L'Obiezione di Coscienza: Da Privata a Istituzionale
Nota introduttiva
Questo documento raccoglie due testi che dialogano tra loro, ciascuno con la propria voce e sensibilità. Il primo testo, di Federico Giusti, solleva osservazioni critiche e dubbi sulla militarizzazione dei comportamenti pubblici, sugli obblighi di riservatezza e sul ruolo della trasparenza. Il secondo testo, di Valentina Salada, prende spunto da queste riflessioni per sviluppare un’analisi tecnica e alcune proposte che delineano una prospettiva coerente e sostenibile, volta a riequilibrare sicurezza, riservatezza e trasparenza nel rispetto dei principi costituzionali. I testi non si sostituiscono l’uno all’altro: il lettore è invitato a percepirli come due prospettive complementari, due punti di vista che si illuminano reciprocamente.
Primo testo – La militarizzazione dei dipendenti pubblici: tra trasparenza e obblighi di fedeltà
di Federico GIUSTI (CUB Pisa)
In questi giorni stavamo pensando alla campagna orchestrata dai sindacati, alcuni perfino di base e abituati ad impartire lezioni di conflittualità, per assicurare i dipendenti pubblici da eventuali contenziosi per colpa e dolo.
Come nel caso della preparazione ai concorsi pubblici, si critica il modello concertativo per poi riprenderlo e farlo proprio, una polemica ideologica alla quale segue una prassi non conseguente con l'appiattimento sui sindacati dei servizi: l'adesione ad una sigla dipende dalla presenza e dalla accessibilità a dei servizi quali i CAF, i patronati, le polizze assicurative, corsi di preparazione ai concorsi, perfino convenzioni per risparmiare sulle assicurazioni auto e moto o tariffe agevolate per iscriversi in qualche palestra o per le vacanze. Siamo quindi davanti a iscrizioni sindacali alle sigle capaci di offrire maggiori servizi e alla occorrenza capaci di ottenere un trasferimento contando sui rapporti privilegiati con i datori di lavoro.
Fin qui nulla di nuovo se non il venir meno delle ragioni etiche, morali e materiali, di classe se vogliamo, che portavano un lavoratore, o lavoratrice, a iscriversi a un sindacato al quale riconosceva il merito della conflittualità condividendone le posizioni politiche e le pratiche quotidiane. Corre l'obbligo di questa premessa per analizzare quanto accade nel mondo del lavoro, un dipendente disabituato al pensiero critico e al conflitto reale, subirà a maggior ragione il fascino di un sindacato che sa vendere meglio la propria immagine. Allo stesso tempo si va ignorando il contesto in cui ci troviamo tra strette repressive, campagne di intimidazione e l'avvento dei codici etici e di comportamento costruiti nell'ottica di legare il lavoratore alla azienda, all'obbligo di riservatezza secondo un modello prettamente militare.
Codici etici e obbedienza
La cieca obbedienza si ottiene anche imponendo codici etici e norme comportamentali dettate in apparenza da ragioni diverse da quelle reali come la obbedienza al datore di lavoro, il rispetto della segretezza, la tutela della privacy...
I dipendenti pubblici e quindi anche quelli delle università sono tenuti al rispetto degli obblighi di riservatezza, al segreto d'ufficio e alla protezione dei dati personali, esistono norme di legge, codici di comportamento di comparto, codici di Ateneo.
E attenzione che il richiamo stringente alle norme di legge, i DPR, i regolamenti UE, il Codice civile e quello penale (ad esempio art 326 c.p. che punisce la violazione del segreto di ufficio giudicandolo un vero e proprio illecito penale). Addirittura, negli ultimi anni anche comportamenti tenuti fuori dall'orario e dall'ambiente di lavoro sono considerati lesivi della immagine o degli interessi del datore di lavoro, pubblico o privato che sia, la nostra vita è scandagliata ogni giorno e perfino l'uso dei social media potrebbe dare adito alla contestazione di addebito per avere leso la immagine e il buon nome dell'azienda o dell'Ente di appartenenza. E certi obblighi valgono perfino dopo essere andati in pensione se si riferiscono a fatti e circostanze di quando eravamo in servizio.
Ricerca militare e trasparenza
Facciamo alcuni esempi calzanti per capire quante insidie potrebbero esistere per il lavoratore che decidesse di rendere pubblici i rapporti tra il proprio ateneo e le imprese belliche all’interno di quello che viene definito il Piano Nazionale della Ricerca Militare con bandi pubblici presentati alla fine dell'anno e a cui partecipare per quello successivo
Citiamo testualmente
La ricerca scientifica, unitamente all’innovazione tecnologica che ne deriva, è attività idonea a definire il livello del progresso sociale ed economico dell’intero sistema Paese, influenzando significativamente il benessere e la qualità della vita dell’intera collettività nazionale. Per questo motivo, il Ministero della Difesa e specificatamente il Segretariato Generale pone in essere ogni sforzo possibile per operare in sinergia con tutte le realtà (pubbliche e private) che, in Italia, nelle Alleanze di cui fa parte e nell’ambito degli accordi bi-laterali in essere, operano nel campo dell’innovazione tecnologica.
In tale quadro, l’azione del V Reparto del SGD/DNA ha come obiettivo l’incremento del patrimonio di conoscenze della Difesa nei settori dell’alta tecnologia, necessario ad assicurare la fattibilità dei futuri programmi di sviluppo di materiali d'armamento, sia in ambito nazionale che in chiave di cooperazione internazionale.
Nel campo della ricerca tecnologica riferita al settore degli armamenti il SGD/DNA svolge una funzione di valutazione e indirizzo, che consiste nel recepire e coordinare le idee e le proposte provenienti anche dalla società civile (università, centri di ricerca, industrie) e dall’interno della stessa Difesa, integrandole nel Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM), che rappresenta – in questo specifico campo – il corrispondente del Piano Nazionale di Ricerca (PNR) gestito dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR). Con il MIUR, peraltro, è stato avviato un rapporto strutturato per attivare una sinergia finalizzata anche a fornire opportunità di maggiore concretizzazione alla ricerca sostenuta dal dicastero[1].
Codici etici, riservatezza e coscienza
Con il ritorno del servizio di leva pur su base volontaria che in alcuni paesi sta facendo capolino (la leva è stata sospesa infatti e non abrogata) ci chiediamo se non sia necessario ripensare al concetto stesso di obiezione di coscienza e ai margini di applicazione estendendolo ad esempio alla Pubblica amministrazione per tutto ciò che abbia a che vedere con il complesso militare, le tecnologie duali e i progetti di ricerca a scopo militare[2]
Una richiesta che dovrebbe aggiungersi alla cancellazione di quei codici etici e di obblighi alla riservatezza che antepongono interessi parziali al diritto del cittadino di essere messo a conoscenza di notizie e fatti riguardanti la presenza o la espressione di interessi militari.
Secondo testo – Quando l’azione amministrativa incontra la coscienza e i limiti dettati dall’ordinamento
di Valentina SALADA (CUB Bologna)
I dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto degli obblighi di riservatezza, segreto d’ufficio e protezione dei dati personali. Esistono regolamenti UE, Leggi, DPR e codici di condotta delle singole Amministrazioni.
Negli ultimi anni, comportamenti tenuti fuori dall’orario di lavoro possono essere considerati lesivi dell’immagine dell’Ente. Perfino l’uso dei social media può essere valutato come violazione dell’obbligo di fedeltà e alcuni vincoli permangono anche dopo la cessazione dal servizio.
In astratto, questi obblighi sono coerenti con l’articolo 97 della Costituzione, che prevede il buon andamento e l’imparzialità dell’azione amministrativa. Ma, nel concreto, l’applicazione indiscriminata di tali vincoli può diventare uno strumento di controllo sproporzionato, lesivo delle libertà individuali e, profilo che qui assume particolare rilievo, idoneo a limitare la capacità del dipendente di valutare criticamente le attività cui partecipa.
In questa prospettiva, torna centrale il limite rappresentato dal principio secondo cui l’obbedienza non è sempre dovuta e il vincolo di fedeltà non può tradursi in un obbligo di adesione acritica, né comprimere la responsabilità individuale del dipendente rispetto alla legalità dell’azione amministrativa.
La trasparenza come condizione della coscienza
Il nodo centrale è la trasparenza. Non si può obiettare a ciò che non si conosce.
Se progetti di ricerca, convenzioni o collaborazioni delle Università con soggetti del settore militare non sono resi conoscibili nei loro contenuti essenziali, il dipendente pubblico non può valutare se l’attività cui è chiamato sia compatibile con la propria coscienza e con i principi costituzionali.
La trasparenza, quindi, è la condizione primaria per esercitare la libertà di coscienza e per verificare la legittimità del potere. Senza trasparenza, la proporzionalità e la legittimità dell’azione amministrativa diventano incomprensibili e il potere tende a diventare auto-legittimante.
Proporzionalità della norma vs comportamento
Quando parliamo di potere amministrativo, non ci riferiamo alle norme astratte, ma ai comportamenti concreti di chi opera alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, ossia all’esercizio quotidiano della funzione pubblica che incide direttamente sulla vita delle persone e sugli interessi collettivi.
È fondamentale distinguere:
- proporzionalità della norma, che attiene alla legittimità astratta della disposizione rispetto ai principi costituzionali;
- proporzionalità del comportamento amministrativo, che riguarda l’applicazione concreta della norma nell’esercizio del potere.
Così come le ordinanze contingibili e urgenti — tipica espressione del potere autoritativo della pubblica amministrazione — devono essere sorrette da una motivazione che dia conto dei presupposti di necessità, urgenza e proporzionalità, allo stesso modo anche l’applicazione concreta degli obblighi di riservatezza e dei doveri di fedeltà deve essere sottoposta a un vaglio di proporzionalità: occorre, infatti, valutare lo scostamento tra il comportamento tenuto e quello richiesto, attraverso un bilanciamento tra l’intensità dell’obbligo e la rilevanza della condotta concretamente posta in essere.
In altri termini, se nel primo caso l’esercizio del potere è legittimo solo quando è proporzionato alla situazione eccezionale che lo giustifica, nel secondo caso anche la valutazione di un’eventuale violazione non può prescindere da un bilanciamento tra la condotta effettiva e l’intensità del vincolo imposto.
Un obbligo di riservatezza può essere in sé legittimo; tuttavia, una sua applicazione indiscriminata — tale da impedire la diffusione di informazioni su attività pubbliche di rilievo costituzionale — può eccedere i limiti della proporzionalità e rendere illegittimo l’atto che ne costituisce concreta attuazione.
Non bisogna dimenticare che gli obblighi di fedeltà non si limitano al divieto di divulgare informazioni apprese per ragioni d’ufficio, ma comprendono anche il dovere di non compromettere l’immagine dell’Ente, valutazione che può variare a seconda della percezione di ciò che costituisce l’immagine istituzionale.
Imperatività e limiti
Gli atti amministrativi incidono direttamente sulla vita delle persone. Quando un atto viene adottato senza trasparenza e senza rispetto del principio di proporzionalità, il potere rischia di diventare incontrollato. L’imperatività dell’azione amministrativa si rivela così spesso più pericolosa della norma stessa, perché riduce lo spazio di controllo preventivo e può sottrarre la decisione al vaglio di legittimità.
L’azione amministrativa deve rimanere entro un perimetro costituzionale chiaro:
- principi costituzionali fondamentali: art. 2 Cost. (tutela della dignità umana), art. 3 Cost. (principio di uguaglianza), art. 11 Cost. (ripudio della guerra), ecc.;
- valori internazionali: solidarietà tra i popoli (richiamata anche dall’art. 2 Cost.);
- principi generali dell’ordinamento: principio di legalità e riserva di legge, oltre ad altri principi generali applicabili all’azione amministrativa.
Nessun atto, accordo o collaborazione può collidere con questi principi supremi, e la proporzionalità del comportamento amministrativo costituisce lo strumento per verificare che il potere sia esercitato entro tali limiti.
Nella maggior parte dei casi, questi principi costituiscono un vincolo sufficiente.
Talvolta però, anche quando un atto è motivato in modo chiaro e formale, la sua legittimità non dipende solo dalla forma della motivazione: deve sempre essere coerente con i principi costituzionali, con la proporzionalità e con la trasparenza.
Se la motivazione appare adeguata ma l’atto contrasta con i limiti supremi, il conflitto con la coscienza individuale può emergere, rendendo necessario un intervento critico.
Obiezione di coscienza come extrema ratio
L’obiezione di coscienza interviene come ultima garanzia e rimane uno strumento residuale per situazioni eccezionali, quando:
- l’attività è stata resa conoscibile;
- il potere è stato esercitato con motivazione esplicita;
- persiste un conflitto insanabile con la coscienza individuale.
Un’amministrazione trasparente che agisce in modo equilibrato e ragionevole riduce lo spazio del conflitto; un’amministrazione opaca e poco congrua lo amplifica.
È necessario ripensare codici etici e vincoli di riservatezza che, applicati indiscriminatamente, antepongono interessi settoriali al diritto dei cittadini di conoscere scelte pubbliche rilevanti. L’obiezione diventa così extrema ratio, strumento di tutela della legittimità, non semplice gesto individuale.
Pur considerando le inevitabili tensioni tra riservatezza, vincoli di servizio e trasparenza, quanto qui proposto indica dei criteri di orientamento per conciliare potere amministrativo e libertà di coscienza.
Il messaggio centrale è:
- la trasparenza è condizione della libertà di coscienza e della verifica del potere;
- la proporzionalità del comportamento deve guidare l’azione amministrativa, non solo la norma;
- l’imperatività dell’azione concreta deve essere limitata dai principi costituzionali e dalla legalità;
- l’obiezione di coscienza resta extrema ratio, ridotta dallo spazio che un’amministrazione trasparente e proporzionata lascia al conflitto morale;
- è necessario rivedere codici etici e vincoli di riservatezza per garantire la conoscibilità e la responsabilità dell’azione pubblica.
Solo così il lavoratore pubblico può partecipare consapevolmente e la società può avere fiducia nella legittimità del potere esercitato.
[1] https://www.difesa.it/sgd-dna/staff/dg/reparti/v/ricercainnovazione/29675.html
[2] https://presidenza.governo.it/usri/confessioni/norme/legge_230_1998.pdf

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