L’assassinio di Renee Nicole Good e l’indefinibile vergogna dei giornalacci nostrani
“E’ sempre una speranza che dà pietà: anche
il piccolo borghese più cieco ha ragione
di averla, di tremarne: c’è un istante
in cui anch’egli infine vive di passione
(da Pier Paolo Pasolini, “Non c’è più luce di Natale”)
Alle soglie del terzo millennio il Minotauro esige il tributo ormai scopertamente, senza più reticenza, senza vergogna. Un tributo di sangue ma soprattutto di giustizia e verità, oltre che pietà. Renee Nicole Mackline Good si definiva poeta, scrittrice, moglie e mamma e non aveva mai avuto a che fare con le forze dell’ordine tranne che per una multa per infrazione stradale. Trump e compagni di merende l’hanno descritta come una provocatrice che “se l’è cercata”, nonostante filmati e testimonianze li abbiano sbugiardati platealmente.
C’è voluto l’assassinio a sangue freddo di questa donna di 37 anni, americana e bianca, madre di tre figli perché almeno una parte della nostra informazione avesse un guizzo di dignità. Giusto il minimo sindacale s’intende, perché pretendere che da un giorno all’altro si riscatti una pluridecennale condizione di servaggio atlantico sarebbe troppo. Ad ogni modo questa volta la differenza dei Giornaloni coi Giornalacci della destra si è manifestata in modo apprezzabile. Sia Corsera che Stampubblica hanno dato risalto alla notizia, così come sul fronte televisivo hanno fatto le trasmissioni di La7 e La9.
Il Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, ma anche il Messaggero (quotidiano romano con attuale, spiccata simpatia per gli underdog della Garbatella) sono rimasti invece allineati e coperti, accomunati da due giorni consecutivi di vergognoso silenzio su una vicenda che riporta gli Stati Uniti d’America sull’orlo della guerra civile. La notizia del barbaro omicidio è rimasta del tutto assente dalle prime pagine dei suddetti, confinata nelle pagine interne dove si dice in sostanza che sulla dinamica dell’accaduto sono in corso accertamenti.
Quindi c’è qualcosa che perturba l’orbita di quello che, secondo l’efficace metafora di Alessandro Orsini, è il moto rotatorio intorno alla Casa Bianca di uno stato satellite, così come dall’altra c’è chi allo status di satellite resta aggrappato con le unghie e coi denti, terrorizzato dal timore di essere retrocesso al rango di un insignificante meteorite. E questo vale tanto per la donna, madre e cristiana (del tutto indifferente all’omicidio di un’altra donna e madre) che per i media simpatizzanti che la seguono in orbita geostazionaria come gli anelli di Saturno.
Ma per lo meno c’è qualcuno che sembra ridestarsi da decenni di torpore, fino a sussurrare che Trump e i suoi invasati continuano a fare solo in modo più goffo, volgare e scoperto, quello che dall’ultimo dopoguerra in qua tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche hanno sempre fatto. Ovvero seminare guerre dove e come possono in ogni parte del mondo; per ingordigia predatoria senz’altro, ma anche per superare le sempre più marcate contraddizioni interne.
E guarda caso ciò si riflette anche nell’uso delle parole e i giudizi di fatto e di valore che da queste derivano: Nicolas Maduro non è più stato “arrestato”,” catturato”, “preso” ma sic et sempliciter rapito. E gli USA appaiono per quello che sono: il rogue state per eccellenza, la minaccia più consistente per l’ equilibrio ed un’accettabile convivenza nelle relazioni internazionali.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.


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