Venezuela, il Senato USA limita la guerra del presidente

Con 52 voti a 47, una risoluzione bipartisan impone il via libera del Congresso per qualsiasi nuova azione militare. Cinque senatori repubblicani sfidano Trump

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Venezuela, il Senato USA limita la guerra del presidente

Con una significativa inversione di tendenza e un netto contrattacco del potere legislativo, il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che intende imbrigliare la mano libera del presidente Donald Trump in materia di azioni militari contro il Venezuela. La misura, passata con 52 voti favorevoli e 47 contrari, rappresenta un rimarcabile atto di sfida bipartisan all'autorità dell'esecutivo in politica estera e un tentativo di riaffermare le prerogative costituzionali del Congresso in materia di dichiarazione di guerra.

Il voto di segna una frattura nello schieramento repubblicano, con cinque senatori del partito di Trump - Rand Paul del Kentucky, Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, Todd Young dell'Indiana e Josh Hawley del Missouri - che hanno oltrepassato le linee di partito unendosi ai democratici. La mossa costituisce una risposta diretta all'escalation militare voluta dal tycoon, culminata con gli attacchi dello scorso 3 gennaio e il successivo sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, episodi che hanno scatenato feroci proteste internazionali e profonde preoccupazioni nello stesso establishment politico statunitense.

Promossa dal senatore democratico Tim Kaine e copatrocinata dal repubblicano Rand Paul, la risoluzione stabilisce il ritiro delle forze armate statunitensi da qualsiasi ostilità contro o all'interno del Venezuela non espressamente autorizzata dal Congresso. Sebbene la misura, che dovrà ora passare al vaglio della Camera dei Rappresentanti, non abbia forza di legge immediatamente vincolante e si scontri con la minaccia di un veto presidenziale, il suo significato politico è inequivocabile. Essa incarna una critica trasversale alla condotta unilaterale e guerrafondaia di Trump, che dopo le azioni di gennaio aveva minacciato un "secondo attacco, molto più grande" per poi tentare di moderare i toni, offrendo garanzie condizionate sul dispiegamento di truppe.

Il dibattito a Capitol Hill riflette un conflitto istituzionale più ampio sul controllo dei poteri di guerra, con il Senato che, dopo aver bloccato due precedenti tentativi simili, ora inverte la rotta di fronte all'intensificarsi della pressione militare su Caracas. Mentre i leader repubblicani tentavano invano di arginare l'avanzata della risoluzione, difendendo la legittimità delle azioni di Trump, il voto finale segnala una crescente insofferenza anche all'interno del partito di governo.

Oltre i confini nazionali, la discussione a Washington viene osservata con ferma determinazione da Caracas. Il governo venezuelano, attraverso la voce della presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha ribadito che la politica estera e la sicurezza nazionale sono materie di esclusiva sovranità del suo popolo e delle sue istituzioni, non soggette a deliberazioni o imposizioni di parlamenti stranieri. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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