Tre approcci al conflitto siriano

Dopo due anni di guerra civile in Siria, quali sono le opzioni per gli Stati Uniti?

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Tre approcci al conflitto siriano

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Quello a cui stiamo assistendo oggi in Medio Oriente altro non è che l’eredità della fine dell’Impero ottomano, del dominio coloniale britannico e francese e dell’era dei dittatori dal pugno di ferro. È la tesi sostenuta da Thomas Friedman in Syria Scorecard sul New York Times.
La domanda che si pone il Columnist del NYT è questa: in Tunisia, Yemen, Siria, Egitto, Iraq e Libia, popolazioni che per tanto tempo sono state disciplinate in verticale - dall'alto verso il basso – saranno ora in grado di vivere e organizzarsi democraticamente?  
Quando il presidente Obama dice di avere intenzione di armare i ribelli siriani, non è ancora chiara quale sia la strategia dell’amministrazione americana verso la Siria. Friedman elenca le tre possibili strategie: l’approccio realista, l'idealista e l’approccio “Dio speriamo di essere fortunati”
L’approccio realista: dopo due anni di guerra civile e più di 90mila morti, le speranze di costruire una Siria unita, democratica e multisettaria sono vane. L'obiettivo degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di armare i ribelli in modo da trascinare in un pantano due dei principali nemici regionali dell'America - Hezbollah e Iran - e negare loro una facile vittoria. Nel lungo periodo, però, questa strategia molto probabilmente porterebbe alla spartizione della Siria in una zona alawita lungo la costa, una zona curda nel nord-est e una zona sunnita nel resto del paese. La zona sunnita quasi certamente sarà preda di una lotta di potere fra sunniti laici, che gli Usa dovranno sostenere e vari sunniti islamisti, finanziati da moschee, enti di beneficenza e governi arabi del Golfo. Mentre la partizione della Siria in tante piccole realtà in grado di autogovernarsi potrebbe essere l'opzione più stabile,  il blocco sunnita potrebbe facilmente essere sopraffatto dai  jihadisti.
L'approccio idealista, prosegue Friedman, sostiene che, se l’obiettivo degli Usa è quello di una Siria unita, democratica e multisettaria, armare i ribelli "buoni" non sarà sufficiente per conseguirlo. Gli Usa (o NATO) dovrebbero intervenire sul terreno per aiutare i ribelli a rovesciare Assad e  rimanere poi per anni per sopprimere gli estremisti violenti in ogni comunità e aiutare i moderati a scrivere e applicare una nuova Costituzione. Coloro che vogliono una Siria unita, democratica e multisettaria, perseguono un nobile obiettivo ma devono essere onesti su ciò che effettivamente occorre per realizzarlo. Ci vorrebbe, precisa Friedman, un intervento simile a quello in Iraq, che non è stato un successo e che pochi americani accetterebbero di ripetere.
Qualcuno, prosegue il Columnist del NYT, potrebbe sostenere che un intervento diretto non è necessario, come dimostra il caso libico. Classico esempio dell’approccio “inviamo qualche arma e speriamo di essere fortunati”, commenta Friedman. In realtà, l’approccio scelto per la Libia non ha dato i frutti sperati e il quadro complessivo della sicurezza del paese continua ad essere fluido. Il dibattito americano si è invece concentrato sull’attacco al Consolato e la morte di quattro funzionari statunitensi senza interrogarsi sui perché di quel vuoto di sicurezza che ancora oggi domina la regione orientale della Libia.
In Siria, siamo portati a credere che con poche armi, i ribelli potrebbero sconfiggere Assad & Friends in modo da costringere il governo siriano a negoziare la partenza di Assad. Ammesso che per qualche miracolo dovesse accadere, per Friedman ci sarebbe poi bisogno di una forza internazionale di pace per mediare qualsiasi accordo di condivisione del potere nel post-Assad. 
Queste le opzioni sul tavolo, secondo l’analisi di Friedman, ma nessuna pienamente convincente.  La lotta per i valori democratici - piuttosto che per la famiglia, la setta, la tribù o la Shariah - è  una cosa nuova per queste società. La conferma deriva dal fatto che mentre coloro che in Siria si battono per un esito democratico sono incredibilmente coraggiosi, ma deboli e divisi, coloro che sono in lotta per un risultato settario o islamista sono pieni di energia e ben finanziato. Ecco perché, conclude Friedman, intervenire non equivale ad una garanzia di successo.  

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