Naza e la trappola del pietismo
di Roberta Rivolta – Post Facebook
Sono andata a vedere Naza.
Ci sono andata nonostante lo sponsorizzazione del Guardian. Ci sono andata non per i non ricordo quanti minuti di applausi che ha ricevuto alla mostra del cinema di Venezia, ma perché ho letto tanti post entusiasti, post di “filopalestinesi”.
L’unica critica che ho letto – forse per mancanza mia – è stata: “come mai si dà peso a quello che dicono due israeliani quando le stesse cose le stanno dicendo i palestinesi da anni?”
Giusta osservazione.
Ero preparata a vedere/sentire cose già note, ma almeno per una volta ascoltate.
E invece...
ho fatto fatica a restare in sala fino alla fine. E ci sono rimasta solo perché ho sperato – fino all’ultimo, e contro ogni plausibile aspettativa – che prima o poi in qualche modo più o meno rocambolesco venissero smentite le stronzate, non riesco a definirle altrimenti, con cui esordisce.
Ma poi, chiacchierando con altre persone, mi è venuto il dubbio che siano passate inosservate. Già questo è un dato significativo, perché significa che non hanno “sorpreso”, non sono risultate stridenti.
E allora forse è utile metterle nero su bianco.
Il film parte ripescando le notizie false circolate all’indomani del 7 ottobre.
Per esempio, quel numero di morti, calcolato a casaccio ed emanato già il giorno successivo, se non il giorno stesso. Numero di morti poi confermato – guarda caso – dalle autorità israeliane, che però si sono rifiutate di contare le vittime della direttiva Hannibal, la cui attivazione è stata confermata con certezza.
Per esempio, quel “massacro al festival di Nova”, smentito da testimoni oculari che hanno riferito come fosse evidente che i combattenti palestinesi (non solo Hamas, come si ripete per tutto il film, ma di SEI gruppi di resistenza) avessero come obiettivo catturare più prigionieri possibili,, mentre gli elicotteri israeliani sparavano sulla gente.
Per esempio, quell’affermazione di passaggio secondo cui “Hamas usa gli scudi umani” mentre stai dicendo che Israele ammazza intere famiglie per colpire un solo combattente.
Per esempio, la narrazione sulla nascita di Tel Aviv che subdolamente fa solo accenno alla distruzione totale del villaggio di al-Shaykh Muwannis nel 1948, proponendo attraverso le immagini la leggenda sionista della “fioritura nel deserto” di quello che in realtà era un sobborgo ebraico della città di Jaffa.
La partenza del film toglie ogni valore a quella ripetizione ossessiva di un unico dato concreto: Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi.
Nessun commento, nessuna riflessione. Niente di niente.. il vuoto.
Sì, lo sappiamo che Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi. Perché Israele vuole occupare la loro terra.
E non è una reazione al 7 ottobre, come viene esplicitamente affermato, è un piano di espansione territoriale, un genocidio programmato.
E no, non c’è solo Hamas a combattere in Palestina. Sono almeno 6 le fazioni che si sono unite per l’operazione Tufan al-Aqsa.
E non è un caso che invece si nomini solo Hamas, perché Hamas è il partito al governo di Gaza. Hamas è l’Assad dei palestinesi, è il Gheddafi, dei palestinesi.
E non è che stia dicendo niente di sospendente, non miravo a sorprendervi scrivendo queste cose.
Esprimevo solo la mia sorpresa: com’è possibile che un film così sfacciatamente sionista abbia conquistato così tanti cuori?
E poi, non avete avuto un moto di repulsione quando avete visto la telecamere inquadrare impietosamente un padre disperato che cerca i figli tra le macerie?
Non vi ribolle il sangue quando un film così schifosamente sionista si permette di sbattere su milioni di schermi il dolore di un uomo spezzato?
Offrendolo allo sguardo pietoso di milioni di persone?
Quando finirà questo voyerismo sul dolore dei palestinesi? Davvero abbiamo bisogno di vedere la gente in lacrime scavare tra le macerie per solidarizzare con loro?
Non so, chiedo.
Il giorno dopo, per prendere respiro, sono andata a vedere Palestina 36.
Sembra scritto in risposta a Naza. Già dal titolo
1936, quando tutto ebbe inizio. Non il 7 ottobre 2023, ma nel luglio 1936, quando, per la primissinma volta nella storia, una potenza coloniale, attraverso la Commissione Peel, propone illegittimamente la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Cioè, in sostanza, la creazione dello stato di Israele.
Annemarie Jacir ci ricorda nel modo più esplicito possibile che Israele non è stata creata dagli ebrei, ma dagli inglesi. E che è stata creata esplicitamente come progetto coloniale dell’Occidente.
Dopo l’umiliazione di Naza, Annemarie Jacir ci ricorda la legittimità e la bellezza della lotta armata.
E allora w la resistenza palestinese e al diavolo il pietismo ipocrita dei sionisti.


