Le pagliacciate che alimentano il neocapitalismo

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Le pagliacciate che alimentano il neocapitalismo


di Francesco Erspamer*

Sembra un dettaglio ma è essenziale. Il neoliberismo e la finanza sono ormai padroni dei media e delle coscienze nonché di tecnologie opprimenti ma tollerate se non desiderate; i tre decenni più ingloriosi della storia del mondo gli hanno permesso di conquistare non solo il potere ma anche un’egemonia assoluta: qualsiasi stronzata che introducono viene istantaneamente introiettata, acriticamente, come una necessità. Così la gente (non più popolo) si è convinta sia che non ci sia niente da fare, sia che il coraggio uno non se lo può dare (le due convinzioni sono in effetti una sola). In queste condizioni qualsiasi tentativo di contrastare il neocapitalismo frontalmente sarebbe catastrofico.

Ma ciò non giustifica l’ignavia e la complicità. Si potrebbero certamente attaccare e neutralizzare i dispositivi che subliminalmente lavano il cervello delle gente.

Cominciando dai Nobel: una pagliacciata mediatica che serve solo a promuovere la menzogna oggettivista e scientista. Non parlo solo di quello della pace, che ovviamente serve solo a legittimare lo statu quo che fa comodo agli Stati Uniti e ai loro satelliti nordici e servi dell’Europa del sud e dell’est, oppure a fomentare pseudo rivoluzioni colorate che impongano ovunque il libero mercato e le sue paranoie «woke». Tutti i Nobel sono manipolazioni: vanno ignorati più che derisi. Quello per la letteratura se lo leggessero in Ungheria. Anche il palestinese lo ha ottenuto perché naturalizzato statunitense.

Questo vale per gli Oscar, per il pallone d’oro, per il Pulitzer e per lo Strega, per le classifiche delle migliori università, dei paesi più vivibili, dei luoghi turistici più di moda, per le agenzie di «rating» (che se non uso l'anglicismo nessuno in Italia capisce di che parlo: in Francia lo chiamano «notation», in Spagna «calificación», ma lì c'è ancora un po' di orgoglio nazionale): vale per tutti i premi e tutti i classamenti che abituino a una distinzione fra i centri di eccellenza e il resto (implicitamente mediocre e destinato a esserlo), invece di incoraggiare la vera diversità, ossia l’indeterminata e indeterminabile molteplicità delle esperienze, delle tradizioni, delle storie, di una qualità non accentrata ma diffusa.

Chi creda che anche questo sia troppo difficile perché così va il mondo e questo piace alla gente, almeno la smetta di sognare, non dico rivoluzioni ma neppure piccoli cambiamenti. Si lasci portare dalla marea senza neanche accorgersi che è per lo più virtuale, un effetto speciale, pornografia ancor più che propaganda.


*Post Facebook dell'11 ottobre 2025

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

 

Professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill

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