L'ipocrisia Usa nella scelta del presidente della Banca Mondiale

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L'ipocrisia Usa nella scelta del presidente della Banca Mondiale

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Joseph Stiglitz in Whose World Bank, rubrica mensile per The Project Syindicate, interviene nel dibattito sulla nomina del prossimo presidente della Banca Mondiale, sostenendo come sia anacronistico e controproducente per la governance dell’organizzazione internazionale la prassi che vuole gli Stati Uniti incaricati scegliere un suo concittadino nel ricoprire la carica. Tre erano i candidati alla carica: l’uomo di Washington, il professore di sanità pubblica, presidente del Dartmouth College ed ex direttore del Dipartimento HIV/AIDS dell'Organizzazione mondiale della sanità, Jim Yong Kim; e le due candidature scelte dagli undici direttori esecutivi dei paesi emergenti, vale a dire la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala ed il colombiano Jose Antonio Ocampo. Avendo lavorato insieme a loro in diversi progetti, l’economista americano dichiara di averne potuto apprezzare le capacità diplomatiche e professionali di quest'ultimi e di poter affermare che sarebbero entrambi più idonei ad affrontare le sfide future della Banca Mondiale. Soprattutto Ocampo, professore alla Columbia University, ed ex ministro economico e dell'agricoltura del suo paese sarebbe la persona giusta in un momento in cui principali progetti dell'istituzione riguardano la lotta alla siccità ed alla distruzione dei raccolti. Ma anche Okonjo-Iweala, con la sua decennale esperienza nella Banca, sarebbe in grado di valorizzare l’organizzazione come erogatrice di beni pubblici mondiali.
Molto è in gioco nella nomina, secondo Stiglitz. Circa due miliardi di persone rimangono in una situazione di profonda povertà nei paesi in via di sviluppo, e mentre la Banca Mondiale non può risolvere da sola il problema, essa può fornire importanti strumenti per il miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di persone. La specialità di Kim, la prevenzione delle malattie attraverso prevenzione ed informazione, è importante per la Banca, che ha finanziato diversi progetti nel campo, ma resta un aspetto marginale del “portfolio” dell'organizzazione, che si avvale per la materia di partner specializzati per il settore. Secondo Stiglitz, alla fine gli Usa utilizzeranno il loro diritto non scritto di scegliere il presidente, semplicemente perché in un anno di elezioni, gli oppositori di Obama valuterebbero l'opzione contraria come un segno di debolezza. E quindi alla fine l'America prevarrà, ma a quale costo? Al costo di compromettere ulteriormente la governance della Banca, la cui efficacia per anni è stata deteriorata dai governi occidentali e dalle sue corporate economiche e finanziarie. 
Ironicamente, anche gli interessi di lungo periodo dell'America sarebbero meglio valorizzati con un sistema di selezione sul merito e di good governance. Uno dei punti fondamentali dell'ultimo G 20 è stata l'intesa per la riforma della governance delle istituzioni internazionali – soprattutto come i loro leader sono selezionati. Dato che gli esperti dello sviluppo risiedono principalmente nei paesi emergenti, sembra naturale che da lì che debba essere selezionata la guida della Banca. La prassi per cui gli Usa selezionano il presidente della Banca e gli europei del FMI sembra estremamente anacronistico, quando le istituzioni stanno voltando ai paesi emergenti alla ricerca di fondi e sostegno.
Mentre gli Usa, la comunità internazionale e le organizzazioni ripetono sempre la necessità di una migliore governance, la scelta di Kim irride tutte le intenzioni. Okonjo-Iweala l'ha spiegato in modo chiaro in un'intervista recente al Financial Times: “cosa è in gioco è una questione di ipocrisia, l'integrità dei paesi sviluppati, che hanno la maggioranza dei voti nell'organizzazione”.

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