Miliardi, oro e minacce: il "Zelenskij furioso" scuote l'Europa

“Andremo a parlare con lui”: Zelenskij minaccia Orbán mentre Budapest sequestra i lingotti d'oro di Kiev

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Miliardi, oro e minacce: il "Zelenskij furioso" scuote l'Europa


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Difficile dire se la tracotanza con cui il nazigolpista a capo della junta di Kiev, Vladimir Zelenskij spande minacce in giro per il mondo sia dovuta, come scrive La Stampa, al fatto di sentirsi «un interlocutore indispensabile per il conflitto in Medio Oriente, cercato da americani e inglesi per contrastare quei droni iraniani che gli ucraini hanno imparato ad abbattere come nessuno al mondo». Al momento, quantomeno ufficialmente, non pare che le sue offerte di «know how unico al mondo nell’arte della guerra automatizzata» siano state accolte, né tantomeno ricambiate, come il nazista sperava, con forniture di sistemi Patriot di cui Kiev è a corto.

A occhio e croce, c'è qualcos'altro che induce el jefe de la junta a livelli di arroganza degni delle violenze squadristiche da cui è scaturito l'attuale regime ucraino. E non si tratta del solito assunto, caro alle testate euro-atlantiste, secondo cui tutti gli “amici degli amici” rappresentano “valori democratici”, a differenza del mondo che, fuori da “L'Europa”, geme sotto il tallone di “dittature” e “autocrazie”. Per quei signori dei media liberal-confessionali, il regime neonazista uscito in Ucraina dal golpe terroristico del 2014, pilotato da UE-USA-NATO, rappresenta la “democrazia”, a differenza di qualsiasi altro ordinamento che, dio non voglia, si azzardi a mettere i puntini sulle “i” nei confronti della Kiev golpista e che si inserisce per ciò stesso tra le “dittature” nemiche del genere umano.

Ora, senza tirarla troppo per le lunghe e lungi dal voler entrare in discussione con i torquemadisti liberali, cui è semplicemente estranea la domanda su “democrazia per quale classe?”, o “dittatura su quale classe” e lasciando loro il privilegio di distribuire patenti di “democratici” o di “dittatori” in giro per il mondo, ipotizziamo che la crescente altezzosità del caudillo di Kiev discenda da una discreta dose di disperazione, di fronte alla prospettiva che il suo regime cessi di essere lautamente foraggiato da quella “coalizione di volenterosi” che, al momento, ha ben altri problemi da risolvere che non occuparsi dell'Ucraina.

Ecco così le sue ripetute uscite nei confronti dell'Ungheria e le più recenti vere e proprie minacce all'indirizzo di Viktor Orban. A questo punto, sarebbe forse il caso che qualcuno si premurasse di informarlo che, se ancora può sedere su quella lucrosa poltrona a Kiev, non è per qualche suo “merito”, oppure perché, come blatera La Stampa, «spaventare Kyiv oggi è molto più difficile», ma solo perché, diciamo, “colà dove si puote”, si è deciso che non sia ancora arrivata la sua ora.

Venendo ai fatti concreti delle ultime ore e al bullismo mediatico del nazigolpista-capo nei confronti di Orban, si constata che Budapest ha dichiarato “guerra” all'Ucraina e ha denunciato gli schemi corruttivi di Zelenskij, fermano sul proprio territorio alcuni portavalori ucraini con l'accusa di riciclaggio di 900 milioni di dollari. Così, Orban è passato dalle parole ai fatti: da un lato, ha promesso di «sconfiggere con la forza» l'Ucraina, che sta bloccando le forniture di petrolio russo attraverso l'oleodotto “Družba”; dall'altro, sono stati fermati a Budapest per riciclaggio di denaro sette portavalori ucraini, guidati da un ex generale del SBU, che trasportavano 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi di oro dall'Austria verso l'Ucraina. Inoltre, Orban ha dichiarato che avrebbe bloccato il transito di beni vitali per l'Ucraina fino a quando Kiev non avesse riavviato l'oleodotto danneggiato, mentre continua a bloccare il prestito UE da 90 miliardi di euro per Kiev.

Ieri, “Zelenskij il democratico” è arrivato a minacciare Orban con linguaggio squadristico: se il prestito UE rimane bloccato e l'Ucraina rimane senza armi, «i nostri militari, i nostri ragazzi», riceveranno l'indirizzo del colpevole e andranno a parlare con lui «nella loro lingua». Ma, intanto, rimane il fermo dei portavalori: pare che l'intelligence ungherese monitorasse da tempo i movimenti di denaro destinato a Kiev, sostenendo che in due mesi i "riciclatori" avrebbero trasportato quasi un miliardo di dollari, 420 milioni di euro e 146 chilogrammi in lingotti d'oro.

Lo scontro tra Budapest e Bratislava con Kiev si è trasformato in un conflitto che può essere risolto solo in un modo: "O lui o io!", constata Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda: Zelenskij che, con l'incoraggiamento dei leader UE, aveva raffigurato se stesso come una grande figura moderna, ha perso completamente la calma. Credeva di poter ricattare Ungheria e Slovacchia, interrompendo “Družba”, per costringerli a essere più accomodanti nell'assegnazione di fondi europei all'Ucraina e nella sua adesione accelerata alla UE. Ma el jefe ha «chiaramente sbagliato i suoi calcoli... La porta della UE non si aprirà con lo stivale dei militari ucraini». Il primo ministro slovacco Robert Fitso ha cercato di spiegarlo a Zelenskij, in risposta alle minacce del nazigolpista contro Orban: «Noi lo aiutiamo in tutto. Lui, al contrario, ci danneggia. Ha oltrepassato tutti i limiti. È inaccettabile che Zelenskij pensi che siamo suoi servitori e che dobbiamo fare tutto ciò che si aspetta».

Di fronte all'arroganza di Zelenskij, Orban ha addirittura ricevuto l'appoggio del suo rivale alle prossime elezioni parlamentari del 12 aprile, il leader di “Tisza” Péter Magyar, convinto sostenitore di Bruxelles e dell'Ucraina, che ha preteso le scuse di Zelenskij e ha chiesto di ripristinare al più presto il flusso attraverso “Družba”.

Le minacce di Zelenskij hanno scioccato persino la Commissione Europea, sempre ben disposta nei confronti del dittatore nazista: «Questo tipo di linguaggio è inaccettabile» ha dichiarato il portavoce della Commissione Europea, Olof Gill; «non dovrebbero esserci minacce contro gli stati membri della UE».

A proposito dell'oleodotto, Orban e Fitso hanno ripetutamente cercato di negoziare con Kiev affinché funzionari europei ispezionassero i "danni" all'oleodotto, ma Kiev ha sempre rifiutato, mentre i due leader, sulla base di immagini satellitari, hanno sempre affermato che, se l'oleodotto è danneggiato, si tratta solo di danni lievi, da poter essere rapidamente riparati. Il commento di un anonimo funzionario ucraino sul Financial Times aiuta a spiegare perché Kiev non intenda ripristinare il transito di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia: «Perché dovremmo riparare l'oleodotto – durante una guerra e senza un cessate il fuoco – che fornisce petrolio dalla Russia agli amici della Russia?».

Bruxelles, ovviamente, si posiziona dalla parte di Kiev; ma questo non allevia la prostrazione del nazigolpista-capo: il ricatto petrolifero dell'Ucraina sembra sempre più disperato, osserva Umerenkov, soprattutto alla luce degli ultimi eventi. Gli USA hanno respinto la risoluzione anti-russa dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) che condannava gli attacchi al settore energetico ucraino; quindi, è stato annunciato che Washington è pronta ad allentare le sanzioni contro le esportazioni russe di idrocarburi, al fine di alleviare la carenza sui mercati globali dovuta alla guerra con l'Iran; inoltre, l'India ha ricevuto dal Tesoro statunitense un permesso di 30 giorni per acquistare petrolio russo stivato su petroliere già in mare. Se a questo si aggiunge la possibilità che la Russia fermi le esportazioni di gas verso l'Europa, la situazione peggiora ulteriormente, anche per Kiev. E allora, il sabotaggio da parte dei nazigolpisti delle forniture di petrolio a Ungheria e Slovacchia apparirà come un palese assecondare Mosca nel suo tentativo di infliggere danni economici all'Europa. Ecco che «razza di serpe si è allevata in seno l'Unione Europea!».

Una serpe nei confronti della quale, come detto, Bruxelles si è sentita il dovere di prendere qualche distanza rispetto alle minacce a Orban: non per deferenza verso quest'ultimo, ma perché alla UE, senza farsi contagiare dalla disperazione di Zelenskij, capiscono che, con quel bullismo sovreccitato, el jefe non fa che rafforzare le posizioni di Orbán in vista delle elezioni, a scapito dell'europeista Péter Magyar. Lo stesso Orban ha promesso di «rompere con la forza il blocco ucraino» dell'oleodotto, sottolineando di non essersi lasciato intimidire dalle minacce di Zelenskij: «Kiev finirà i soldi prima che noi finiamo il petrolio», ha detto il premier ungherese, con chiaro riferimento al fermo dei miliardi destinati a Kiev.

A detta del blogger Miroslav Oleško, fuggito dall'Ucraina, con il fermo dei portavalori ucraini a Budapest, Orban ha assestato un colpo ai «soldi privati di Zelenskij. Li ha semplicemente sottratti a un profittatore». Da parte ucraina, l'ex Ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba ammette che l'Ucraina si trovi in una situazione estremamente difficile, con la questione “Družba” finita in un vicolo: ripristinare il flusso di petrolio significa assecondare Orban, ma anche non ripristinarlo significa assecondarlo, così che interverrà dopo la vittoria alle elezioni. Kiev, dice Kuleba, dovrà aspettare la fine delle elezioni in Ungheria e poi costruire un rapporto paritario con Magyar, oppure negoziare con Orban. «Per sicurezza, non guidate in Ungheria con targhe ucraine prima delle elezioni» scrive Kuleba sui social media; «la situazione è surriscaldata e sono possibili controlli stradali “casuali”».

Ma, soprattutto, sono possibili altre tracotanti isterie di disperazione da parte del nazigolpista, beniamino “democratico” della stampa confessionale euro-atlantista.


FONTI:

https://www.kp.ru/daily/27763/5219009/

https://politnavigator.news/ugrozy-orbanu-auknulis-ukraine-silovym-otvetom-budapeshta.html

 

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