategic Association" l’Iran sigla con la Cina un colossale progetto che raggiunge la cifra di 400 miliardi di dollari di investimento cinese nelle infrastrutture energetiche iraniane nei prossimi 25 anni in cambio di sicurezza nell'approvvigionamento permanente e un prezzo migliore per il suo petrolio. Pechino estende così la sua influenza sull’heartland. Una vera e propria doccia fredda per la politiche statunitensi nella regione. 

Quali prospettive per l’Italia?   

L’Italia come paese alleato agli Stati Uniti e organico alla cosiddetta Alleanza Atlantica esce sconfitta dall’Afghanistan. Insieme agli Stati Uniti ha dovuto lasciare il paese asiatico in fretta e furia. Restare ancora saldamente ancorati al morente ordine occidentale è una scelta esiziale. Le attuali classi dirigenti italiane non saranno assolte dalla storia. Sanno bene dove stanno conducendo il paese e che le loro scellerate decisioni non corrispondono a quel che andrebbe fatto, agli interessi del paese e del popolo italiano. 

L'Italia è un paese imprigionato da due tipi di imperialismo, il principale è l'imperialismo statunitense, che sfrutta la sua presenza militare, occupando il paese con diverse basi NATO. Non una foglia si muove a Roma senza l'approvazione di Washington. Il secondo è l'imperialismo dell'Unione Europea: sebbene sia subordinato agli USA e alla NATO, esercita un'ulteriore nefasta influenza sulla penisola italiana. In particolare, dal punto di vista economico-finanziario, il famigerato vincolo di bilancio esterno e la questione dell'euro rappresentano per l'Italia una vera condanna all’austerità eterna. E i danni ormai quasi irreparabili sono sotto gli occhi di tutti.

Roma è in attualmente imprigionata dall'azione di queste due forze imperialiste, e ha bisogno di volgere lo sguardo verso est, verso l'Eurasia, per liberarsi da questa stretta infernale. In particolare, potrebbe risollevarsi grazie ai due baluardi del nuovo ordine multipolare: Cina e Russia.

Un primo passo era stato compiuto firmando il memorandum per aderire alla Nuova via della Seta cinese. L’Italia era stato il primo paese del G7 a compiere una scelta del genere. Ma la chiusura di Draghi verso il progetto cinese sembra essere propedeutica all'uscita dell'Italia dall'accordo. 

I vantaggi di una più stretta cooperazione con la Cina sono evidenti. I numeri parlano da soli e soprattutto non mentono, a differenza della propaganda atlantista.

Nei primi cinque mesi del 2021, gli scambi tra Cina e Italia sono aumentati del 50% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In questo contesto, le esportazioni italiane verso la Cina sono aumentate del 75% anno su anno, posizionandosi al primo posto tra i principali paesi dell'Unione Europea (UE). Dati incontrovertibili che dimostrano l'enorme potenziale e la grande forza dell'efficace cooperazione tra Cina e Italia. Per quanto riguarda il futuro, la Cina ha dichiarato che il Paese si aprirà a un livello maggiore per promuovere uno sviluppo di maggiore qualità e accogliere più aziende italiane che vogliono investire in Cina. Allo stesso tempo, Pechino ha fatto sapere di sperare che l'Italia fornisca un ambiente operativo e commerciale giusto, giusto e non discriminatorio per la parte cinese.

È chiaro che sarebbe nell'interesse dell'Italia continuare e approfondire la cooperazione win-win, fatta di reciproci vantaggi con la Cina, invece di rimettere tutto in discussione per le esigenze geopolitiche degli Stati Uniti, che hanno designato la Cina come il nemico principale.

L'atlantismo, come l'europeismo neoliberista, non ha mai soddisfatto i bisogni dell'Italia. Proseguendo su questa strada, il declino di Roma potrebbe diventare irreversibile.

E’ decisamente arrivato il momento di volgere lo sguardo verso est e abbandonare l’ordine unipolare morente.

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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