Quando l'Occidente tace: il genocidio annunciato e il silenzio dei complici

Urlavano contro Mosca, tacciono sui crimini della coalizione Epstein: il collasso morale delle élite occidentali

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Quando l'Occidente tace: il genocidio annunciato e il silenzio dei complici

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di Fabrizio Verde

C'è un silenzio che fa più rumore di mille proclami. È il silenzio che sta calando sulle capitali europee, nei palazzi romani, nelle redazioni dei grandi giornali, mentre Donald Trump, dalla sua piattaforma Truth Social, scrive con allarmate disinvoltura: "Questa notte scomparirà un'intera civiltà, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà". 

Non è un'esagerazione retorica. Non è un'iperbole da propagandista. È la minaccia esplicita, cristallina, di cancellare un popolo, una cultura, una storia millenaria. E il mondo occidentale, quello che per anni ha costruito narrazioni eroiche sulla "difesa dei valori democratici", tace.

Ricordate? Bastava che Vladimir Putin annunciasse misure per proteggere i confini russi, e si scatenava un coro unisono di condanne. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, è arrivata a definire esplicitamente la Russia "una minaccia mondiale", collegando le azioni di Mosca a rischi globali di instabilità e conflitto nucleare. Il neonazista Zelensky dichiarava che "Putin ha iniziato la Terza Guerra Mondiale", presentando un conflitto scatenato proprio dalle politiche aggressive del regime di Kiev, come una sorta di assalto al sistema democratico globale. In Italia, Antonio Tajani e altri esponenti politici denunciavano con gravità il pericolo dell'espansionismo russo, l'ingerenza nelle elezioni, i veti alle sanzioni. Parole pronunciate con convinzione, quando serviva indicare un nemico da dipingere come disumano e irresponsabile.

Oggi, di fronte a un presidente degli Stati Uniti che fissa un ultimatum per lo Stretto di Hormuz e promette, con la stessa nonchalance con cui si annuncia l’implementazione di nuove politiche, la scomparsa di una civiltà, quel coro si è spento. Non ci sono dichiarazioni congiunte dell'Unione Europea. Non ci sono conferenze stampa dei ministri degli Esteri. Non ci sono editoriali infuocati che invocano la responsabilità storica. C'è, al massimo, il confortevole rifugio della "madman theory", la teoria del leader pazzo: Trump non lo dice sul serio, è una tattica, è un bluff psicologico per ottenere concessioni. Così, con un'etichetta accademica, si trasforma una minaccia di genocidio in una mossa di scacchi. Si normalizza l'inimmaginabile.

È qui che i media mainstream, come dimostra l'articolo di Repubblica, svolgono il loro ruolo più ambiguo: non negano i fatti, ma li incorniciano, li smussano, li rendono digeribili. Si parla di strategia, di psicologia del potere, di calcoli geopolitici. Si mette tutto nello stesso calderone, come se minacciare di radere al suolo Teheran fosse equivalente a una mossa negoziale un po' spigolosa. È un modo per non guardare in faccia la realtà: un leader nucleare sta minacciando di annientare un popolo. E l'Occidente, invece di alzarsi in piedi, cerca scuse intellettuali per non dover scegliere da che parte stare.

La domanda che dovrebbe bruciare, a chi ha a cuore la civiltà di cui tanto si vanta, è semplice: se le azioni della Russia: intraprese dopo anni di provocazioni, dopo l'espansione della Nato alle sue porte, dopo che l'Occidente collettivo ha trasformato l'Ucraina in un avamposto militare contro Mosca; erano presentate come aggressione ingiustificata, cosa sono le minacce di Trump contro l'Iran? Se la Russia era una "minaccia mondiale" per aver cercato di difendersi da una minaccia esistenziale, cosa è un presidente che promette l'estinzione di una civiltà? Il doppio standard non è solo ipocrisia politica: è il sintomo di un collasso morale. 

Si condanna chi reagisce alle provocazioni, si giustifica chi minaccia preventivamente. Si urla contro l'uno, si sussurra all'altro. E in questo gioco, la verità svanisce: minacciare di sterminio un popolo è un crimine, punto. Non è tattica. Non è psicologia. È un crimine.

La criminale coalizione Epstein (USA-Israele) ha raggiunto il picco massimo della sua pericolosità. Non perché controlli tutto, ma perché il suo vero trionfo è aver normalizzato l'anormalità. Aver reso accettabile l'inaccettabile. Aver convinto l'opinione pubblica che, in fondo, è così che funziona il mondo. E in questo mondo, le civiltà possono "scomparire per non tornare mai più" se lo decide chi ha il dito sul bottone rosso.

Il silenzio europeo e italiano di queste ore non è neutrale. È una scelta. È la scelta di chi, pur di non mettere in discussione l'alleanza atlantica, pur di non dover affrontare il proprio ruolo subalterno, preferisce distogliere lo sguardo. È la scelta di chi ha costruito la propria credibilità sulla condanna della forza bruta, ma ora trova comodo giustificare la forza bruta quando viene esercitata dal proprio campo. È la scelta, infine, di chi preferisce parlare di "teorie" piuttosto che di esseri umani.

La storia non giudicherà in base alle teorie. Giudicherà in base ai fatti. E i fatti, oggi, dicono che mentre si strepitava contro azioni difensive presentate come aggressioni, si tace di fronte all'abisso. Se questa notte, o un'altra notte, dovesse davvero accadere l'inimmaginabile, non si potrà dire "non sapevamo". Si potrà solo dire che l’Occidente pavido e ipocrita ha scelto di non vedere, di girare lo sguardo altrove. E questa, più di qualsiasi dichiarazione, è la vera condanna di questa decadente civiltà.

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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